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“Il Fornicaio” di Matteo Edoardo Paoloni è irriverente e ironico

Cari lettori,

Una delle letture più sorprendenti del mese di febbraio è stata “Il Fornicaio” di Matteo Edoardo Paoloni, collega e compagno di scrittura presso la Casa Editrice Letteratura Alternativa Edizioni.

Leggo spesso e volentieri nei gruppi letterari e di consigli di letture:

“Vorrei leggere un libro divertente…” – “…un libro che mi faccia sorridere…”

Matteo fa questo e lo fa in un modo che ho trovato del tutto nuovo ed innovativo! L’autore non vuole presentarsi come comico o cantore di barzellette e gag alla zelig-maniera, il suo libro è sì divertente, fa sorridere, contiene dell’ironia, ma allo stesso tempo mette il lettore sotto ad una luce come quella dell’occhio di bue.

Ci si trova soli, della serie “siamo solo io e te, caro libro… vogliamo metterci a pensare? Vogliamo creare una connessione tra anima e mente?”. La risposta a questa domanda arriva poi spontanea… semplicemente “Sì…”, proprio perché Matteo attraverso le sue storie, alcune brevi, altre più lunghe, ci permette di “ridere”, ma anche di commuoverci, di renderci conto, di realizzare, di prendere consapevolezza. Tante le tematiche toccate, da quelle famigliari agli argomenti più caldi sulle nuove generazioni, all’amore, alla fede politica, e così via. Il finale di ogni racconto lascia interdetti, il sorriso cede spazio alla riflessione, l’ilarità e lo stile spensierato di Matteo portano il lettore a ritagliarsi un piccolo momento di raccoglimento, che personalmente ho apprezzato molto.

Al Papeete solo bella gente, gente in forma, gente a posto, tanta figa, roba nostra, made in Italy, ci facciamo un cocktelino, […] qui al Papeete gente giusta, mica quegli sfigati dei centri sociali, un giro in modo d’acqua, le cubiste al ritmo di Mameli, Mojito o Caipirinha?

Il libro di Matteo è una fucina di messaggi ed esperienze di vita, la parte che mi ha intenerito maggiormente e che ho trovato assolutamente geniale è quella dedicata ad una breve cronistoria della vita dello scrittore, rappresentata da un piccolo aneddoto, che caratterizza ogni anno solare, dal 1986 al 2020!

1998

Leonardo Di Caprio batte i denti nelle acque gelide dell’Atlantico settentrionale. Kate Winslet galleggia su una tavola di legno. Ci sarebbe spazio per tutti e due, su quella tavola, ma per qualche ragione Leonardo se ne sta lì, livido in faccia.  […] Sui titoli di coda tiro su con il naso. Mi asciugo gli occhi come posso. Le luci della sala si accendono. Ilenia, mentre piange, si mette a ridere. “Oddio sei tutto rosso.” “Lo so. Hanno i riscaldamenti a palla.”

Leggendo ogni mini-racconto, sono cresciuta (di nuovo) insieme a Matteo, ripercorrendo la società italiana di quegli anni, trovando somiglianze rispetto alle sue e alle mie esperienze di vita e confrontandomi non solo con un mio coetaneo, ma con un autore con uno spiccato senso di osservazione e critica!

Very good job, Matteo! Lettura super-consigliata!

Stories

Tutto ha un tempo

Questa storia illustrata è molto particolare. E’ ispirata a una storia vera. Buona lettura.

“Pane… pane… fresco di giornata! Oggi ci sono dei nuovi tipi: ehm, allora… questo? Con la curcuma e i semi di zucca, mentre quello è un multi-cereali… A chi tocca?”

Adele sfornava pane, pagnotte e focacce tutte le mattine, da ormai vent’anni. Era da tutti chiamata “la figlia del panettiere“, perché suo padre era il proprietario dell’unica panetteria di Mongardino, un paesino di mille anime o poco più. Quando gli anni trascorsero, Adele si guadagnò il titolo di panettiera del paese, portando avanti l’attività paterna con impegno e sacrificio. Il suo piccolo negozio, situato nel centro del paese, era facilmente distinguibile, grazie all’insegna “Panetteria Raviola – Forno attivo dal 1930”: le lettere e la calligrafia ricordavano le pubblicità anni Quaranta. Quando si era trattato di rinfrescare il locale, Adele aveva tenuto in considerazione l’epoca, in cui la panetteria era stata fondata, e non aveva voluto tralasciare nessun particolare. Aveva chiesto ad un falegname, amico di famiglia, di restaurare gli stipiti e l’architrave dell’entrata della panetteria, tutti quanti gli elementi erano in legno di rovere. Ci voleva qualcuno che sapesse lavorare bene e con delicatezza. Il nonno di Adele aveva inaugurato quella panetteria nel 1930, aveva scelto personalmente l’arredamento interno ed esterno, perciò lei non voleva assolutamente andare contro le volontà, che erano state dei parenti che l’avevano preceduta. Si era limitata ad aggiustare ciò che non funzionava più e a migliorare le componenti dall’aspetto appassito. Una volta all’interno della panetteria, il profumo del pane fresco e di tutti i prodotti da forno, che Adele produceva, invadeva l’ambiente. L’odore di farina, lievito e del calore del forno era sempre vivo, aderiva ai muri del locale. Chissà da quanto tempo se ne stava là, rapprendendosi di generazione in generazione. Le stagere si sviluppavano da un lato all’altro delle pareti ed ognuna di loro era interrotta verticalmente da dei divisori, che Adele spostava all’occorrenza, a seconda della quantità, più o meno grande, di ogni tipologia di pane, che sfornava. Ogni celletta, che veniva quindi a formarsi da quel reticolo di scaffalature, era denominata da una targhetta, che Adele scriveva con il nome della tipologia di pagnotta. Maggiolini o bocconcini all’olio, biove, ciabatte croccanti, tartarughe, grissie a pasta dura, mantovane dalla morbida mollica. Adele scriveva sulle etichette cartonate con la sua calligrafia armoniosa e tondeggiante e le disponeva poi nelle copertine plastificate sopra ogni stagera. Era un qualcosa di speciale, Adele lo sapeva. Molte sere, infatti, si addormentava per qualche ora sulla brandina, che aveva un suo spazio apposito nel disimpegno. Stava lì solamente per sentirsi più vicina a coloro, che avevano infuso il lei la passione della panificazione, quasi che quelle poche ore di sonno potessero rinvigorirla al punto tale, da farle dimenticare la stanchezza, ormai accumulata nel corso degli anni. Da quando suo padre era mancato, aveva portato avanti il negozio da sola, aiutata unicamente dal suo elevato senso del dovere e dalla sua grande esperienza.

“Mi dia due biove e un pane toscano, grazie Adele”
“Stamattina, signora Carla, ho appena sfornato il pane alla curcuma e semi di zucca, vuole provarlo? È una novità?” – disse Adele, sventolando una pagnotta avanti e indietro.

“Oh no, grazie… queste cose moderne non mi piacciono… Cerea, Adele”

Adele non si scoraggiava. Le sue clienti più anziane non nutrivano molta curiosità riguardo i suoi esperimenti, ma per fortuna riusciva a trovare maggiore soddisfazione negli acquirenti, provenienti dalla città di Asti, che con piacere provavano quei prodotti dal carattere più moderno.

“Oh, eccola di nuovo, salve Dalila, come stai?”

