Poetry

Solo perché non ha senso, non vuol dire che non esiste

Chissà perché quando si cerca di esprimere a parole un proprio stato d’animo, uno qualsiasi, dalla tristezza alla gioia, dalla malinconia alla nostalgia, il primo strumento a cui si ricorre è la poesia. A me capita questo. Provo a scrivere pensieri o piccoli elaborati scritti, ma non c’è niente da fare: alla fine solamente le poche frasi scritte in maniera diretta e senza troppi fronzoli, che io definisco con un po’ di presunzione “poesie”, riescono a raccontare davvero ciò che provo in quell’istante.

La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca

Leonardo Da Vinci

Ecco che allora ha preso vita questo ciclo di poesie, illustrate con nuovi colori e nuova arte da Giulia! E’ da un po’ che ne parliamo… lo sappiamo, ma come vi avevo anticipato su Ig, l’arte ha bisogno di pazienza 🙂

Fateci sapere in quale poesia o in quale disegno vi sentite maggiormente rappresentati/e! Ci farebbe molto piacere 🙂

Wasted Time

Non temere che non arrivi mai 
Non temere che non accada mai
Si vive di wasted time:
stupide, insulse, deboli ore
 Si vive di “magari”, “forse”, “se”:
sciocche, fatue, vuote aspettative
 Si pensa, attendendo
Si ama, reclamando
Si agisce, elaborando laccate illusioni
che alimentano la noia bastarda
che si mangia in un solo boccone
Tutta l’anima

STAND-BY

 Tutto evolve e tutto cambia,
anche se tu non te ne accorgi,
o almeno non ti sembra.
 I dolori, la felicità effimera, l’infatuazione,
la freddezza di una decisione,
la delusione,
la caduta dell’ideale,
la fiducia perduta,
la speranza,
la rassegnazione,
la morte,
 tutto evolve e tutto cambia,
anche se tu te ne stai ferma,
seduta su quella sedia a pensarci su,
a teorizzare,
a mitizzare,
a vivere inerme
lo scorrere degli eventi,
 attendendo che sia il tuo momento
per fare una qualsiasi azione
di protesta.
 Ehi, esisto
Ehi, io ci sono
Ehi, non sono ferma davvero!
 È solo che non sento,
non vedo,
non percepisco niente
di quello che attualmente sono:
 sento solamente
il flusso dei pensieri contorto,
un groviglio,
un nodo unico,
indecifrabile;
 sento solamente
il corpo come un gigantesco cubo di marmo,
pesante,
scomodo,
ingombrante,
non trova nicchia,
che possa contenerlo;
 sento solamente
la sordità della mia voce,
lo strangolamento delle mie orecchie,
il silenzio ostinato dei miei occhi.
 Stand by della vita,
metto in stand by.

Stand by dei sentimenti,
metto in stand by.

Stand by delle idee,
metto in stand by.

Stand by del tempo,
che rifiuta la mia volontà,

perché continua a scorrere,
continua a cambiare il tutto,
continua a farlo evolvere.

Il Cerchio della Vita

 Cerchi concentrici,
sono le vite abbandonate,
avvinghiate inesorabilmente al flusso
delle volontà del caso.
 Roteano e il loro movimento è placido,
ma consistente.
 Si scontrano e
si mischiano,
interrompendo per brevi momenti il loro vagare.
Il cerchio poi ricomincia,
 convulso, 
crudele,
spietato.

UNA NUOVA ME

 Esistesse un altro mondo,
un'altra vita,
un'altra me,
un altro posto,
dove poter
nascere, crescere, diventare, accadere.
 Esistesse un'altra occasione,
un'altra possibilità
o solo un altro modo
per riscattarsi,
grazie al quale cambiare, evolversi.
 Ritrovarti in una nuova epoca,
dove non esiste più niente di quello che
ho conosciuto finora.
 Rivederti in un luogo deserto,
dove poter
far nascere qualcosa di nuovo.
 Allora direi sì, lo voglio.
Ma fino ad allora,
ti dirò solamente no.

Via

 Vai via di nuovo. 
 Ripiombo nel mio stato d'animo
malinconico perenne.
 Vai via ancora,
mi abbandono alle mie origini
primordiali.
 Lascio che la mia mente si afflosci
sul cuscino rosa del divano grigio,
che i capelli si lascino andare,
 alcuni cadendo danzano per l'aere della casa,
compiendo stupidi balletti civettuoli,
che mi infastidiscono non poco,
 gli altri, invece ammorbidiscono
il riccio noto,
che dà del movimento
alla totalità del mio aspetto.
 Mi sento come un albero
nella stagione autunnale,
mentre perde le sue foglie.
 Stando soli,
si vede la confusione,
si percepisce il rumore di vecchie credenze,
di antiche parole,
del passato trascorso, che torna a palesarsi
negli angoli più remoti della casa.
 Succede solo a me tutto questo?
Come può aver senso?
 Solo perché non ha senso,
non vuol dire che non esiste,
non vuol dire che non è reale.
 Quando vai via,
non riesco a trattenermi:
apro la porta inconsciamente
a ciò che tengo
chiuso a chiave
quando tu sei con me.

