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Al Parco Europa dissi “Addio”

Vengo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Tutte le mattine, prima di recarmi all’università, salgo con la macchina la strada della collina, che porta al Parco Europa. Là mi aspetta la solita panchina. Ormai potrei inciderci il mio nome sopra lo schienale. Tanto… è sempre lì che mi aspetta. Vuota. Addirittura, quei pochi passanti, mattinieri come me, che portano a spasso il cane, si siedono altrove, su altre panchine posizionate precisamente alla stessa distanza tra di loro, lungo il viale. Tutti sanno che quella panchina è la mia. Me la sono guadagnata.

Al Parco ci venivo sempre con Teo. Un amico, un amante? Ancora oggi mi chiedo cosa sia stato. Potrei descriverlo come fece Edmond Rostand riguardo al bacio:

<<Un bacio, insomma, che cos’è mai un bacio? Un apostrofo rosa fra le parole “t’amo”.>>

Ed era stato proprio un apostrofo Teo. Così poco accentuato, così breve, che mi aveva lasciato quel sapore amaro in bocca, che nessun bacio dovrebbe mai lasciare.

Era entrato nella mia vita improvvisamente e, altrettanto, ne era uscito.

Avevamo cominciato ad incontrarci al Parco Europa, anche più di una volta al giorno. Quel posto era diventato il rifugio silenzioso e tranquillo, in cui stare insieme. Nessun occhio indiscreto, nessuna parola fuori luogo ci raggiungeva. Nessun giudizio, nessuna critica. Semplicemente accoglienza; il Parco ci voleva bene, aveva avuto pietà di noi, come anche i nostri cuori, che inizialmente si nascondevano dietro mille scuse e giustificazioni. La panchina, che ora mi spetta di diritto, era la nostra.

Ecco come me la sono guadagnata.

Inizialmente era tutto cominciato da una sottile condivisione: Teo, che aspettava alla panchina, solitamente di mattina presto, mentre poi al pomeriggio tardi, io e il mio zaino scrutavamo il panorama perfetto di Torino, in attesa della sua venuta. Come era saccente Torino, vista da lassù. Aveva l’aspetto di una città indottrinata dai migliori professori. Così boriosa e arrogante, percepivo che mi osservava a sua volta. Odiavo quel confronto, ogni volta che attendevo Teo. Occhi negli occhi, non distoglievamo lo sguardo. Volevo averla vinta sulla sua strafottenza. Come si permetteva di dubitare di me?

Non appena Teo arrivava, quella tensione altezzosa svaniva. Tornava tutto a risplendere, a essere così ospitale e confortevole. Teo creava la magia e io mi nascondevo dietro. Non potevo farne a meno.

Reputavo ogni alba e ogni tramonto il momento giusto, affinché ricevessi quella bramata notizia: la decisione di Teo, il suo sì. Mi sono resa conto che non attendevo il suo arrivo, aspettavo solamente il momento in cui avremmo lasciato per sempre il Parco Europa, per scendere a Torino, in mezzo alle persone, senza più nasconderci. Avremmo dovuto farlo, prima o poi. Se da un lato, tra quei viali mi sentivo al sicuro, dall’altro, ero stufa di vivere dentro ad un triste surrogato di quello che reputavo una storia d’amore. Non potevamo dire le bugie per sempre, celare quello che ci faceva vergognare a tal punto da darci l’appuntamento nel medesimo posto, ormai da mesi.

Mi arrabbiavo. Continuavo a fare quei discorsi con quello splendido angolo di Torino, che mi pareva disegnato. Ci litigavo e così, mi arrabbiavo ancora di più. Era uno scontro tra me e lei, che non voleva sentire ragioni, mi veniva contro con tutta la sua gelida collera. Ma che potevo farci? Ero in balia di una città e del suo abitante più scorretto. Mi sentivo impotente, volevo contrastare uno dei due, ma ognuno di loro mi sopraffaceva, senza fare alcuna fatica.

Il Parco era il mio unico amico, all’interno di quel posto così tranquillo e riparato, mi sentivo protetta.

Una di quelle mattine, mi recai alla mia panchina prediletta. Lo aspettai a lungo. Saltai la prima ora di lezione. Poi la seconda. Alla fine se ne andò tutta la giornata. Rimasi come inebetita a fissare il panorama tutto il giorno. Il sole, nel frattempo, danzava in cielo, ruotando per tutta la volta. Dialogavo mentalmente con Torino.

Lui non verrà…

Sentivo quelle parole sussurrate. Taglienti. Fredde. Cattive. Come solo quel paesaggio sapeva essere. Bello e dannato, insensibile e distaccato. Non gliene fregava nulla di me e del mio modo devoto di attendere.