Dalila era una habitué della panetteria, assidua frequentatrice, da quando si era trasferita da Torino per mettere su famiglia con Davide, il ragazzo, che l’aveva conquistata. In poco tempo si erano sposati, dando alla luce Niccolò, il frutto del loro amore. Adele e Dalila spesso si intrattenevano a parlare del più e del meno. Soprattutto quando Niccolò era a scuola materna, Dalila si fermava volentieri a scambiare quattro chiacchere. Era un momento di pausa, che si concedeva dalla vita di mamma a tempo pieno. La somma di quei piccoli ritagli di tempo era andata a costituire una bella amicizia. Dalila considerava Adele una buona confidente, schietta e sincera, e Adele rivedeva in Dalila quel lato di sé stessa, che non era riuscita ad esprimere negli anni indietro.

“Ciao Adele, come stai?”
“Non male, Dalila… non male…”

La complicità tra di loro arrivava fino al punto di passare alcuni istanti della conversazione a commentare con leggerezza le ultime clienti, entrate in panetteria. Adele era ormai una esperta, scrutava le persone, nulla sfuggiva al suo sguardo di padrona di negozio navigata. Bastava un veloce colpo d’occhio e la sua sensibilità di psicologa mancata faceva tutto il resto.

“Hai visto come sono entrati, tenendosi abbracciati stretti, stretti… quei due giovani sono alle prese con l’essere innamorati per la prima volta, te lo dico io…”
“Dici?” – ribatteva dubbiosa Dalila, – “magari… sono compagni di scuola…”
“No, credimi… l’amore giovane lo so riconoscere! Mentre, la signora prima di loro due, quella con il marito alto e barbuto? Ecco… quello è l’amore placato… come mi piace definirlo…”
“Adele, sei tremenda! Per ognuno di loro riesci a trovare una storia…”
“Non sono storie, sono verità… dovresti interrogarli per renderti conto che non invento niente!”
“E invece… il tuo amore? Perché non ti sei mai sposata?”

“Perché non mi sono mai sposata… bella domanda…” – Adele gongolava davanti a quesiti di quel genere. Tentava allora di sviare la conversazione con la sua ironia, che trasudava a tratti nostalgia e irregolarità.

“Ma come? Mio marito è il qui presente Signor Pane! …mi piace fare il pane perché è come prendersi cura di qualcuno… immagino quelle piccole pagnottelle come dei cuccioli, che devono crescere belli sani e forti fino ad arrivare ad essere una bella forma di pane grande e ben lievitata, croccante fuori e soffice all’interno…”

Dalila allora non demordeva, continuava a riportarla sull’argomento principale della conversazione. Le stava alle calcagna, come i bracchi durante la caccia alla volpe. Fu così che la sfortunata amica venne obbligata a confidarsi nuovamente, sapeva che era impossibile sfuggire alle intenzioni di Dalila, se si metteva in testa qualcosa, non rimaneva nulla da fare, se non vuotare il sacco.
Nella vita di Adele c’era stato poco spazio per l’amore, ma molto invece per il lavoro. Nata figlia unica, la sua famiglia aveva investito tante aspirazioni su di lei e sul suo destino di panettiera. La bottega era il fulcro, attorno a cui ruotavano i sacrifici economici di tutti i componenti. Colui che si fosse avvicinato a tal punto a diventare un papabile corteggiatore, doveva sapere a cosa sarebbe andato incontro e sposare sia Adele, sia il suo negozio. La missione era già scritta sulle pagine del suo libro della vita.

“Ci hanno insegnato che tutto ha un tempo, ovvero quella specie di periodo… misurato in giorni, mesi, anni… che parte da un punto ben definito e si conclude su un altro, altrettanto ben delineato. Ecco perché c’è una stagione, per innamorarsi… un’altra, per mettere su famiglia… un’altra, per mettere in cantiere un figlio, e così via…”

Tuttavia, Adele aveva creduto per buona parte della sua vita che tutte quelle parole non fossero vere. Si era sempre ripetuta che quei luoghi comuni erano per gente semplice, non avvezza ai cambiamenti e alle evoluzioni degli stili di vita umani, ma negli ultimi tempi, tra sé e sé, aveva dovuto ammettere che lo scorrere della vita aveva avuto la meglio – “Forse non ci si rende conto di essere dentro a questo battage fino al collo! Si pensa di avere il controllo della giostra e di decidere il momento giusto, in cui scendere!”
Purtroppo, spalancando gli occhi sul mondo, si era resa conto di non essere riuscita con successo a convertire le parole in fatti, non era stato poi tanto semplice combattere contro un videogioco, eludendolo a non permettere al monitor di mostrare la scritta <game-over>. Adele aveva cominciato a marciare, come uno dei tanti bei soldatini della truppa. All’urlo <Uniti e compatti!>, rispondeva, insieme agli altri, <sissignore!>. Si marciava, così, verso un’altra tappa. Adele si trovava a giocare la sua partita dentro quel gioco a punti, che aveva da sempre pensato di evitare.

“E poi ad un tratto mi sono anche chiesta: perché tutti si divertono e io no?” – Adele tratteneva a stento le lacrime, era ormai in preda allo sconforto.

Aveva vissuto dai vent’anni in poi sotto pressione, contando sulla punta delle dita le occasioni perse e quel po’ di terreno conquistato. Solo suo padre aveva voce in capitolo: organizzava domeniche pomeriggio, in cui invitava ipotetici pretendenti a consumare conversazioni frivole, inframmezzate da caldarroste e thè, a cui Adele partecipava in maniera compassata. Non ne aveva scelto neanche uno. Inseguiva un concetto di relazione amorosa, a cui la sua famiglia non voleva cedere. Adele non poteva concedersi voli di fantasia, il suo dovere era ben chiaro, il marito ideale era un uomo in grado di prendersi cura di tutti quanti, anche dal punto di vista economico.

“Mio padre aveva uno strano modo di volermi bene… sia chiaro, non gli rimprovero niente… comunque, non ha mai capito di cosa avevo realmente bisogno! Gli uomini, che piacevano a lui, a me non piacevano… e così ho deciso di maritarmi con la mia attività lavorativa, che non mi ha mai delusa in tutti questi anni!”

Adele non era sicura che i treni passavano per tutti nello stesso modo. Il più delle volte i mattoni, che vanno a costruire il muro della vita, vengono messi dai propri genitori e non dalla persona stessa. Così Adele raccontava a Dalila. Immaginava tutte le mattine di andare alla solita stazione, che diveniva di giorno in giorno sempre più affollata. Qualche treno passava da là, senza neanche fermarsi, sotto gli occhi sconfortati di tutti i passeggeri. Qualcuno invece, si fermava, ma non tutti riuscivano a salirci sopra. Gli <eletti>, coloro che avevano diritto alla prima fila, a bordo banchina, riuscivano ad accaparrarsi subito il mancorrente per montare sugli scalini. Poi, c’erano gli <speranzosi>, quelli che aspettavano il treno, fatto su misura apposta per loro, e gli <egoisti>, che volevano salire su qualsiasi treno della stazione, ma venivano messi da parte dagli <eletti>, e così via.

“La stazione non ce la fa a contenerci tutti. Salire sul treno è come inseguire una chimera, ci si chiede sempre se sarà quello giusto. Chi invece rimane a terra, passa il tempo a lamentarsi, perché il suo momento non arriva mai. L’attesa inizia ad essere sfiancante e la fiducia, ricordati, è stata data in regalo solamente agli <speranzosi>”

Adele era vissuta in mezzo a uomini pragmatici, abituati a vivere di materia e carne viva, piuttosto che di idee e platonismo. Era stata sempre presa per mano e trascinata poi nella fazione opposta alla sua, perché non le era permesso volare verso altri modelli di pensiero. Dalila ascoltava sbalordita quelle dichiarazioni di aiuto. Non riusciva a comprendere a fondo ciò di cui parlava Adele, in quanto il suo destino era stato costruito solamente dalle sue scelte. Provava però una grande empatia per quella amica di qualche anno più grande.