Il Miracolo dell’annullamento dei SE

 Se ci fossero almeno infinite possibilità,
una volta individuata la strada,
una volta decisa la via,
una volta fatta la scelta.
 Se ci fosse almeno il modo di cambiare idea,
una volta che quel nuovo mondo sia stato aperto,
una volta che il passo è stato compiuto.
 Se si potesse indugiare, invece, 
solamente per un istante,
deviare la rotta,
perderne il controllo.
 Se si riuscisse ad avere il fermo-immagine della propria identità,
riuscirei ad estraniarmi da me stessa,
uscire dai miei panni,
togliermeli,
guardarmi dal di fuori,
completamente nuda,
completamente me stessa,
 E se magari da quella prospettiva,
compissi un miracolo?
 Il miracolo dell’annullamento dei SE 
Reviews

“Come farfalle sull’acqua” di Monica Tedeschi: delicato, elegante e volubile… proprio come le farfalle!

Oggi vi parlo di una delle ultime letture che ho terminato: “Come farfalle sull’acqua” di Monica Tedeschi, una talentuosa artista fotografa, alle prese con l’esordio di questa sua prima opera letteraria.

Per prima cosa, ecco i 3 punti, per introdurvi al meglio questa recensione:

1) LA TRAMA. L’autrice racconta la sua vita, fatta di una obbligata convivenza con la depressione bipolare, causa e anche un po’ merito della sua difficile, ma straordinaria crescita personale e professionale. La scrittura è scorrevole, vera, senza filtri, senza edulcorazioni e senza congetture. Monica attraversa alcuni episodi della sua biografia, spiegando con cura la sua esistenza costellata dall’eterno conflitto di creazione e distruzione dato dalla depressione. Si ispezionano i rapporti umani, le relazioni affettive e lavorative e le difficoltà nell’accettare questo ostacolo, che arriva a forzare decisioni, rinunce e fughe.

2) IL PARAGRAFO DEL CUORE. Nasciamo piangendo, cresciamo in conflitti interiori e sociali, diventiamo adulti in mondi e società che cambiano repentinamente, invecchiamo spesso quasi mai pronti all’invecchiamo stesso.

Viviamo sapendo di morire, due estremi filosoficamente inaccettabili, sembra di essere venuti al mondo con una conditio sine qua non.

È come se ci dicessero alla nascita, quando gridiamo il primo pianto… ecco ora sei qui, ma è solo un passaggio. Ora sei ma non si sa quando non sarai più.

3) DA LEGGERE SE… vuoi approfondire questa tematica importantissima, ma spesso un po’ trascurata, ovvero la depressione bipolare.

La depressione bipolare è una materia, che si può definire “moderna”, “ostica” e in molti casi difficile da tenere sotto controllo. Mentre, leggevo il libro di Monica, mi è capitato di soffermarmi per diversi minuti su alcuni brani del suo racconto, di rileggerli 2 o 3 volte e di rimanere per alcuni secondi a pensarci su.

Monica parla senza inibizione delle sue alternanze di fasi profondamente depressive a fasi al contrario molto euforiche. La destabilizzazione, che lascia questo gioco di cambiamenti, è dura da combattere e non si può fare finta di niente.

Mentre leggevo il libro di Monica, ho cominciato a guardare anche la miniserie “Modern Love” su Amazon Prime Video. Tra il scettico e il sospettoso-andante, ho deciso di dare una possibilità a questi otto episodi, che hanno l’intento di parlare dell’amore dei “nostri” tempi, i tempi moderni, il nuovo millennio, che regala amori un po’ impossibili, o solamente un po’ indecisi a partire e a fare il botto. Ogni episodio tratta di una storia d’amore particolare e sempre diversa, che viene poi supportata nell’andare avanti o nel concludersi da una specie di “persona-catalizzatrice”, che aiuta il/la protagonista a prendere la decisione giusta.