Quanto sei cretina… sei ancora lì? Prendi lo zaino e tornatene a studiare… magari diventi più furba di così!

Osservavo la vista di fronte a me con disprezzo, cosa ne sapeva di me?

Teo quel giorno diede per la prima volta buca al nostro quotidiano appuntamento. Si comportò allo stesso modo i giorni seguenti.

Mi lasciò in eredità quella panchina, al Parco Europa, che io difendo gelosamente. Nessuno me la porterà via.

Mi siedo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Nessuno mi porterà via ciò che resta di lui. Guardo sempre verso Torino e ascolto le sue parole di biasimo nei miei confronti.

Rispondo: “Addio, Teo”

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Il mio primo libro è in procinto di essere pubblicato!

Volete saperne di più? Leggete questo post!

Il mese di agosto è appena trascorso, ma già mi manca molto. Rispetto agli scorsi anni, è stato un mese per niente riposante, anzi… la mia routine giornaliera è stata convulsa e poco vacanziera, inoltre ad allietare questo moto perpetuo di eventi e novità, è giunto anche il momento, in cui ho preso coraggio e, insieme alla casa editrice Letteratura Alternativa, ho deciso di buttarmi a capofitto nell’avventura del crowdpublishing, per portare alla pubblicazione il mio primo prodotto editoriale, il mio romanzo, il mio libro.

Dal 16 agosto (l’inizio di questa bellissima sfida), mi sono messa in gioco e mi sono piacevolmente sorpresa nell’accorgermi che, molte persone attorno a me avevano piacere di sapere cosa avevo da dire. Le due domande che mi sono state fatte maggiormente sono, appunto,

<<Perché hai scritto un libro?>>

<<Di cosa tratta “La figlia sfuggente”>>.

Ho deciso, perciò, di scrivere un post sul blog a proposito di queste questioni, per svelare qualche retroscena, che per il momento ho tenuto solamente per me, e per illustrare meglio la trama di questa mia prima produzione letteraria.

Non posso negare che, da quando ho cominciato a capire qualcosa di questo mondo, la mia più grande ambizione è sempre stata quella di diventare una scrittrice, parola che mi ha fatto sempre un po’ tremare e sussultare ogni qual volta volevo o dovevo pronunciarla. È un vocabolo, che mi intimorisce non poco, a tratti mi inquieta, più che altro perché provo un grandissimo timore reverenziale per lei! Stimo tanto, troppo, scrittrici del calibro di Elsa Morante, Isabel Allende, Emily Bronte, Jane Austen, Oriana Fallaci, donne che secondo me sono scrittrici con la S maiuscola e che incarnano i miei modelli di ispirazione. Ciò che mi ha sempre appassionato della scrittura è il suo aspetto primordiale di bisogno, che la specie umana ha da sempre rincorso: il desiderio di lasciare impressa una traccia fisica, tangibile, che solamente a voce non riuscirebbe ad attraversare il lunghissimo (e infinito) tragitto, che il tempo ci obbliga a sottostare. Infatti, i latini erano saggi… “Verba volant, scripta manent”. La scrittura è un vero e proprio bisogno, che fossi in Maslow avrei aggiunto proprio alla base della piramide, insieme a cibo e acqua 😊. Io scrivo sempre. Questo è l’assunto certo della mia vita. Una specie di legge personale, che applico quasi quotidianamente e mai prendo sottogamba.

L’idea di scrivere un libro è nata più o meno tre anni fa. La conclusione del mio primo lavoro non è andata a buon fine: mi sono resa conto che scrivere “su commissione”, ovvero, scrivere un argomento caro a qualcun altro, non era la mia strada. La scrittura ha bisogno di verità e affezione. Così sono tornata sui miei passi iniziali, ho accantonato quella prima “creatura” e ne ho iniziate tre diverse! Sì, proprio tre! Ho voluto lasciarmi cullare da loro e piano piano una di queste mi ha preso la mano (un po’ di più) e mi ha dato un bello strattone, che mi ha suggerito di lasciar perdere le altre due e di proseguire solamente con lei.

Ecco come è nata “La figlia sfuggente”: un mix di argomentazioni e problematiche, che mi stanno a cuore da tanto tempo e che sento dal profondo dell’anima, tanto da scriverci un libro, una storia, che arrivi a sensibilizzare le corde del cuore di tutti coloro che lo leggeranno, per sensibilizzare, per capire quanto siano importanti le relazioni familiari e come ci plasmino fin dalla tenera età.