“Adele, amica mia, non mi avevi mai raccontato… io penso che tu sia sempre in tempo, non esistono stagioni, non esistono treni, se vuoi una cosa… devi andare là fuori e prendertela!”

Adele storse un po’ la bocca, non era d’accordo con Dalila – “Quando non si riesce a trovare nessun treno su cui salire… ci si lascia andare alla mestizia… io faccio parte di quelle persone, così abbattute, a tal punto da dover salire su un treno qualunque… dovrei dare uno spintone ad uno degli <eletti> e prendere il posto, che gli spetta… allora forse il mondo cambierebbe?” – poi continuò – “…non lo so… so solo che quando passi la vita a marciare e a seguire il volere di qualcun altro, non riesci mai a sentirti libera completamente, perché nessuno ti ha insegnato ad agire così! Ecco perché rimango qui, avvolta dal profumo della cosa che amo di più: il mio pane!”

Adele era innamorata della sua bottega o del conforto e dei bei ricordi che ne scaturivano? Era servito a qualcosa nascondersi dentro le mura di quel mondo, che qualcuno, esterno ai suoi sentimenti, le aveva preconfezionato addosso, come un abito sartoriale su misura?

“Si dice che il rischio appartiene alla giovinezza… età, che non mi appartiene più… non è più il mio tempo…”

Dalila non voleva darsi per vinta, iniziò a farle una lista di tutte le cose, da cui poteva ricominciare, senza tralasciare la sua amata panetteria, ma Adele non voleva sentire ragioni. La rassegnazione aveva tolto aria allo spirito della curiosità, che era deceduto, miseramente soffocato. La sua voglia di esplorare era stata sostituita dalla forza dell’abitudine, che si era impossessata del suo stile di vita.

“Sono cambiata, Dalila… mi fido solo di ciò che conosco, ecco perché prima ti dicevo che fare il pane è il marito, che tutti i giorni servo amorevolmente… non ho bisogno di altro e nemmeno mi interessa”.

Dalila sorrise teneramente in direzione dell’amica, finì di acquistare ciò che le serviva. La raggiunse dietro al balcone e la abbracciò.

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Pesante sul cuore

Che giorni difficili erano stati quei giorni!

Sembrava che tutto crollasse e non si rigenerasse più. Giorgio aveva smesso di ridere. Aveva smesso di sognare (quello già tempo indietro).

Il tempo si era fermato e, così, anche la sua vita. Rimaneva inchiodato alla sua scrivania, guardando fuori da una finestra, perché lui, fino a quel punto, era stato molto fortunato. Non era uno di quegli uomini obbligati a rimirare il muro della camera da imbiancare. No. Giorgio era di buona famiglia, benestante; da bambino voleva essere un supereroe, come Batman o Spiderman, da grande invece aveva deciso di non rischiare troppo sulle sue decisioni. Aveva rilevato l’attività ristorativa dei suoi genitori ed era andato avanti. Credendoci? Non lo sapeva nemmeno lui. Se ne stava in attesa che una specie di Fata Turchina moderna si palesasse per farglielo sapere. Aspettava un cambiamento, un cenno, anche minimo. Di cosa aveva bisogno? Una spinta emotiva? O un santone spirituale? O una bella cinquina stampata sulla guancia sinistra? Nemmeno questo Giorgio sapeva. Aveva solamente l’impressione che il mondo si fosse fermato e che venisse dato unicamente spazio alle mancanze di avanzare e alle speranze di retrocedere. Barricarsi dietro alla scrivania non sarebbe servito a niente. Da quando i suoi genitori non c’erano più, era vissuto di rendita. Nascosto dietro a quella sicurezza, che tanto lo inorgogliva. Cosa ne era stato del bambino, che credeva in Batman? Dove erano andate a finire le sue aspirazioni? Chi era veramente Giorgio? Si era forse dimenticato dell’uomo, che voleva diventare, o magari, era stato più semplice imboccare la strada già battuta, quella ben tracciata dai suoi amati genitori?

In natura tutti gli animali escogitano meccanismi ben studiati di mimetizzazione, per sfuggire alle minacce dell’ambiente. Per gli esseri umani, è però ben diverso: il nostro mimetismo consiste nell’adeguare il vestiario all’occasione, gestire il tono di voce, a seconda che ci troviamo di fronte a un professore, al medico della mutua o all’amico di infanzia, calibrare gli argomenti in base alla conversazione, in cui siamo coinvolti. Anche noi, quindi, ci dotiamo di congetture per sopravvivere. Le maledette maschere. Il problema, che ci attanaglia da ormai un’eternità e da cui, a quanto pare, non riusciamo a uscirne. Giorgio era spaesato, perché un bel giorno qualcuno aveva deciso di buttare via il suo baule di costumini e travestimenti, ormai demodè e sciatti. E quella persona… ero io. Era arrivato il momento di vivere per davvero. Non poteva più rimandare.

Posso almeno tenere questa? …questa è la mia preferita, non se ne accorgerà nessuno, se la risparmierai…

Quando conobbi Giorgio, quella fu la frase che mi rimase più impressa. Ero ormai esperta dell’arte del decluttering ed ero abituata alle crisi isteriche delle persone, che non volevano staccarsi da quei loro orrendi travestimenti, ma Giorgio mi intenerì. Lo guardavo. Nudo, per la prima volta, di fronte allo specchio del suo grande armadio, ormai svuotato dalla mia perizia. Iniziò a piangere silenziosamente, senza emettere un suono. Non ero abituata. La mia esperienza di lungo corso era avvezza a qualsiasi manifestazione di tristezza, sgomento o paura. Giorgio era diverso. Era fondamentalmente una persona buona, bisognosa solamente di un poco di amore. Le maschere non danno quel tipo di affetto. Infondono sicurezza e audacia, ma non calore ed empatia vera. Ciò di cui parlo è quello stimolo caldo, che proviene dai puri di cuore, un impulso irrefrenabile di emotività vera, che spazza via ogni atteggiamento posticcio. Sentivo che avevo il compito di insegnarglielo. Malgrado non fosse tra i servizi di mia competenza, decisi di disegnare su quello specchio un sorriso, che lo riportasse ai pensieri di infanzia, quando il suo armadio era pieno solamente di giocattoli e macchinine.

Lo vidi fissare attentamente lo specchio e rilassare a poco a poco il viso. Si stava distogliendo da quello che aveva perso e si stava finalmente concentrando su ciò che stava guadagnando. I suoi occhi erano ormai asciutti, le labbra non più tirate e le pieghe delle guance si erano rilassate, donando alla pelle del viso un aspetto maggiormente tranquillo. Il mio compito era finito. Decisi di lasciare la camera, senza farmi notare.

In bocca al lupo, Giorgio!” – sussurrai, chiudendo la porta dietro di me.

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Al Parco Europa dissi “Addio”

Vengo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Tutte le mattine, prima di recarmi all’università, salgo con la macchina la strada della collina, che porta al Parco Europa. Là mi aspetta la solita panchina. Ormai potrei inciderci il mio nome sopra lo schienale. Tanto… è sempre lì che mi aspetta. Vuota. Addirittura, quei pochi passanti, mattinieri come me, che portano a spasso il cane, si siedono altrove, su altre panchine posizionate precisamente alla stessa distanza tra di loro, lungo il viale. Tutti sanno che quella panchina è la mia. Me la sono guadagnata.

Al Parco ci venivo sempre con Teo. Un amico, un amante? Ancora oggi mi chiedo cosa sia stato. Potrei descriverlo come fece Edmond Rostand riguardo al bacio:

<<Un bacio, insomma, che cos’è mai un bacio? Un apostrofo rosa fra le parole “t’amo”.>>

Ed era stato proprio un apostrofo Teo. Così poco accentuato, così breve, che mi aveva lasciato quel sapore amaro in bocca, che nessun bacio dovrebbe mai lasciare.