Uno degli episodi che più mi ha colpito è proprio quello riguardante la depressione bipolare, che vede una stupenda e bravissima Anna Hathaway, nel ruolo di una ragazza affetta da questo disturbo. In questo episodio di Modern Love, viene fuori la sofferenza e la difficoltà nel mantenere e approfondire anche solamente una conoscenza con un ragazzo incontrato una mattina qualunque in un supermercato. Anna Hathaway, che interpreta il ruolo di un avvocato in carriera, combattuta dal confronto che subisce tutti i giorni nel lavoro e in famiglia con il bipolarismo, riesce finalmente ad essere aiutata dalla sua collega (ecco, che compare la catalizzatrice!) ad uscire dalla bolla di sapone che si era costruita. E… finalmente anche io ho avuto il mio lieto fine! 😊

Guardando questa storia e continuando a leggere Monica, ho trovato davvero tanti punti in comune: primo fra tutti, il dispiacere di rinunciare a qualsiasi sfida, relazione o situazione. Seconda cosa, la continua necessità di fuggire e cambiare vita, che nasconde una necessità di scappare da un destino più grande di sé stessi, in alcuni momenti troppo impegnativo per far sì che venga affrontato da sole/i. Come in Modern Love, anche nel libro di Monica sono riuscita a trovare LA persona catalizzatrice, che è incaricata di cambiare le sorti dei nostri destini e regalarci il nostro MERITATO (seppur sofferto) lieto fine: proprio il suo papà, che fin dalla scoperta del bipolarismo, non abbandona Monica in nessun momento, diventando una delle spalle migliori a cui affidarsi e spronandola a dare sempre il meglio di sé stessa in tutto ciò che crea, affronta o semplicemente vive!

“Come farfalle sull’acqua” è un libro stimolante, da cui non riesci a staccarti, fin dalla prima pagina!

Spero che lo leggerete presto! Alla prossima recensione! Bye!

Stories

Dove nascono i ricordi dei figli?

Ero a casa di Alberto, detto Billy da tutti noi colleghi. Stavo aspettando, che finisse di prepararsi, seduta sul suo divano di pelle nera in salotto. Ci eravamo dati appuntamento a casa sua per poi partire verso Roma. Pochi giorni prima, eravamo stati chiamati dal “Grande Capo” della sede centrale dell’azienda per una riunione straordinaria, ma entrambi non avevamo idea di cosa volesse comunicarci. Il “Grande Capo” non aveva voluto menzionarci nulla a proposito; aveva concluso la chiamata, dicendo solamente: “Penso che sia opportuno che prendiate il primo treno diretto per Roma.”

– tu-tu-tu-tu-tu –

Disorientati, Billy ed io ci eravamo scambiati uno sguardo perplesso. Non capivamo come mai ci fosse una tale urgenza. Acquistai subito due biglietti del treno.

La casa di Billy era davvero particolare: arredata con gusto, piena di suppellettili deliziose, qualche oggetto di design sparso in angoli ben precisi dell’alloggio. Si intuiva che c’era una presenza femminile, a cui andava il merito della buona riuscita dell’organizzazione di tutta la mobilia.

Cominciai a passeggiare avanti e indietro per il salotto. Mi incuriosivano le numerose fotografie appese alle pareti: grandi cornici, che contenevano tanti collage di foto di Billy, sua moglie e i due bambini. Erano così graziosi. Adoravo guardare quei momenti di vita rubati, cliccando semplicemente il bottone centrale del cellulare. Continuavo ad osservare, soffermandomi su ogni particolare. È piacevole permettere proprio alle foto di far tornare alla mente attimi passati da tempo.

Anche da bambina mi divertivo a scrutare i vari portafoto di casa mia. Entravo nella camera da letto dei miei genitori, mi sedevo sul letto e indirizzavo lo sguardo al comò, dove erano posizionati in modo geometricamente perfetto tutte le foto della loro gioventù e dei primi momenti dopo la mia nascita. Stare in quella camera mi piaceva tanto, mi sentivo al sicuro: vedere una me neonata, stretta tra le braccia di mamma e papà, mi faceva stare tranquilla. Negli anni a venire, l’entrare in quella camera mi ha sempre procurato la medesima sensazione: uno strano pizzicorino di felicità allo stomaco, una leggera eccitazione, una misteriosa percezione di vittoria sul mondo esterno.

Continuando a passeggiare per il salotto, mi chiesi se anche i figli di Billy fossero sensibili al posizionamento dei portafoto delle loro case e se anche a loro facesse piacere avere sotto agli occhi i loro progressi di crescita tra un’estate al mare e una Pasqua in montagna.

Era questo il punto: dove nascono i ricordi dei figli?

In una camera da letto dei genitori? Nell’anticamera del salotto? Sul tavolino di fianco alla televisione, dove è posizionato quel buffo soprammobile, che ha regalato il bisnonno alla nonna della mamma?

Le fotografie servono a far memorizzare ai figli da dove si è partiti, chi eravamo prima e dopo di loro, cosa abbiamo imparato, dove andavamo, e via dicendo. Colui che si mette dietro l’obiettivo, inquadra, incornicia per sempre chi in quel momento dev’essere al centro dell’attenzione del dispositivo. Poi c’è il click. Si immortala la bellezza. Catturata per sempre dentro a tanti pixel. Ora siete un ricordo. Ora è per sempre. Ora nessuno vi può cambiare da come siete stati presi. Ora è la bellezza per eccellenza, quella su cui avverranno i paragoni futuri. Questo impareranno i vostri figli, questa foto qui. Questa da adesso in poi sarà il tipo di bellezza a cui loro si abitueranno. La loro memoria è nata così. Da quelle foto. E saranno proprio quelle foto che li rassicureranno, li faranno sentire al sicuro. A mano a mano che la memoria aumenta, restituirà ricordi più nitidi e forti. Costruirà una sorta di porta-gioie, in cui loro potranno riporre tutto ciò che li fa stare meglio. Ci saranno anche quelle foto, quelle camere, quegli angoli a loro così familiari, dove hanno iniziato a ricordare.