Da un anno a questa parte, da quando ho capito che “La figlia sfuggente” sarebbe diventata una pietra miliare importante nella mia formazione personale, seguo questa direzione e spero che ciò che scrivo possa essere d’aiuto a tutti coloro che approcciano questo romanzo, appena nato 😉

Se non avete ancora letto la sinossi, la riporto qui di seguito:

Il rapporto genitori-figli è uno dei più complicati e avventurosi… Lo sanno bene Claudio e Francesca, rispettivamente padre e figlia, ingabbiati dal destino in quel legame biologico e obbligato, a cui non possono sfuggire, ma solo arrendersi e sopportare. Fin dal principio, il loro rapporto è complesso, a tratti confuso e certamente ingarbugliato. Gli unici mezzi di comunicazione, che riescono a tenere in vita la loro relazione, costellata di assenze e silenzi, sono le tante cartoline che Claudio spedisce a Francesca durante i suoi viaggi di lavoro e non. Palliative, ma, allo stesso tempo, fautrici di una distanza che diventa sempre più incolmabile con il passare degli anni; le cartoline significano per Francesca l’unica testimonianza a cui aggrapparsi per combattere contro le sue paure nei confronti del passato e del futuro. Attraverso il passare del tempo, che trascorre tra l’infanzia e la giovinezza, la protagonista racconta la sua vita, scandita dal ritmo della lettura di quelle cartoline paterne.

La copertina e le illustrazioni del libro sono a cura di Giulia Cerrato, co-founder insieme a me di questo blog e illustratrice di tutti i post, che mensilmente produciamo per voi!

Se questo articolo vi ha incuriosito e volete aiutarmi a raggiungere l’obiettivo delle 100 copie, potete preordinare una copia del romanzo, cliccando qui 😉

Grazie a tutti per il supporto!

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Flusso di coscienza da lavaggio denti con spazzolino elettrico

Ho un sonno da svenire, ma devo lavarmi i denti… Impugno lo spazzolino elettrico, comprato con la speranza di sfoggiare un sorriso alla Julia Roberts il prima possibile, e mi lascio cullare dal suo ronzio.

Destra, sinistra

Su, giù

Tenero spazzolino rosa, sfrega bene le gengive, eh..

Non lasciare nessun residuo, mi raccomando…

Lucida a puntino canini e incisivi, che quelli si vede subito quando sono fuori posto…

Chissà se è vero per davvero che lo spazzolino elettrico è migliore di quello tradizionale

Bah… quanta pubblicità che fanno…

Non ci posso credere che sia già 1 mese che sono chiusa in casa

…e chi l’avrebbe mai detto? Non pensavo di essere in grado di resistere così tanto…

Proprio io che la casa non l’ho proprio mai considerata un tassello essenziale del mio ménage

Proprio io che ho sempre preferito rilassarmi su una panchina in piazza, piuttosto che sul divano…

Ora sul divano ci abito! (insieme al gatto, al pc, ai libri e a Netflix…)

Oddio, l’ho mandata la newsletter? Sì… sì… l’ho mandata…

Mi devo ricordare di appuntarmi quell’idea per il post,

magari prima di andare a dormire…

Vorrei riempire mille liste,

vorrei fare una lista con tutti i posti in cui vorrei andare dopo questa reclusione forzata

poi vorrei farne un’altra con tutte le cose che voglio riprendere

e poi ancora un’altra per organizzare… vabbè lasciamo perdere, non corriamo troppo va’…

Certo che sti due minuti sono lunghi eh… non ha ancora finito di vibrarmi sui denti!

Però è rilassante… hai anche il tempo di guardarti tutti i brufoli che ti sono comparsi in faccia e quanto sei pallida in viso… no, questo non è un grande vantaggio, ora che ci penso!

Dio mio, che capelli! Sembro medusa negli anni 2000… quanto desidero una parrucchiera, che a) mi lavi i capelli, massaggiandomi tutto il cuoio capelluto e b) mi crei un’acconciatura che mi faccia sentire super-figa!

Quanto sono lontani quei giorni in cui assomigliavo ad un essere chiamato “donna”…

Bè, però in questo periodo sto alimentando la mente… il che non guasta… sicuramente ho ripreso molto il contatto con ciò che conta veramente…

Smettila, vocina delle balle, ho capito che senza trucco non me se po vedè… ma non riesco proprio a riempirmi la faccia di fondotinta, ombretto, mascara e fard e poi (ripeto) starmene seduta sul divano con il computer in braccio tutto il giorno, capito?

Da quanto tempo non vedo la mia famiglia,

praticamente questo si sta per rilevare quasi il periodo più lungo,

la distanza temporale più ampia,

a meno che a maggio davvero non allentino un po’ le maglie del decreto, allora non sarà così.

…alla fine in Irlanda ci sono stata tre mesi….

però mi sembra di essere chiusa in casa da molto più di un mese.