Era entrato nella mia vita improvvisamente e, altrettanto, ne era uscito.

Avevamo cominciato ad incontrarci al Parco Europa, anche più di una volta al giorno. Quel posto era diventato il rifugio silenzioso e tranquillo, in cui stare insieme. Nessun occhio indiscreto, nessuna parola fuori luogo ci raggiungeva. Nessun giudizio, nessuna critica. Semplicemente accoglienza; il Parco ci voleva bene, aveva avuto pietà di noi, come anche i nostri cuori, che inizialmente si nascondevano dietro mille scuse e giustificazioni. La panchina, che ora mi spetta di diritto, era la nostra.

Ecco come me la sono guadagnata.

Inizialmente era tutto cominciato da una sottile condivisione: Teo, che aspettava alla panchina, solitamente di mattina presto, mentre poi al pomeriggio tardi, io e il mio zaino scrutavamo il panorama perfetto di Torino, in attesa della sua venuta. Come era saccente Torino, vista da lassù. Aveva l’aspetto di una città indottrinata dai migliori professori. Così boriosa e arrogante, percepivo che mi osservava a sua volta. Odiavo quel confronto, ogni volta che attendevo Teo. Occhi negli occhi, non distoglievamo lo sguardo. Volevo averla vinta sulla sua strafottenza. Come si permetteva di dubitare di me?

Non appena Teo arrivava, quella tensione altezzosa svaniva. Tornava tutto a risplendere, a essere così ospitale e confortevole. Teo creava la magia e io mi nascondevo dietro. Non potevo farne a meno.

Reputavo ogni alba e ogni tramonto il momento giusto, affinché ricevessi quella bramata notizia: la decisione di Teo, il suo sì. Mi sono resa conto che non attendevo il suo arrivo, aspettavo solamente il momento in cui avremmo lasciato per sempre il Parco Europa, per scendere a Torino, in mezzo alle persone, senza più nasconderci. Avremmo dovuto farlo, prima o poi. Se da un lato, tra quei viali mi sentivo al sicuro, dall’altro, ero stufa di vivere dentro ad un triste surrogato di quello che reputavo una storia d’amore. Non potevamo dire le bugie per sempre, celare quello che ci faceva vergognare a tal punto da darci l’appuntamento nel medesimo posto, ormai da mesi.

Mi arrabbiavo. Continuavo a fare quei discorsi con quello splendido angolo di Torino, che mi pareva disegnato. Ci litigavo e così, mi arrabbiavo ancora di più. Era uno scontro tra me e lei, che non voleva sentire ragioni, mi veniva contro con tutta la sua gelida collera. Ma che potevo farci? Ero in balia di una città e del suo abitante più scorretto. Mi sentivo impotente, volevo contrastare uno dei due, ma ognuno di loro mi sopraffaceva, senza fare alcuna fatica.

Il Parco era il mio unico amico, all’interno di quel posto così tranquillo e riparato, mi sentivo protetta.

Una di quelle mattine, mi recai alla mia panchina prediletta. Lo aspettai a lungo. Saltai la prima ora di lezione. Poi la seconda. Alla fine se ne andò tutta la giornata. Rimasi come inebetita a fissare il panorama tutto il giorno. Il sole, nel frattempo, danzava in cielo, ruotando per tutta la volta. Dialogavo mentalmente con Torino.

Lui non verrà…

Sentivo quelle parole sussurrate. Taglienti. Fredde. Cattive. Come solo quel paesaggio sapeva essere. Bello e dannato, insensibile e distaccato. Non gliene fregava nulla di me e del mio modo devoto di attendere.

Quanto sei cretina… sei ancora lì? Prendi lo zaino e tornatene a studiare… magari diventi più furba di così!

Osservavo la vista di fronte a me con disprezzo, cosa ne sapeva di me?

Teo quel giorno diede per la prima volta buca al nostro quotidiano appuntamento. Si comportò allo stesso modo i giorni seguenti.

Mi lasciò in eredità quella panchina, al Parco Europa, che io difendo gelosamente. Nessuno me la porterà via.

Mi siedo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Nessuno mi porterà via ciò che resta di lui. Guardo sempre verso Torino e ascolto le sue parole di biasimo nei miei confronti.

Rispondo: “Addio, Teo”

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Il mio primo libro è in procinto di essere pubblicato!

Volete saperne di più? Leggete questo post!

Il mese di agosto è appena trascorso, ma già mi manca molto. Rispetto agli scorsi anni, è stato un mese per niente riposante, anzi… la mia routine giornaliera è stata convulsa e poco vacanziera, inoltre ad allietare questo moto perpetuo di eventi e novità, è giunto anche il momento, in cui ho preso coraggio e, insieme alla casa editrice Letteratura Alternativa, ho deciso di buttarmi a capofitto nell’avventura del crowdpublishing, per portare alla pubblicazione il mio primo prodotto editoriale, il mio romanzo, il mio libro.

Dal 16 agosto (l’inizio di questa bellissima sfida), mi sono messa in gioco e mi sono piacevolmente sorpresa nell’accorgermi che, molte persone attorno a me avevano piacere di sapere cosa avevo da dire. Le due domande che mi sono state fatte maggiormente sono, appunto,

<<Perché hai scritto un libro?>>

<<Di cosa tratta “La figlia sfuggente”>>.

Ho deciso, perciò, di scrivere un post sul blog a proposito di queste questioni, per svelare qualche retroscena, che per il momento ho tenuto solamente per me, e per illustrare meglio la trama di questa mia prima produzione letteraria.

Non posso negare che, da quando ho cominciato a capire qualcosa di questo mondo, la mia più grande ambizione è sempre stata quella di diventare una scrittrice, parola che mi ha fatto sempre un po’ tremare e sussultare ogni qual volta volevo o dovevo pronunciarla. È un vocabolo, che mi intimorisce non poco, a tratti mi inquieta, più che altro perché provo un grandissimo timore reverenziale per lei! Stimo tanto, troppo, scrittrici del calibro di Elsa Morante, Isabel Allende, Emily Bronte, Jane Austen, Oriana Fallaci, donne che secondo me sono scrittrici con la S maiuscola e che incarnano i miei modelli di ispirazione. Ciò che mi ha sempre appassionato della scrittura è il suo aspetto primordiale di bisogno, che la specie umana ha da sempre rincorso: il desiderio di lasciare impressa una traccia fisica, tangibile, che solamente a voce non riuscirebbe ad attraversare il lunghissimo (e infinito) tragitto, che il tempo ci obbliga a sottostare. Infatti, i latini erano saggi… “Verba volant, scripta manent”. La scrittura è un vero e proprio bisogno, che fossi in Maslow avrei aggiunto proprio alla base della piramide, insieme a cibo e acqua 😊. Io scrivo sempre. Questo è l’assunto certo della mia vita. Una specie di legge personale, che applico quasi quotidianamente e mai prendo sottogamba.

L’idea di scrivere un libro è nata più o meno tre anni fa. La conclusione del mio primo lavoro non è andata a buon fine: mi sono resa conto che scrivere “su commissione”, ovvero, scrivere un argomento caro a qualcun altro, non era la mia strada. La scrittura ha bisogno di verità e affezione. Così sono tornata sui miei passi iniziali, ho accantonato quella prima “creatura” e ne ho iniziate tre diverse! Sì, proprio tre! Ho voluto lasciarmi cullare da loro e piano piano una di queste mi ha preso la mano (un po’ di più) e mi ha dato un bello strattone, che mi ha suggerito di lasciar perdere le altre due e di proseguire solamente con lei.