Mentre riflettevo su quali di quelle foto fossero le preferite dei figli di Billy, la porta della camera da letto si aprì. Billy uscì con il suo bagaglio in una mano e la giacca nell’altra.

“Possiamo andare!”, mi disse entusiasta, “Scusa se ci ho messo tanto… non trovavo il carica-batterie!”

“Figurati! Nel frattempo, ho dato un’occhiata alla tua casetta, davvero carina!”

Billy sorrise timidamente, “Eh… merito di Elena, se non ci fosse lei, sarebbe un disastro!”

Salimmo in macchina e ci dirigemmo alla stazione. Eravamo impazienti di sapere cosa volesse dirci di tanto urgente il “Grande Capo”.

Reviews

“Lo Scopatore di Anime” di Pablo T: il libro che rompe gli equilibri, sgretola gli schemi e disturba l’anima

Giorno di prima recensione… Giorno speciale!

Cercherò periodicamente di parlare delle letture che intraprendo, concentrandomi su quelle che maggiormente mi colpiranno (ovviamente, no? 😊 ). Inizio con il dare un layout a questa nuova rubrica del blog. Perciò, prima di sciorinare tutto ciò che di bello mi è piaciuto dei libri, di cui tratterò, aprirò sempre la sezione della recensione con questi 3 punti introduttivi:

  1. La trama
  2. Il paragrafo del cuore
  3. Da leggere se…

in modo da darvi un primo “assaggio” di quello di cui si andrà a parlare nella recensione. I 3 punti servono anche per capire se può essere un libro, che stuzzica la vostra curiosità o meno, quindi leggeteli attentamente, vi sapranno consigliare 😊

Inauguriamo questa nuova rassegna con un libro, che mi ha davvero appassionato: “Lo Scopatore di Anime” di Pablo T, il quale autore mi aveva preannunciato che sarebbe stata una lettura tosta (anche se le parole, che ha usato lui, sono state altre! 😊 ).

Andiamo, quindi, a scoprire i 3 punti:

1) LA TRAMA. Rendiè è uno scrittore e poeta, che ha perso apparentemente l’ispirazione e il coraggio di comporre. Vive in un piccolo appartamento in periferia e durante il giorno lavora in una società di assicurazioni come archivista e addetto ai reclami. La sua inadeguatezza nei confronti del mondo e il suo rifiuto per adeguarsi alla società in cui vive, lo rendono nervoso e deluso nei confronti della vita stessa. L’incontro con Regina, la “bionda intelligente dalle gambe di gazzella”, riesce a scuoterlo un poco, anche se il rapporto tra di loro è complicato. La sua stanchezza morale prenderà il sopravvento e lo porterà a prendere una decisione risolutiva per imporsi sul mondo con parole profetiche e vere.

2) IL PARAGRAFO DEL CUORE.Bisogna andare. Non so dove. Ma, dobbiamo andare. Due occhi non possono mai bastare, la strada t’insegna e ti mastica nello stesso momento. Per questo fottuto egoismo, necessito dei tuoi capelli come radici sulle quali aggrapparmi, dei tuoi occhi come fari nella notte nuda ed insensata, ho bisogno di mani come voli di rondine da cui ripartire. Perché il viaggiatore ha patria nel vento, alberga nei più piccoli pensieri, si orienta con gli odori, punta le stelle e, qualche volta sorride. Ti porta con sé, ti indossa sugli occhi e, sollevandosi il bavaro della giacca, ringrazia di essere ancora vivo.

3) DA LEGGERE SE… vuoi sentire una voce grossa che spezza un coro di voci monotono, se il sistema ti sta stretto, se la provocazione è il tuo stile di vita!

È proprio l’inizio del libro che ti lascia senza fiato. Non ero arrivata a pagina 5, che già avevo la percezione che ciò che da sempre penso della società odierna fosse riuscito a scriverlo Pablo T in poche pagine: le parole sono quelle giuste, il tono anche e i modi pure! Mi sono sentita protagonista del libro, come se al suo posto ci fossi davvero io! Dopo aver letto poche pagine, è stato inevitabile non pensare: “Finalmente qualcuno che riesce a dire in modo così chiaro ed esaustivo quello che ho in testa!”.