Che strana la concezione del tempo… a volte mi sembra di essere ferma, bloccata, chiusa…

…attimi in cui invece progetto, invento e immagino nuove cose e mi sembra di viaggiare davvero e di stare ancora in movimento, proprio come prima di questa quarantena.

…attimi, invece, in cui non vorrei più uscire di casa, vorrei continuare a starmene rinchiusa qui, al sicuro, al calduccio, sul mio affezionato divano…

Oh ma che importa! Finalmente, spazzolino, hai compiuto il tuo lavoro!

Finished!

Wow, che denti bianchi! Ottimo acquisto direi! 5 stelline! Iper soddisfatta!

Ripongo lo spazzolino elettrico e vado a dormire

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Lo sfogo “anni-90/00-style” ce lo abbiamo anche noi…

Cari lettori,

è arrivato il momento dello sfogo “anni-90-style”! Contenti…?

Premetto che se non siete amanti dei vecchi tempi e del mood malinconico generazionale, astenetevi dalla lettura di questo post! :p (scherzo…)

Stamattina sono stata avvolta proprio da quel tipo di sensazione, che il più delle volte chiamiamo con l’espressione inglese, scorrettamente utilizzata “depression”!

Ero in macchina.  Guidavo, percorrendo la stessa strada, che faccio tutti i giorni per recarmi in ufficio. Mi ritengo una persona molto standardizzata, perché i passaggi che compio tutte le mattine appena entro in macchina sono sempre gli stessi:

1. Attivare il bluetooth sul cellulare

2. Digitare su Youtube la prima canzone che mi passa per la testa

3. Posizionare il cellulare nel porta-oggetti vicino al cambio

4. Alzare il volume della macchina (che nel frattempo si è connessa con il bluetooth del cellulare)

5. Mettere in moto e partire verso l’autostrada

La canzone selezionata per questa mattina piena di sole è stata “Could It Be Magic”, la cover dei Take That (non quella original della nostra amata Donna Summer, già questo potrebbe esservi utile come indizio…), dove un Robbie Williams con i capelli alla Danny Zuco di Grease intona divinamente il pezzo e gli altri quattro componenti della boyband si scatenano in acrobazie e dirty dancings (andate a rivedervi Mark Owen…).

Take That, Could It Be Magic, Greatest Hits

La strada scorre, la musica anche: l’ascolto prosegue con altre canzoni dei Take That, qualche cosa di Robbie e poi… Youtube magicamente introduce le prime note di “Calling” di Geri Halliwell.

È solo un attimo, ma… non mi trovo più nella mia macchina, che mi sta portando a lavoro… no! Mi ritrovo nel salotto di casa dei miei genitori, a guardare TRL su MTV dopo scuola. In TV il video di Geri, che intona un melodiosissimo

Calling out your name… Burning on the flame… Playing the waiting game… In my calling… In my calling…”,

mentre, con addosso solamente un maglione nero oversize,guarda nella videocamera ammiccando e rotolandosi sul prato.

Che stupida sensazione! Quella canzone mi riporta velocissimamente alla mente ricordi di scuola, pomeriggi passati a osservare alla tv nella speranza di intravedere qualche volto conosciuto: magari un amico o un’amica, intenti nel tenere sollevati i cartelloni “FATECI SALIRE!!!” sotto gli studi di TRL in Piazza Duomo a Milano.

Mi torna in mente la voce di Marco Maccarini e i suoi commenti tra l’ironico e il piacione nei confronti di Geri e la semplicità di Giorgia Surina nel fornirgli la spalla per condurre il programma.

Mi ridesto in fretta ed è inevitabile il classicone che mi scorre davanti come un messaggio led sul monitor “…sembra solamente ieri… eppure…”. Eppure, sono passati un po’ di anni dai primi anni del 2000.

Eccolo il momento “depression”, già di prima mattina! Proprio oggi che lo spuntare del sole a rendere bella tersa la giornata mi aveva dato un po’ di carica!

È pur sempre bizzarro però, come alcune canzoni di quegli anni riconducano a delle percezioni così vive ancora dentro noi stessi.

Non ho voluto fare ricerche online (sennò non valeva!). Sono andata a spulciare tra i ricordi, ascoltando qualche cosa di quel periodo, e credetemi (provateci anche voi): vi verranno sicuramente in mente alcune delle canzoni, che passavano spesso in trasmissione su TRL e che scalavano ogni puntata la classifica, grazie soprattutto agli SMS degli studenti “dell’epoca” inviati al canale tv!