Ecco come è nata “La figlia sfuggente”: un mix di argomentazioni e problematiche, che mi stanno a cuore da tanto tempo e che sento dal profondo dell’anima, tanto da scriverci un libro, una storia, che arrivi a sensibilizzare le corde del cuore di tutti coloro che lo leggeranno, per sensibilizzare, per capire quanto siano importanti le relazioni familiari e come ci plasmino fin dalla tenera età.

Da un anno a questa parte, da quando ho capito che “La figlia sfuggente” sarebbe diventata una pietra miliare importante nella mia formazione personale, seguo questa direzione e spero che ciò che scrivo possa essere d’aiuto a tutti coloro che approcciano questo romanzo, appena nato 😉

Se non avete ancora letto la sinossi, la riporto qui di seguito:

Il rapporto genitori-figli è uno dei più complicati e avventurosi… Lo sanno bene Claudio e Francesca, rispettivamente padre e figlia, ingabbiati dal destino in quel legame biologico e obbligato, a cui non possono sfuggire, ma solo arrendersi e sopportare. Fin dal principio, il loro rapporto è complesso, a tratti confuso e certamente ingarbugliato. Gli unici mezzi di comunicazione, che riescono a tenere in vita la loro relazione, costellata di assenze e silenzi, sono le tante cartoline che Claudio spedisce a Francesca durante i suoi viaggi di lavoro e non. Palliative, ma, allo stesso tempo, fautrici di una distanza che diventa sempre più incolmabile con il passare degli anni; le cartoline significano per Francesca l’unica testimonianza a cui aggrapparsi per combattere contro le sue paure nei confronti del passato e del futuro. Attraverso il passare del tempo, che trascorre tra l’infanzia e la giovinezza, la protagonista racconta la sua vita, scandita dal ritmo della lettura di quelle cartoline paterne.

La copertina e le illustrazioni del libro sono a cura di Giulia Cerrato, co-founder insieme a me di questo blog e illustratrice di tutti i post, che mensilmente produciamo per voi!

Se questo articolo vi ha incuriosito e volete aiutarmi a raggiungere l’obiettivo delle 100 copie, potete preordinare una copia del romanzo, cliccando qui 😉

Grazie a tutti per il supporto!

Reviews

“Disincanto”, il nuovo libro di Matteo Zanini!

Cari lettori,

oggi vi parlo del nuovo libro, fresco fresco di stampa, di Matteo Zanini: DISINCANTO.

Era da qualche mese che volevo leggere qualcosa di Matteo: ho infatti nella mia wishlist da un po’ di settimane “Catherine”. Non appena ho saputo però di questa new entry, ho voluto acquistarlo subito e tuffarmici dentro all’istante!

Matteo è uno scrittore con uno stile d’altri tempi: niente a che vedere con la letteratura moderna, il suo stile è qualcosa di più aulico e delicato, che tocca fin dalle prime pagine il cuore, avvolgendolo in un’atmosfera lontana e antica. La sensazione è quella di rivivere per davvero un tempo indietro, quando le buone maniere non erano considerate antiquate e la scrittura era pregiata e ben studiata.

Vorrei, prima di tutto, però sottoporre “Disincanto” ai 3 punti della #recensioneblue:

1) LA TRAMA. La famiglia Hardy è composta da quattro personaggi: Margaret, la protagonista, figlia del Signor Hardy e di sua moglie Viola, e Jake, il fratello maggiore. Margaret Hardy è una giovane ragazza, che vive il sogno di diventare una scrittrice affermata, ma che allo stesso tempo risente del trasferimento inatteso nel Rebshire, vivendo un periodo di sfiducia nei confronti della sua creatività letteraria. Tra colpi di scena e il ritrovamento di un’antica lettera, l’autore riesce a far vivere al lettore pathos, suspence ed emozioni interessanti!

2) IL PARAGRAFO DEL CUORE

La scrittura è un’attività spontanea: permea i giorni col ritmo dei suoi desideri. Carta e calamaio fissavano con impazienza la figura entusiasta di Margaret, che stava loro di fronte. Si instaura un rapporto di intimità tra la mano e la penna, quando entrambe si scelgono per creazione di una storia dapprima inesistente; è una danza, un romantico vorticare nel tremolio incerto e bisognoso di una fiammella tiepida.

3) DA LEGGERE SE… avete la sensazione di essere nati/e in un’epoca che non vi si addice!

È stato facile immergersi nel personaggio di Margaret Hardy: mi sono sentita subito sulla sua stessa lunghezza d’onda, quasi che i suoi pensieri e le sue caratteristiche illustrassero a pieno ciò che penso di essere. Leggere la sua storia è stato come vedere me stessa trasportata in un viaggio a ritroso nel tempo. Margaret è una ragazza semplice, ma allo stesso tempo molto determinata, ma che rimane umile, anche quando ha l’impressione di essere stata “scelta” da una casa editrice. Mi è piaciuto molto il modo in cui Matteo ha dato una connotazione diversa, ma così espressiva ad ognuno dei personaggi, che hanno una particolare sfumatura, che li rende inequivocabili!

La parte che più mi è piaciuta è quella dedicata alla scrittura, quelle pagine sono davvero… vere! Mentre le leggevo, ho avuto la sensazione di essere finalmente compresa e di vedere in quelle righe qualcuno che la pensava proprio come la penso io.

ma quale può essere il ruolo di un aspirante scrittore se non quello di consentire alle piccole sorgenti di raggiungere i fiumi più ampi?

Nel libro di Matteo Zanini si celebra la scrittura, sotto forma di sacrificio, passione, ispirazione, creatività, ricerca e speranza. Per alcuni è solamente un mezzo, ma per altri, come per Margaret, è la propria vita, l’aspirazione più grande, un’ambizione talmente importante, da tenerla sempre in tensione e sovrappensiero. Matteo riesce a contornare la strada che Margaret percorre verso la realizzazione del suo sogno con piccoli passaggi, che danno modo di riflettere e soffermarsi.

È strano notare come, talvolta, si ricercano delle conferme a sensazioni di cui già conosciamo la veridicità; sembra quasi che il nostro istinto non basti, che il lato irrazionale e ancestrale di noi debba trovare il proprio riscontro nel mondo concreto. Bizzarra è la mente umana, groviglio ozioso di desideri inesprimibili.

La storia prosegue, non mancano i colpi di scena e alcune piccole sorprese, disseminate qua e là… non voglio svelare niente, però! Assolutamente da leggere e scoprire!

“Disincanto” è il messaggio che tutti gli <<aspiranti scrittori>> dovrebbero leggere, le sue pagine contengono vere e proprie perle, da custodire e da rileggere, di tanto in tanto. Bravo, Matteo!

“Disincanto” è edito dalla casa editrice Literary Romance, si può acquistare dal loro sito o su Amazon.

Reviews

I racconti del disagio, una new entry nel catalogo di Caravaggio Editore

Cari lettori,

avete sfogliato nell’ultimo periodo il catalogo di Caravaggio editore? Se avete seguito alcune mie stories su Instagram, avrete visto che tra i miei ultimi acquisti c’era il nuovo libro di Luca Maletta, intitolato “I racconti del disagio”.

Ispirata solamente dal titolo, ho deciso di inserirlo immediatamente nel carrello e di completare l’acquisto! Il disagio… sicuramente, una condizione, che soprattutto in questi ultimi due mesi, un po’ tutti abbiamo avvertito e almeno una volta nominato! Mi ha incuriosito tantissimo anche l’impaginazione del libro, cosa che ho potuto notare secondariamente, quando il libro era pronto per essere sfogliato. Molto originale la stesura delle pagine, come se il libro fosse ancora sotto forma di bozza. Man mano che si leggono i racconti, si trovano qua e là commenti e appunti, lasciati apposta proprio dallo scrittore: un’idea carina, ma anche un modo per coinvolgere maggiormente il lettore.