La voce di Rendiè è la voce di tutti coloro che sono stufi di dover subire le apparenze o essere schiavi del dio denaro o trovarsi in un mondo popolato solo da beni materiali, più che da ideali e filosofie. Tutti noi possiamo essere Rendiè; i problemi che affronta sono quelli che noi, popolo del 2000, siamo costretti ad affrontare. Le sue incertezze sono le nostre, come la mancanza di punti fermi, ma anche di modelli di riferimento.

Mentre ero impegnata in questa lettura, è capitato di andare al cinema a vedere il nuovo film “Joker”, con lo strepitoso Joaquin Phoenix. Ho notato una certa somiglianza “stilistica” tra Rendiè e Joker. Entrambi sono personaggi in continuo contrasto e antitesi con la società, in cui vivono, ma che cercano in tutti i modi di emergere per sopravvivere, tentando di mettere la testa fuori dall’acqua per respirare. Rendiè è un modello positivo, che attraverso la forza del suo talento e del suo animo, trova un compromesso, che esplode nell’amore e nella autorealizzazione nella vita che ne scaturisce.

Mentre, Joker, purtroppo, un po’ meno fortunato, intraprende un altro tipo di strada, quella più buia e triste. Il messaggio finale, che fa riflettere, è come l’ambiente circostante possa influenzare a tal punto le decisioni di vita di un personaggio, come possa affossarlo, estrometterlo ed esiliarlo dal condurre una vita “normale”. Come sempre, è il bene che vince su tutto, quello che si trova in ognuno, grazie al quale si lotta a tutti i costi, pur di farlo trionfare sempre. Solo in questo modo la società può venir messa a tacere… una buona volta.

Pablo T conduce la scrittura magistralmente, il suo stile è accattivante, tagliente, a tratti poetico, in alcuni momenti diretto e convulso. In alcune pagine, sembra quasi di essere ad un tavolo di un bar a prendere un caffè con Rendiè, talmente si è presi ad esplorare il suo mondo introspettivo, le sue paure, i suoi pensieri e la sua filosofia di vita. Poi, come per magia, la sua vita si snoda, si avviluppa e si scioglie ancora, portandolo ad una formazione completa del suo io più profondo.

Lettura assolutamente consigliata!

Il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 2013, ma nel 2019 ha avuto una nuova pubblicazione con la casa editrice Letteratura Alternativa. Da quando ha vita, l’opera è stata considerata un manifesto in controtendenza, un libro che fa schierare, grazie al quale non si può non prendere una posizione! A mio parere, è uno di quei titoli che serve a scrollare la coscienza pubblica del terzo millennio, che parla e scuote le masse (sia di moralisti e perbenisti, ma anche di rivoluzionari e innovatori), una di quelle letture, che diventerà pietra miliare dei nostri tempi, proprio perché già il titolo stesso ha il compito di spezzare le catene dell’ipocrisia.

Tra gli altri libri che consiglio dello stesso autore, cito:

  • Ritratto borghese
  • Verrà qualcuno a salvarti

letture, che mi hanno accompagnato per tutta l’estate 2019!

Enjoy them!

…e se il libro ti è piaciuto, commenta ovunque vuoi!

Tutti i libri di Pablo T letti finora!
Poetry

Stati d’animo colorati

Il colore è da sempre materia di teorie e analisi, non solo dal punto di vista chimico o fisico, ma anche da quello psicologico ed estetico.

Secondo la fisica, il colore deriva dalla scomposizione della luce e viene misurato in lunghezze d’onda, mentre dal punto di vista filosofico e artistico, è impossibile non citare Vasilij Kandinskij, considerato uno degli psicologi del colore, che diceva:

In generale il colore è un mezzo per influenzare direttamente un’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, fa vibrare l’anima. E’ chiaro che l’armonia dei colori è fondata solo su un principio: l’efficace contatto con l’anima. Questo fondamento si può definire principio della necessità interiore.

Secondo Kandinskij infatti, qualsiasi colore produce un effetto sull’anima. Ecco perché viene ad instaurarsi un rapporto molto ravvicinato tra arte e spirito, in cui lo scambio e il contatto avviene in maniera vicendevole.

A proposito, anche noi abbiamo voluto apportare questo concetto al nostro lavoro. Gli “Stati d’animo Colorati” sono appunto la commistione di colori, illustrazioni e parole, che abbiamo impresso su carta e poi portato online per condividere con tutti voi.

Così, ogni stato d’animo si è tramutato in un colore, in una delle sfaccettature dell’anima, che la poesia ha poi raccontato nelle righe qui di seguito.

Qual è il vostro colore? Quale stato d’animo
in questo momento vi rappresenta di più?