Ecco qui la mia lista! Vorrei sentire quanti sospiri ed espressioni di stupore farete nel leggerla:

Jennifer Lopez – Love don’t cost a thing

Linkin Park – In the end

Usher – Yeah

Ricky Martin feat. Christina Aguilera – Nobody wants to be lonely

Alice Keys – Fallin

Britney Spears – I’m a slave for you

Eminem feat. Dido – Stan

Avril Lavigne – Complicated

Back street boys – The call

50 Cent – In Da Club

Destiny’s Child – Survivor

Bon Jovi – It’s my life

Nelly feat. Kelly Rowland – Dilemma

Tiziano Ferro – Perdono

Michelle Branch – Everywhere

… ce ne sarebbero tante altre… se avete voglia scrivetemele tra i commenti! Qual è la vostra playlist dei primi anni 2000?

Il punto su cui volevo soffermarmi è proprio questo: per chi come me ha vissuto in quegli anni l’adolescenza, credo che faccia fatica a non notare la differenza dal punto di vista musicale di quello che c’è a disposizione attualmente rispetto a quello che avevamo in quel preciso periodo lì. A parte la musica, la quale inevitabilmente cambia durante gli anni e può piacere di più o meno rispetto a prima, l’offerta di coinvolgimento del “pubblico-pagante” nei confronti degli artisti, che lavorano per farci divertire è, secondo me, più scadente.

Ora abbiamo a disposizione molti più mezzi per intrattenerci e per essere connessi 24 ore su 24 ore al nostro beniamino musicale, ma “quando andavo a scuola io” forse (dico forse, perché questa è una mia opinione personale) i momenti di partecipazione erano sicuramente minori, ma d’altra parte più vissuti, più seguiti. La concentrazione era al 100%, perché avevi a disposizione quell’oretta o poco più per immergerti completamente nella nuova hit, piuttosto che nell’apprendere di più del nuovo album in uscita. Concluso TRL o, mi vengono in mente programmi come Top of the Pops, Festivalbar e via dicendo, rimaneva il cd, la musicassetta, il giornalino con qualche articoletto e la radio, a consolarci nell’attesa di una nuova apparizione. Forse è per quello che oggi mi è presa tutta questa nostalgia? Forse è per questo motivo che oggi ho desiderato portare indietro le lancette dell’orologio, per tornare solamente per un pomeriggio ad assaporare tutto quello che TRL significava per noi, adolescenti degli anni 2000. Più trascorrono gli anni, più, oltre ad invecchiare :p, mi rendo conto che non sempre avere tanto, avere tutto, significhi avere la felicità assoluta. Inizio a rendermi conto che, ciò che si guadagna, impiegando più fatica ed impegno, è ciò che regala più godimento e appagamento.

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Trovarsi in mare aperto era il sogno di una vita…

Trovarsi in mare aperto era il sogno di una vita, che si stava realizzando.

Ho sempre invidiato i marinai, che lasciavano i porti delle loro città natie senza sapere quando mai sarebbero tornati a casa. Mi rendevo conto che il sapore dell’abbandono mi aveva distrutto e sedotto il cuore allo stesso tempo, il miscuglio di emozioni che ne erano scaturite negli anni mi aveva portato a concludere che, essendo figlia di questo rifiutato, seppur esistente, abbandono, mi ci ero ormai immersa a tal punto da riconoscerne quasi la paternità del mio essere. Così mi atteggiavo a marinaio: entrai nella parte così bene, che accettai l’invito di alcuni amici a trascorrere le vacanze in mare aperto su una barca di uno di loro. Mi sentivo realizzata.

Addio terraferma, addio cemento, addio case e palazzi, per una settimana solo acqua! Diedi il benvenuto ad una nuova Chiara e salutai il bellissimo mare che per tutta la settimana ci avrebbe ospitato.

Alessandro era il responsabile della rotta. Ci affidammo completamente alla sua esperienza di skipper provetto. Questa vacanza era quello che ci voleva: relax assoluto e stress quotidiano dimenticato dentro le mura di casa. Ma la mia vacanza non poteva essere solamente serenità al 100%, eh no, sennò non mi sarei divertiva abbastanza!

I primi giorni e notti trascorsero velocemente.

Il terzo giorno Alessandro ci avvisò di aver smarrito la rotta; disse che non capiva più che scia stesse seguendo la barca e non si ritrovava con le indicazioni che gli forniva il gps. Brutto, brutto segno.

Il tempo iniziava a guastarsi ed era già sera. Alessandro e tutti noi decidemmo di capire come poter imbroccare la direzione giusta verso la terraferma. Quando ci si trova in mare aperto e, addirittura, quando imbrunisce, non è così semplice!