Andiamo, come sempre, ad analizzare il libro attraverso i 3 punti che caratterizzano la #recensioneblue:

1) LA TRAMA. Non esiste una trama, proprio perché nel libro sono contenuti ben 34 racconti, ognuno dei quali illustra un episodio a sé stante, ma il fattore comune è proprio il disagio, la condizione che attanaglia i protagonisti delle varie storie.

2) IL PARAGRAFO DEL CUORE proviene dal racconto n. 16, che parla di una anziana signora, che si presta come modella per una giovane pittrice, che le fa un ritratto (da cui ha origine il titolo di questo racconto). Non voglio svelare oltre, perché secondo me vale la pena che venga letto 😊. Per il momento gustatevi il mio paragrafo preferito!

<<Sei una così bella ragazza, è un peccato tu non stia bene con nessuno.>>

<<Non ho bisogno di qualcuno per stare bene>> fece la giovane.

Teresa non si scompose.

<<Certo, hai ragione. Non volevo suggerirlo. Solo dovresti stare lì fuori a vivere, invece che startene rinchiusa con una vecchia. Hai delle amiche?>>

Di nuovo, Sara scosse le spalle. Teresa lo riuscì a vedere appena.

<<Preferisco gli anziani.>>

<<E perché?>>

Sara si accorse di non aver mai pensato veramente a una risposta.

<<È illuminante.>>

La modella non parlò, lasciando fosse la pittrice a continuare.

<<Ci vuole tempo per capire cosa ti stanno dando, e questo mi piace. Non so, forse sono anziana dentro.>>

Teresa sorrise.

<<Non è possibile. Invecchi quando hai perso tutto.>>

<<E si può restare giovani da vecchi?>> chiese Sara.

<<Non lo so. Spero di sì>> bofonchiò l’altra – poi aggiunse: <<Perché dipingi le persone anziane?>>

Evitando la risposta, che comunque aveva già dato, la pittrice disse: <<Mi piacciono le ragazze.>>

Teresa ne fu sorpresa, ma volle mostrarsi moderna.

3) DA LEGGERE SE… siete alla ricerca di un libro, che vi faccia uscire alla grande da questa quarantena! A me ha ricaricato!

Quanto disagio esiste dentro ognuno di noi?

Leggendo ciò che Luca Maletta racconta con tanta sincerità e malinconia ho pensato che alcuni dei ricordi personali più impressi nel cuore siano proprio quelli, in cui mi sono sentita a disagio: una situazione, un gesto, uno sguardo sbagliato, una frase nascosta in mezzo a tanti pensieri buttati alla rinfusa in una discussione. Ciò che più torna in mente è proprio quella sensazione di fastidio e di antipatia, quei momenti, in cui “avresti voluto dire…” – “avresti voluto essere…” – e così via…

Leggere “I racconti del disagio” non è stata una “passeggiata”: non fraintendetemi, è stata una lettura molto significativa, ma allo stesso tempo una di quelle che definisco <<disturbante-dell’animo>>, perché va a toccare corde sensibili del cuore, proprio quelle che vorremmo tenere al riparo.

Prediligo, tuttavia, letture di questo tipo, sono quelle che permettono di riflettere e che trasmettono umanità, che fanno capire che a questo mondo c’è ancora qualcuno che si accorge dell’essere umano, in quanto tale, e non solamente in quanto apparenza e fisicità!

Ogni storia che Luca racconta mettere in risalto la passione, la disperazione e la fragilità degli esseri umani coinvolti. Di fronte alla cattiveria, che la Vita amaramente ci prospetta, siamo tutti spauriti e senza mezzi. Non riusciamo a uscirne, ma soccombiamo penosamente, anche se opponiamo resistenza, anche se ci ribelliamo, anche se alziamo la testa. La lezione finale è sempre la medesima: la Vita è più forte di tutto ciò che pensiamo sia al di sopra e il conto da pagare è obbligatorio per tutti, purtroppo.

Oltre a “Il ritratto”, ho apprezzato molto:

  • Il racconto n. 3 “Estinzione”, a metà tra un sogno e un mondo distopico, lo stile di Luca Maletta è molto ermetico, non sempre svela, ma piuttosto cela, mettendo il lettore nella condizione di compiere quel collegamento tra sinapsi, per comprendere al meglio il significato del suo messaggio!
  • Il racconto n. 7 “La Vacca”, quello che mi ha fatto maggiormente rabbrividire e rattristare, tanto da voler entrare io nella storia per fare un po’ di giustizia tra i vari personaggi 😊

A volte, neanche si presentava in classe, con la mente. Il suo corpo poteva essere lì, tutto composto, col giacchetto addosso e lo zaino in spalla, ma la mente no – quella era lontana: rivolta a ricordi lontani. L’asilo, il cortile; lei che era una bambina come tante: né speciale, né diversa.

  • Il racconto n. 18 “Diverse melodie”, come si suole dire: breve, ma intenso!
  • Il racconto n. 29 “Il giacchetto”, così triste, così ingiusto!
  • E per finire il racconto n. 33 “Carta bruciata”, in cui affiora la falsità e la mancanza di empatia tra gli uomini, tra l’altro amici…

I racconti del disagio” è disponibile sul sito di Caravaggio editore, dategli un’occhiata, mi raccomando!

Stories

Flusso di coscienza da lavaggio denti con spazzolino elettrico

Ho un sonno da svenire, ma devo lavarmi i denti… Impugno lo spazzolino elettrico, comprato con la speranza di sfoggiare un sorriso alla Julia Roberts il prima possibile, e mi lascio cullare dal suo ronzio.

Destra, sinistra

Su, giù

Tenero spazzolino rosa, sfrega bene le gengive, eh..

Non lasciare nessun residuo, mi raccomando…

Lucida a puntino canini e incisivi, che quelli si vede subito quando sono fuori posto…

Chissà se è vero per davvero che lo spazzolino elettrico è migliore di quello tradizionale

Bah… quanta pubblicità che fanno…

Non ci posso credere che sia già 1 mese che sono chiusa in casa

…e chi l’avrebbe mai detto? Non pensavo di essere in grado di resistere così tanto…

Proprio io che la casa non l’ho proprio mai considerata un tassello essenziale del mio ménage

Proprio io che ho sempre preferito rilassarmi su una panchina in piazza, piuttosto che sul divano…

Ora sul divano ci abito! (insieme al gatto, al pc, ai libri e a Netflix…)

Oddio, l’ho mandata la newsletter? Sì… sì… l’ho mandata…

Mi devo ricordare di appuntarmi quell’idea per il post,

magari prima di andare a dormire…

Vorrei riempire mille liste,

vorrei fare una lista con tutti i posti in cui vorrei andare dopo questa reclusione forzata

poi vorrei farne un’altra con tutte le cose che voglio riprendere

e poi ancora un’altra per organizzare… vabbè lasciamo perdere, non corriamo troppo va’…

Certo che sti due minuti sono lunghi eh… non ha ancora finito di vibrarmi sui denti!

Però è rilassante… hai anche il tempo di guardarti tutti i brufoli che ti sono comparsi in faccia e quanto sei pallida in viso… no, questo non è un grande vantaggio, ora che ci penso!

Dio mio, che capelli! Sembro medusa negli anni 2000… quanto desidero una parrucchiera, che a) mi lavi i capelli, massaggiandomi tutto il cuoio capelluto e b) mi crei un’acconciatura che mi faccia sentire super-figa!