…TENACE

Mi immergo nella vasca,
osservo il mio corpo ricoperto dall’acqua,
così trasparente,
mi sembra di osservare un acquario con dentro me…
Mi sento stanca…
Sono immersa nel silenzio,
unico compagno ammesso per tentare di rilassarmi un po’…
Mi assale la paura di non farcela,
di non essere abbastanza,
mi assale l’ansia di non riuscire:
se sono già a pezzi ora? E quando avrò un figlio?
Potrò ancora permettermi di essere stanca così?
di galleggiare dentro questa vasca piena d’acqua?
Mi giro su un fianco,
in posizione fetale,
il cuore mi si stringe,
l’inquietudine viene a galla e vuole mettermi la testa sotto
inizia una tacita guerra
tra me e lei,
se vuole sopprimermi,
ha sbagliato bersaglio!

…ROMANTICA

L’amore, un perenne equivoco!
Incastro tra sogno e realtà,
via di mezzo tra fantasia e concretezza
racchiude nella stessa essenza
due mondi paralleli,
così diversi tra loro,
da scontrarsi violentemente
senza tregua,
incapaci di arrivare
ad un accordo definitivo…
L’amore,
delusioni e gioie effimere!
Continui sbalzi d’umore,
lunatici discorsi,
parole continuamente
in bilico sulle righe di un foglio…
Sentimenti veri?
Emozioni uniche?
Per Sempre? No…
Illusioni portate dall’età…
Idee credute giuste
e rivelatesi infondate…
Visioni,
miraggi,
incanto…
Nulla di
più…
Solo la
triste realtà di una fredda ragione!

…POTENTE

Turbinio di emozioni,
mi sento spezzata in due, due parti di una mela che non si riappiccicheranno più.
Sì, perché quando tagli in due,
lo fai per dividere per sempre, la divisione è sempre per sempre,
 perché? 
Perché nel momento in cui lasci qualcosa,
non tornerà mai più come prima,
non appena riprendi da dove avevi lasciato, ti accorgi che è già evoluto tutto
un’altra
volta, e per sempre.
A me questo
è successo oggi.
Sono sempre stata la spettatrice di una divisione,
ma i protagonisti erano gli altri,
questa
volta invece tocca a me.
Non sono più quello che ero,
io ed io ci siamo divise,
sono un’altra io,
un’altra me,
una nuova me,
che desidera altro da sé stessa.
Guardo
fuori dalla finestra, la giornata è grigia, non promette bene
Guardo dentro il mio cuore, sempre quel turbinio di emozioni, che promettono bene, invece.  
Rimango a guardare interno ed esterno di tutto questo,
è un qualcosa che ha un non so che di ossimorico.
Mi piace.
Dividersi, per arrivare a qualcos’altro,
e poi desiderarlo, possederlo e sentirlo dentro di sé,
per tentare di riempire quello stupido vuoto
che quella divisione ti ha lasciato.

…ALIENATA

Stanchezza di nervi
Stanchezza di impulsi
Stanchezza di testa
Stanchezza, punto a capo.
Questa è una vita diversa, a cui non ero abituata,
Questa è una vita che ti fa competere con la tua capacità di avere a che fare con
rassegnazione
impotenza
e demotivazione
Questa è una vita fatta di bassi,
fatta di assenza di stimoli,
assenza di lividi,
perché tanto non ti muovi, sei costretta a star ferma e immobile
a guardare la gente passarti davanti,
a guardare la fila che scorre sotto ai tuoi occhi
stanchi di guardare
stanchi di fare il loro lavoro
stanchi di essere i tuoi occhi.
Vita di sopportazione
Vita di inquietudine
Vita di frustrazione
Questa è vita,
va bene così
punto
fermo.

…ANNOIATA

La vita capita, tutto qui.
Il resto sono solo obblighi e favori esistenziali.
Niente
serve a niente. Anche se molti vi diranno che non è così.
È tutto un enorme inutile spreco.
Spreco di tempo,
di pioggia,
di sole.
Le grandi e
le piccole cose.
Una qualsiasi
di queste serve ad alleviare questo dolore terreno: scontare la condanna di
vivere.
Siamo pesci rossi, che da una boccia di vetro verranno travasati in acquario,
credendo di aver guadagnato la libertà,
ma ben presto si accorgeranno dei loro nuovi confini:
così tutto sarà di nuovo angusto,
senza via d’uscita.
È soltanto un disorientamento, che capita sempre e ancora, di tanto in tanto
un beffardo smarrimento senza senso.
Puoi illuderti, certo, 
ma se ti trovi solo un attimo a pensare,
beh…
tutto è solo un inutile spreco.