Il cielo era un tripudio di sfumature azzurrognole, le nubi si mescolavano tra loro adagio, entrando l’una dentro l’altra, per ottenere una nube ancora più grande, ancora più scura. La luce ormai era quasi stata inghiottita dall’orizzonte. Continuavo a scrutare il cielo e non mi piaceva quello che vedevo. L’acqua del mare iniziava ad agitarsi, non riuscivo più a ritrovare la pacatezza, che il mare ci aveva regalato fino alla mattina passata. La barca sobbalzava mano a mano che solcava le onde, che diventavano sempre più impervie e alte. L’andamento che aveva preso era singhiozzante e incerto. Iniziavo ad avere la nausea: il moto ondulatorio misto ai guizzi dello scontro della prua con le onde mi stavano facendo tremare lo stomaco. Eravamo tutti basiti, ci sentivamo impotenti, iniziammo davvero a temere il peggio.

Non era possibile che stessi vivendo davvero quella situazione, non riuscivo e non volevo crederci. A breve sarebbe terminato tutto.

Il mio spirito era ancora fiducioso, mi diceva che il mare era buono, era sempre stato dalla mia parte e non aveva sicuramente intenzione di scatenare una tempesta per metterci in difficoltà. Voleva giocare, voleva solamente farci strizzare un po’.

I minuti passavano come ore, sembravano lunghissimi e la situazione peggiorava senza fare sconti.

Quando si ha un problema, di qualsiasi genere, il tempo scorre troppo lento, quasi a far sostare le sensazioni sulla pena e sulla sofferenza che proviamo nel risolvere un certo tipo di questione. È quello che stava capitando a noi. Era come trovarsi dentro una sorta di ovatta, dove ingegno e sensi erano immobilizzati e non collaboravano a farci trovare una soluzione.

Ad un tratto Alessandro perse le staffe e gridò:

Cazzo, ragazzi, se non ci muoviamo a fare qualcosa, la barca si ribalterà e ci ritroveremo in breve tempo a far da cena ai pesci in fondo al mare! Volete azionare il cervello, perdio!!!

Scossi da quel disperato SOS, dissi di getto “Mettiamoci i salvagenti!”. Non potevamo fare altro che resistere e tentare di scampare al brutto scherzo che ci stava giocando il mare. Dopo aver messo i salvagenti, iniziammo ad assegnarci compiti a caso, sia per tenerci occupati, sia per far vedere all’uno e all’altro, che muovendoci su e giù per la barca, eravamo ancora vivi.

Il mare era un tutt’uno con il cielo: si era tramutato in una specie di blob gigante, tutto nero, scuro, quasi non sembrava più fatto di acqua, ma di una sostanza melmosa e oscura. Non avevo mai visto nulla del genere. Ci teneva in pugno. I nostri occhi erano venati di terrore, non riuscivo a incrociare lo sguardo di nessuno, perché non volevo ancora realizzare che tutto quello che ci stava capitando fosse reale. Porca vacca, era proprio come il mio sogno ricorrente.

Fin da bambina, ho sempre sognato che prima o poi il mare mi avrebbe inghiottito. Le tempeste sono sempre state il mio incubo peggiore, una di quelle cose che mi sono sempre augurata di non vivere mai, eppure questa volta non avevo scampo.

La barca era come impazzita, un puntino immerso dentro ad una voragine. In mezzo a tutto quel nero, non eravamo più visibili da nessuno, nemmeno da Dio. Su e giù, su e giù. Le acque continuavano a strattonarci, poi ad alzarci, poi a farci scivolare creandoci un vuoto che ci pizzicava con violenza le budella e lo stomaco. Era come essere nelle mani di un gigante. Sembrava un film dell’orrore.

Poi l’albero maestro si spezzò e cadde sopra la barca dividendola in due pezzi. Sentii solo un grido, che insieme alla barca squarciò il nostro sentirci ancora in vita. Non ricordo nemmeno chi urlò così forte.

“Buttateviiiiiiiiii”

Istintivamente congiunsi le braccia e le stesi, chinai la testa e mi buttai. Ciiiiaf. Non sentii più nulla.

Venni shakerata dall’acqua, sbattuta, scaraventata chissà dove. Mi faceva male la testa e continuavo a non sentire nulla. Mi amalgamai completamente al mare, ero diventata una sua parte, ero forse diventata liquida come la sua acqua, non sentivo rumori, non percepivo dolore, non sentivo più il mio corpo, ero davvero acqua allora. Forse avevo perso i sensi, perché non ricordo più niente. Mi svegliai che ero riemersa non so come!