Quanto sono lontani quei giorni in cui assomigliavo ad un essere chiamato “donna”…

Bè, però in questo periodo sto alimentando la mente… il che non guasta… sicuramente ho ripreso molto il contatto con ciò che conta veramente…

Smettila, vocina delle balle, ho capito che senza trucco non me se po vedè… ma non riesco proprio a riempirmi la faccia di fondotinta, ombretto, mascara e fard e poi (ripeto) starmene seduta sul divano con il computer in braccio tutto il giorno, capito?

Da quanto tempo non vedo la mia famiglia,

praticamente questo si sta per rilevare quasi il periodo più lungo,

la distanza temporale più ampia,

a meno che a maggio davvero non allentino un po’ le maglie del decreto, allora non sarà così.

…alla fine in Irlanda ci sono stata tre mesi….

però mi sembra di essere chiusa in casa da molto più di un mese.

Che strana la concezione del tempo… a volte mi sembra di essere ferma, bloccata, chiusa…

…attimi in cui invece progetto, invento e immagino nuove cose e mi sembra di viaggiare davvero e di stare ancora in movimento, proprio come prima di questa quarantena.

…attimi, invece, in cui non vorrei più uscire di casa, vorrei continuare a starmene rinchiusa qui, al sicuro, al calduccio, sul mio affezionato divano…

Oh ma che importa! Finalmente, spazzolino, hai compiuto il tuo lavoro!

Finished!

Wow, che denti bianchi! Ottimo acquisto direi! 5 stelline! Iper soddisfatta!

Ripongo lo spazzolino elettrico e vado a dormire

Reviews

“Kilmeny del frutteto”, romanticismo, suspense e intrigo!

Cari lettori,

non vedevo l’ora di scrivere una nuova #recensioneblue riguardante questa lettura, che ho acquistato, su consiglio di Paride di @leggendoatestalta, da Caravaggio Editore.

Se avete seguito alcune delle mie stories, avete capito qual è il book in questione… 😊 Sto parlando di…:

Kilmeny del Frutteto

la cui autrice è Lucy M. Montgomery, la madre del fortunato libro “Anna dei Tetti Verdi” (vi ricordate del cartone-manga giapponese “Anna dai capelli rossi”?)

Il cartone giapponese “Anna dai capelli rossi” tratto dal libro “Anna dei tetti verdi”

Vorrei, come sempre, snocciolare i 3 punti, che rendono ancora più rappresentativa la nostra #recensioneblue:

1) LA TRAMA. Kilmeny, una ragazza dalla storia un po’ tenebrosa, un po’ misteriosa, ed Eric, un ragazzo giovane e sensibile, che le catturerà il cuore. Apparentemente una comune lovestory, ma non è davvero così, c’è molto di più! Descrizioni particolari e dettagliate dei luoghi, dove si ambientano gli incontri di Eric e Kilmeny, sentimenti e cuori palpitanti, intrighi e vecchi fantasmi del passato, che tornano a disturbare le sorti della vita presente. Insomma, una trama che non annoia e che fino alla fine mantiene incollati alle pagine!

2) IL PARAGRAFO DEL CUORE

Sotto il grande albero di lillà, bianco e frondoso, c’era una vecchia panca cadente di legno; e su di essa sedeva una ragazza che suonava un vecchio violino marrone. I suoi occhi erano fissi sull’orizzonte lontano e non vide Eric. Per qualche istante egli restò lì e la guardò. Il quadro che ella costituiva si impresse nella sua visione fin nel minimo dettaglio, per non essere mai più cancellato dal libro della sua memoria. Fino all’ultimo suo giorno Eric Marshall avrebbe ricordato vividamente quella scena, così come la vide… l’oscurità vellutata del bosco di abeti, l’arco di cielo di morbido splendore, i boccioli di lillà ondeggianti, e nel mezzo la ragazza sulla vecchia panca con il violino sotto il mento.

Perché ho scelto questo paragrafo?

In primis, è uno dei momenti cardine della storia, ciò che il lettore attende con trepidazione, proprio perché Kilmeny, che dà il titolo al libro, non compare dalle prime pagine della storia. Perciò, ci si aspetta di leggere di lei da una pagina all’altra… Si è portati a credere, inoltre, che prima o poi la scrittrice introdurrà l’incontro tra lei ed Eric, quindi il “loro momento”, dove finalmente si conosceranno… Per quel che mi riguarda, temevo che il fatto cadesse nel banale e che non gli venisse dato un tono significativo, ma… essendo diventato il PARAGRAFO DEL CUORE racchiude le parole e le frasi, che mi hanno più ammaliata e affascinata!

3) DA LEGGERE SE… adorate i romanzi del secolo scorso e se vi sentite un po’ ottocentesche/i…

A proposito del “sentirsi ottocenteschi”, penso che tutti noi abbiamo vestito i panni di Kilmeny o di Eric; oppure, ognuno di noi ha sognato una storia d’amore o ha avuto un colpo di fulmine per qualcuno/a… Kilmeny rappresenta l’entusiasmo dell’amore giovane, l’adrenalina delle prime volte e l’infatuazione dell’amore a prima vista, che fa palpitare violentemente il cuore. Eric è il principe delle favole, l’uomo dolce e premuroso alla Pretty Woman maniera. In un certo qual senso, questa storia d’amore, raccontata così sapientemente dall’ingegno e dall’immaginazione della Signora Montgomery, sembra il preludio a tutte le commedie romantiche e a tutte le serie tv adolescenziali, che sono state sfornate nel nuovo millennio!

Adoro il romanticismo, anche quando alza troppo l’asticella e arriva ad essere troppo melenso o sdolcinato. Sì, lo so, sono irrecuperabile!

Infatti, sono una fan sfegatata di Dawson’s creek e The O.C., passando per Beverly Hills e Friends! In questo libro, mi sono resa conto che noi, neo-romantici degli anni 2000, dobbiamo tanto alle scrittrici come Lucy M. Montgomery, che ci hanno insegnato tutto ciò che dobbiamo sapere! Lo testimonia il primo incontro tra Kilmeny ed Eric, quel fermo-immagine, che vedrei davvero ben rappresentato in una produzione cinematografica!

La scrittura dell’autrice è così lineare e semplice, quanto profonda e descrittiva, che è impossibile non bere la storia nel giro di poche ore! Ho apprezzato molto le descrizioni dei luoghi, ma soprattutto di quel magico e galeotto frutteto. Le pennellate con cui Lucy Montgomery delinea quei paesaggi non sono mai fuori luogo o noiosi, ma addirittura indispensabili ad arricchire il quadro, che il lettore nella propria mente dipinge, man mano che i suoi occhi scorrono tra le righe del libro:

Attraverso una lunga valle orlata da ombre, c’erano altipiani di tramonto e grandi laghi rosa e zafferano nel colore dei quali l’anima avrebbe potuto perdersi. L’aria era profumatissima per il battesimo della rugiada, e per l’olezzo di un’aiuola di menta selvatica che egli aveva calpestato. I pettirossi cinguettavano, distinti, dolci e rapidi, nei boschi intorno a lui.

È straordinario il modo con cui in poche frasi la scrittrice riesca a descrivere paesaggi così poetici e bucolici, che, mentre vengono immaginati, sembra di vivere tutto dal vivo, come uno dei personaggi del libro. Questo è uno dei punti di forza del libro!

Non vengono, inoltre, trascurati i ritratti, che la scrittrice dedica ad ogni personaggio, dove spicca più di tutti quello di Kilmeny, definita da una descrizione, degna di una dea greca:

Il suo volto era ovale, segnato in ogni suo tratto da cameo e in ogni lineamento da quell’espressione di assoluta e perfetta purezza che si può trovare negli angeli e nelle Madonne degli antichi dipinti, una purezza che non aveva in sé la benché minima macchia di cose terrene. […] Gli occhi erano di un azzurro che Eric non aveva mai visto in altri occhi prima di allora, il colore del mare calmo, della luce quieta che segue un bel tramonto; […] La pelle delicata e del colore esatto del cuore della rosa bianca.