…MALINCONICA

Ci sono giorni in cui ti penso ancora,
in cui vorrei ancora averti qui,
quei momenti in cui vorrei condividere ancora tante cose,
tanti giochi, tanti posti,
tanti cibi, tanti libri,
tante parole, tanti discorsi.
Quei momenti in cui vorrei sentire la tua voce che mi dice cosa dovrei fare,
vorrei proprio sentirmelo dire, per avere la certezza
che stia andando nella direzione giusta.
Quei
momenti in cui vorrei sapere da te cosa sia meglio decidere.
In quei giorni è una mancanza mortale,
e perciò mi sorprendo nell’accorgermi che
rimango incantata a guardare qualsiasi cosa,
un paesaggio, una macchina che sfreccia veloce,
un bambino in braccio al suo papà,
una vetrina di un negozio,
che restituisce il riflesso di una me impalata e inebetita,
come se l’assenza di te mi risucchiasse
all’interno di un purgatorio da cui non riesco più ad uscire
e mi lasciasse imbambolata,
mentre l’inesorabilità della vita continua a comandare ai suoi eventi
di andare
avanti.
In quei
giorni La Mia Vita sembra non andare avanti.
Poi quei giorni passano,
lentamente mi ridesto,
inizia l’ennesima riabilitazione di me stessa.
Dentro di me un cuore di caos e di vuoto
combattono un’eterna battaglia.

Stories

Controsensi cubani, ammmmmmericani e tiende improvvisate

Era arrivato il momento di uscircene da Varadero. Stare con le chiappe al sole tutto il giorno stava diventando scontato e noioso. Avevamo bisogno di una dose-di-Havana, la vera faccia di Cuba!

La chica del club di animazione ci prenotò senza esitazione per il giorno a venire uno di quei mini-bus puzzolenti per raggiungere il centro dell’Havana.

L’indomani ci alzammo di buon mattino. Bisognava trovarsi fuori dal resort tassativamente alle 7 e i ritardatari non sarebbero stati aspettati. Una volta partiti, la guida fece del suo meglio per esprimersi in un italiano abbastanza decente da farsi intendere da tutti noi cristiani verdi-rossi-bianchi. Ci spiegò la storia della città, la dittatura di quel simpaticone di Fidel Castro e il modo di vivere dei cubani, che altro non è se non un eterno bighellonare in attesa che lo Stato ti dia qualcosa da fare, come un lavoro, che non si può rifiutare, o una missione militare, quelle vanno molto forte, tanto che Cuba è lo stato con più scuole di addestramento militare del mondo! Uno stato così piccolo… ma dove ad ogni angolo, anche in quello più remoto, dove solo le mucche dall’aria infelice e un po’ sciupata brucano le sterpaglie secche, si vedono scuole militari.

Cuba era un accidente di paradosso: decantata come il paese della Revoluciòn e della libertà, ma all’atto pratico un insieme di controsensi e bizzarre contraddizioni. Liberi da che? Come direbbe il buon Vasco… Gli abitanti sanno che non possono uscire dalla loro piccola isola da sballo; se lo fanno e poi accidentalmente decidono di fare rientro in patria, li aspetta un bel comitato di benvenuto!! Purtroppo, una volta che si esce da Cuba, per lo stato cubano vige l’equazione: cubano fuori Cuba = non più cubano VERO. Perciò, il solo diritto che ti spetta è quello di morire. A meno che non “si fugga” da Cuba, ammogliato/a ad uno/a di quei/quelle grassi/e uomini/donne “ammmmericani/e”, che sono il passaporto per fare avanti e indietro dalla isla quando lo si desidera.

L’Havana ci stava aspettando ed era così emozionata di averci lì, che si commosse tanto da scatenare un cavolo di acquazzone, che ci inzuppò per benino!

Grazie, Havana, non era il caso…” – pensai tra un’imprecazione e l’altra.

Ci rifugiammo sotto le tende di un bar e aspettammo che la città si riprendesse dall’emozione. A Cuba i temporali vanno e vengono, come i fidanzati e le fidanzate a quindici anni. Dopo, torna subito il sole e non ti ricordi più di tutta l’acqua che è scesa un attimo prima, proprio… come a quindici anni!

Per le strade tanti colori, risate, chiacchere, passi frettolosi e bivacchi. Il sole illuminava tutto così bene, che nulla passava inosservato ai miei occhi pieni di curiosità e meraviglia. Il mare era sempre lì, lo abbiamo salutato dal Malecòn (il lungomare che abbraccia tutta la costa), facendoci anche un video per ricordarci quanto Cuba potesse essere romantica ed underground allo stesso tempo: da un lato una schiera di catapecchie, più o meno traballanti, più o meno con tetto, porte e finestre, dai colori sbiaditi, dai muri scrostati e dalla pulizia poco linda. Dall’altro il mare, sempre bello, sempre cristallino, sempre a rappresentare la parte più cool di Cuba, quella per cui la maggior parte dei turisti si spara nove cazzutissime ore di volo.

La specialità dell’Havana non è un particolare piatto tipico, ma la genuinità della gente: sembra tutta indaffarata, affaccendata in chissà-che-cosa, tanto non lo capirai mai, stai sereno e mettiti l’anima in pace.