Forse il salvagente aveva avuto la meglio. Ciò che vidi mi fece ancora più paura del tuffo disperato, che avevo fatto un attimo prima. L’acqua mi rimise sotto di lei. Avevo avuto solamente il tempo di vedere che la barca non c’era più, che tutto il gruppo di amici era stato inghiottito da quella massa informe e che il cielo era ancora più nero di come me lo ricordavo.

Mi trovavo nuovamente sott’acqua, immersa in quella poltiglia bruna. Il mio corpo non si arrendeva, continuavo a dimenare braccia e gambe più forte che potessi. Non sentivo la stanchezza, continuavo ad inviare l’impulso di nuotare, nuotare, nuotare. Non importava come, ma dovevo riemergere per prendere fiato. Quel continuo scuotimento mi stava facendo soffocare.

La tempesta stava squarciando l’acqua, non le dava tregua ed io ero solamente una minuscola pedina, vittima di quella lita furibonda che era in atto. Non ne potevo più, ma ormai era una sfida aperta, non potevo arrendermi.

Continuai a lottare con il mare, sembrava una lotta greco-romana, dove le regole però non venivano rispettate. Si sapeva già chi avrebbe avuto la meglio.

Poi un’onda mi sommerse, non ebbi più scampo.

L’ultima immagine che conservano i miei occhi è l’elevarsi di un blocco acquoso, ancora più alto delle onde con cui stavo cercando di rimanere a galla. Quell’onda era ancora più cattiva e infame delle altre, si alzò come un cavallo sulle due zampe posteriori quando impenna, e mi ricoprì.

Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!

Emisi un urlo, aprendo gli occhi di scatto!

Vidi le lenzuola al bordo del letto, il cuscino per terra… Era solamente un sogno, di nuovo quel maledetto sogno ricorrente, che in certe notti tornava a trovarmi!

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I Natali passati…

Come ogni mese di dicembre, sto rileggendo il libro di Charles Dickens “Canto di Natale”.

Lo so, lo so… un po’ scontato e anche un po’ retrò. I classici, però, sono da sempre un mio cavallo di battaglia, ne ho letti davvero tanti e mi piace a volte rileggere qualche pagina.

Tornando al nostro Dickens… il suo libro riesce sempre a farmi riflettere… sono arrivata al punto in cui Mr. Scrudge riceve in visita lo spirito del Natale passato.

Ho sospirato tra me e me, largo ai pensieri… I NATALI PASSATI…

Nella mia famiglia si sono sempre onorate le tradizioni, quindi siamo molto, come dire, “ripetitivi” (passatemi il termine): il 24, cena della Vigilia, e il 25, pranzo di Natale, il tutto rigorosamente in casa, perché mia madre ha sempre detto “A me piace più stare in casa il giorno di Natale, perché si sta tutti insieme e l’atmosfera è più calda!”

Fino a qui, niente di straordinario: rappresentiamo la tipica famiglia italiana…

E’ proprio questo a cui pensavo, leggendo Dickens.

Le tradizioni sono sempre le medesime, anche se di anno in anno qualcosa muta: chi cresce, e così bambino non è più, chi ha qualche acciacco di salute, chi allarga la famiglia. Così i Natali passati diventano lo zoccolo duro, su cui si confrontano quelli presenti (e quelli un po’ meno passati); si inizia allora a fare raffronti, paragoni e poi le frasi del tipo “ah, quei tempi non tornano più…” – “Che bello quel Natale là dove eravamo tutti riuniti…” o ancora “Ti ricordi i Natali di quando eravamo piccoli?”

Sembra quasi che a dicembre lo spirito del Natale passato transiti anche da casa mia e in quelle dei miei cari, mostrando ad ognuno le tavole imbandite di qualche anno fa.

Il viaggio tra un Natale ed un altro sembra infinito. Si ripercorrono di giorno in giorno le emozioni più importanti rimaste ancorate al cuore: tutte le case in cui abbiamo festeggiato, i regali donati e ricevuti, i pacchi-dono scartati, i panettoni tagliati a fette e poi mangiati, lo zucchero a velo dei pandori sparso su tutto il tavolo. Lo spirito ci guida e la memoria ad un tratto sembra più elastica, più pronta a ricordare e a far tornare alla mente i ricordi più belli.

Poi penso a coloro che anagraficamente sono più grandi di me, come ad esempio i miei nonni. Chissà quanti Natali diversi tra loro hanno vissuto… testimoni di chissà quanti cambiamenti…Sale, perciò, un po’ di tristezza, perché come me, anche loro, sentono nostalgia di una “situazione-natalizia” considerata perfetta, ideale.

Tutto muta, tutto scorre, tutto cambia, perfino il 25 dicembre. Non esiste un Natale uguale ad un altro. Momenti che pensavamo potessero durare per sempre, facciamo poi fatica ad accettare mutati. L’unica certezza è l’arrivo puntuale di ogni anno dello spirito del Natale passato, su questo Dickens aveva proprio ragione!