Kilmeny è bella quanto dolce e di buona compagnia, ma come in un ogni favola, in cui la lotta tra il bene e il male è all’ultimo sangue, anche dentro di lei vi è una sorta di tacita battaglia, che le ha lasciato un segno, fin dalla nascita: Kilmeny è purtroppo muta, non emette suoni, se non la risata, che tanto delizia il suo Eric. Questo piccolo difetto mette a serio rischio il coronamento del loro sogno d’amore, ma costuisce anche il perno, che regala al lettore fino all’ultimo suspense e timore del finale. Montgomery, oltre che scrittrice, rivela un’ottima abilità psicologica nello spiegare il motivo del mutismo di Kilmeny, che però non voglio rivelare per non rovinare il gusto della lettura del romanzo!

Per chi ama i libri illustrati o le illustrazioni antichizzate, al fondo del libro vi sono anche le tavole illustrate, che erano già presenti nella prima edizione, risalente al 1910.

Kilmeny del frutteto” è un romanzo edito da Caravaggio Editore a cura di Enrico De Luca, ordinabile anche online dal sito della stessa casa editrice.

Reviews

“Il racconto dell’ancella” per sfuggire alla quarantena da COVID-19

Cari lettori,

questo weekend mi ha tenuto compagnia un romanzo, che sicuramente molti di voi avranno già letto e riletto: “Il racconto dell’ancella”, di cui è anche molto famosa la serie tv (purtroppo non sono riuscita a vedermela e non riesco a trovarla da nessuna parte, qualcuno può aiutarmi?). Questa recensione è dedicata a chi ha sempre sentito parlare di questo libro, ma non ha ancora avuto l’occasione di approcciare la sua lettura.

Partiamo come sempre dai nostri 3 punti per dare una caratterizzazione a questa #recensioneblue:

1) LA TRAMA. Il romanzo è ambientato in un mondo che ancora non esiste, una specie di futuro prossimo, che però non è mai esistito nella realtà (per fortuna…). Ci troviamo all’interno di un regime totalitario, che ha rovesciato il governo degli Stati Uniti, stravolgendo completamente la vita quotidiana, come tutti la conosciamo. La società è rappresentata da una sorta di piramide, al vertice della quale ci sono i Comandanti sposati alle loro Mogli. Al loro completo servizio, Offred, la protagonista, ci racconta l’oliata organizzazione che si dipana come una solida gerarchia dalla classe dei Comandanti in poi. Vi sono, perciò, le Ancelle, donne fertili utilizzate dai Comandanti, nel caso le Mogli non possano avere figli, le Marte , serve nel vero senso della parola, che trovano un equivalente maschile nella figura dei Custodi, uomini a cui è vietato andare con le donne, gli Occhi, i membri dei servizi segreti del governo, gli Angeli, i soldati dell’esercito, le Zie, le guardiane del rigore morale delle donne, le Ecomogli, donne sposate a uomini di basso ceto sociale, e le prostitute. Offred è un’ancella, che ha inciso la sua storia sul nastro di una musicassetta, ritrovata più di un secolo dopo. La sua vita si articola tra i ricordi di quello che è stato prima che diventasse Ancella e ciò che invece è costretta a sopportare nella sua condizione attuale.

Non resta che leggerlo per capire tutto ciò che ha da dirci la nostra Offred!

2) IL PARAGRAFO DEL CUORE Sul post uscito su Instagram ho selezionato alcuni dei paragrafi del cuore, quelli che mi hanno colpita di più (andate a dare un’occhiata per capire meglio il mood di questo bellissimo libro). Sul blog vorrei inserire un’altra citazione, quella che ha preso il posto della “citazione preferita”, mentre leggevo questo libro:

Ma io non voglio più andar via, scappare, attraversare il confine verso la libertà. Voglio restare qui, con Nick, dove posso vederlo. Nel dirlo mi vergogno di me, eppure, anche ora riconosco in questa ammissione la prova di quanto mi fosse indispensabile Nick. Mi sento giustificata, come da una sorta di malattia, di morte, di guerra. Una storia seria. Tanta serietà nei confronti di un uomo non mi sarebbe parsa possibile un tempo Certi giorni sono più razionali. Non vedo tutto sotto la specie dell’amore. Penso che in qualche modo, mi sono fatta una vita anche qui. È quello che pensavano le mogli dei colonizzatori, le donne sopravvissute alle guerre, quando avevano ancora un uomo. Siamo tutti molto adattabili, diceva mia madre, ed è davvero stupefacente constatare a quante cose ci si può abituare, purché ci sia un compenso.

3) DA LEGGERE SE… vi piacciono i romanzi distopici (in primo luogo) e se avete pazienza di capire il libro piano piano, senza fretta…

Il racconto dell’ancella” è un libro che sviluppa la pazienza. Sono soddisfatta di averlo letto in questo periodo, un po’ statico, un po’ lento, perché è la giusta lettura da assaporare. Non nego che per la prima parte del romanzo mi sia sentita desiderosa di scoprire subito tutto quello che c’era da sapere. No, non è questo il modo di avvicinarsi a questo libro. Bisogna immergersi poco a poco e lasciare che la trama si snodi lentamente, in modo che i vari fatti che accadono ti lascino veramente senza parole!

Partendo dal presupposto che questo libro è stato ultimato nel 1985, credo che anche lo stile e il ritmo dei contenuti si addicano molto a quegli anni lì. Penso che si debba anche tenere conto di questo particolare.

Il paragrafo del cuore che ho selezionato vuole essere l’essenza, che mi è stata trasmessa. Lo voglio anche considerare una specie di messaggio, racchiuso per me dentro al libro, per farmi capire meglio il periodo che stiamo attraversando e che ogni soggetto individualmente vive con le proprie paure e insicurezze.

Offglen ci ricorda che l’essere umano è ADATTABILE. Una splendida parola, un dono, che è stato dato a tutti noi! Siamo tutti adattabili… come anche lei, che vuole dimostrare, come in un mondo così lontano da quello che aveva vissuto fino a qualche anno prima, sia riuscita a trovare “una soluzione”, per superare lo sconforto e il disagio. Anche in questo caso, qual è stata la soluzione? L’amore… un amore inteso come una scappatoia, una via d’uscita a cui aggrapparsi, una sorta di effetto placebo, che aiuta a superare quel qualcosa di insormontabile, come la condizione di Ancella, a cui è stata destinata.

Nick, infatti, non è sicuramente l’amore per sempre, l’uomo dei suoi sogni, no! È un salvatore, il traghettatore che la trasporta da una condizione di sottomissione totale ad una di leggerezza e libertà, anche solo per qualche ora.

Offglen è fragile, ma allo stesso tempo un personaggio forte e dalla fibra resistente, tenace nel barcamenarsi tra gli attori di quel nuovo assetto societario. L’ho adorata mentre spiegava la sua vita precedente, con suo marito Luke e la loro figlia di pochi anni appena. La tenerezza che viene dipinta nel raccontare il rapporto tra lei e la figlia rivela una scrittura dolce e a tratti molto materna.

Il rapporto tra lei e il Comandante, invece, si rivela misterioso e non molto chiaro fino alla fine: un passaggio che tiene l’attenzione molto alta e l’interesse così si acuisce molto.

Un libro che mi ha fatto ricredere dopo le prime 100 pagine, che servono al lettore per entrare in un mondo davvero sottosopra.