Si va, si viene, si corre in motorino, in bicicletta, a piedi, sull’ape, qualsiasi mezzo di trasporto è buono per girovagare apparentemente senza una meta.

Agli angoli delle strade, ci si aspetta con una birra in mano, il cappello calcato in testa, mani nelle tasche di pantaloni luridi e sgualciti. Sguardi un po’ sornioni si stampano nella calura della giornata. Una signora esce da un tienda improvvisata a macelleria, portando tra le mani a mo’ di trofeo del petto di pollo appena tagliato (senza nemmeno una carta attorno… “Aiuto… come arriverà quel pollo a casa?”, ho pensato), due ragazzi sghignazzano tra loro con del pane sotto il braccio e un signore anziano cerca di farsi spazio portando sulla sua bicicletta un mobile del bagno tutto ammaccato, ma che ci farà mai?

Non lo scopriremo nemmeno vivendo!

In alcune zone dell’Havana non c’è asfalto sulla strada, non ci sono i marciapiedi, si cammina, stop.

“Non farti domande”, mi disse la guida, “tanto le risposte non le sappiamo nemmeno noi che siamo nati qui!”.

E chi ha intenzione di farsele? In fondo vorrei passare anche io delle giornate in questa maniera, alla cubana. Un po’ di scazzo non ha mai fatto male a nessuno, “Stai tranqui, frà”.

È come se conoscessi già Cuba: sono cresciuta con le storie e gli aneddoti, che mi raccontavano i miei nonni, che l’hanno vissuta sulla loro pelle di lavoratori stranieri per un po’ di anni.

Le sue vie, i suoi palazzi dittatoriali, le sue case abbandonate piene di calcinacci: sono qui per vedere dal vivo con i miei occhi tutto questo.

Quando qualcuno non sa guidare, mio nonno urla sempre “Guidi come un cubanoooooo!”, alternando l’affermazione con un’altra, che dice pressappoco così: “Questa è proprio una manovra cubana!”.

L’uso del clacson non è un consiglio, è un ordine, un obbligo: chi non usa il clacson, è un turista o un fighetto perbene. Il clacson serve per salutarsi, per far capire alla città che si è arrivati a destinazione, per dire all’altro di levarsi dalle balle, per fare un complimento ad una bella ragazza, per chiamare qualcuno quando si arriva sotto casa sua, e così via. Ogni cubano tiene molto al suo clacson, anche perché la macchina non è un bene che hanno tutti, perciò quando la si possiede, se ne usano tutti gli accessori… e il clacson è il più importante.

All’Havana si vedono ancora più macchine ammmmmmericane e sovietiche rispetto che a Varadero: i loro colori sgargianti fanno in modo che tu le veda da un chilometro di distanza. Da lontano sembrano tanti frullati giganti colorati, che si avvicinano rombanti e frenetici per divorarti. Ne ho viste di ogni tipo e marca, dalle Cadillac rosa alle azzurre Chevrolet, ma anche Ford, Oldsmobile e Chrysler, c’è né di tutti i gusti.

Si manifesta a questo punto un altro paradosso cubano: l’odio verso lo stato americano, sempre dimostrato, ostentato e gridato… mi sta bene, però ancora oggi vengono utilizzate le vecchie macchine risalenti al periodo pre-1959? Altra cosa a me non chiara.

Quanto è bella Cuba?

Perfetta così, con tutte le sue contraddizioni e i suoi casini.

Stories

What’s up in this blog?

Nice to meet you!

Ciao World Wide Web

Il blog di Red and Blue atterra nel gigantesco mondo della tripla W!

Vi starete chiedendo come mai siamo qui o perché esistono ancora persone che hanno la malsana idea di aprire un blog (“Ce ne sono mille, no?”), ma soprattutto vi chiederete come faremo a non essere uguali a tutti gli altri blog esistenti su sacrosanta madre-Terra-digitale.

Niente paura, diceva un famoso cantante. Non vogliamo raccontarvi cosa mangiamo attraverso foto ultra-mega-fighe o fotografarci con addosso uno dei capi esibiti all’ultima Milano Fashion Week!

Vogliamo RACCONTARE, DISEGNARE, ESPRIMERE, in uno spazio in cui essere semplicemente NOI.

Red and Blue imprime con PAROLE ILLUSTRATE piccoli ritagli di vita, pillole d’amore, amicizia e lavoro. SCRIVE di musica colorata: quella da ascoltare dopo una giornata impegnativa o in vacanza. PARLA di libri, li consiglia e li raccomanda in base a quello che si è provato durante la lettura.

Scrivere e disegnare è ciò che più ci rappresenta, ciò che più identifichiamo con la parola “passione”.

Dietro a Red and Blue non ci sono copywriter, fotografi o registi, ci siamo noi, attraverso i nostri testi e la nostra arte.

Buona permanenza nel nostro habitat 😊