Il Natale però non è solo un momento della serie “trova-le-differenze”… secondo me tutti quei giorni passati ad attendere, aspettare qualcosa o qualcuno che deve far capolino dalla porta di ingresso da un momento all’altro, diventano preziosi attimi di riflessione, di introspezione personale, che portano ad elaborare qualcosa di più nobile che impacchettare un semplice dono. Non fraintendetemi, non c’è cosa più nobile che regalare, essere generosi, e così via, ma ciò che intendevo in un paio di righe sopra è un concetto riguardante l’individualità di ognuno di noi. Considero infatti il Natale un momento di regressione: si torna ad essere un po’ più bimbi, si ricorda la proprio infanzia, ciò che ci ha reso felici e spensierati (come aspettare l’arrivo di Babbo Natale la notte della vigilia). E qual è il momento più adatto per sognare, se non quando si ripensa a quando si era dei bambini?

Sogni, speranze, desideri… tutto era concesso… non c’erano limiti frapposti tra noi e la fantasia che scaturiva da quei pensieri!

Il Natale è la festa dei Sogni, quelli con la S maiuscola: la festa, in cui si torna a pensare come pensavamo un po’ di tempo fa, la festa in cui qualcuno di noi riscopre le ambizioni infantili, i desideri di quando era solo un bambino e magari fa di quei sogni un po’ proibiti il buon proposito per l’anno che verrà.

Ben venga questo spirito dei Natali passati! Che venga, che ci faccia riscoprire ciò che abbiamo dimenticato, che ci insegni allora a riformulare sogni e aspettative di qualche anno fa, che ci svegli dal torpore in cui ci ha fatto piombare la vita routinaria di tutti giorni!

Il più bel regalo allora che possiamo ricevere è forse questa spinta, data da ciò che è già stato, da ciò che ci ha fatto arrivare fino a qui, e che venga recepita dai nostri pensieri e sviluppata nell’anno nuovo.

Non è mai troppo tardi per ascoltare ciò che ha da raccontarci lo spirito dei Natali passati, per guardare ciò che ci fa vedere di quei Natali lontani. Se si aguzza bene la vista e si tendono bene le orecchie, il messaggio verrà trasmesso forte e chiaro e lo Spirito allora avrà portato a termine il suo lavoro. Auguriamo a tutti voi un Buon Natale, ma soprattutto di potervi regalare ciò che sognavate da bambini e di riuscire a realizzare tutto quanto nel 2020!

Buon Natale a tutti da Red & Blue!

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Che Natale sarebbe senza… le scatole-regalo?

17 Dicembre – E’ quasi Natale, sento attorno a me lo spirito natalizio farsi strada, un gran vociare di gente, che cammina frettolosamente per le vie dei negozi della città e che interloquisce con il proprio amico/a, compagna/o, figlia/o:

“E’ quasi Natale”

“Siamo sotto Natale”

“Natale sta arrivando!”

Mi capita spesso in questi giorni di entrare nei numerosi negozi di oggettistica, che addobbano le vetrine a festa, così caoticamente e con luci e festoni così sgargianti, che non posso fare a meno di rimanerne come ipnotizzata. Tutti questi negozi sono quelli che più mi ispirano la parola Natale, il suo significato più materiale (ovviamente) e l’attesa di un giorno, che personalmente mi preme più aspettare che vivere. Entro in questi negozi e mi perdo ad aprire e chiudere le scatole di cartone, latta, porcellana che riportano qualche motivo natalizio: c’è quella a forma di orsetto vestito da Babbo Natale, si sprecano quelle che rappresentano Babbo Natale o le sue renne, quelle a forma di fiocco di neve o pacco-dono con fiocco rigorosamente rosso, quelle a forma di pallina o di abete (alias albero di Natale). Un miliardo di combinazioni di colori, altrettante combinazioni di formati e grandezze. Libidine coi fiocchi, come direbbe Jerry Calà!

Ho sempre amato le scatole: ogni volta che ne vedo qualcuna, sono conquistata dalla mia innata capacità di farmi tentare dal diavolo del marketing, chiamato “Acquisto di impulso”. Penso di avergli venduto l’anima un giorno di tanti anni fa…

Passo qualche quarto d’ora della visita tra gli scaffali dei negozi a giochicchiare con tutte le scatole, scatoline e scatolette che incontro sul mio cammino. Trascorro interminabili minuti a proiettare miraggi di possibili utilizzi, una volta acquistate e trasportato il bottino a casa. Penso e ripenso.

“Cosa potrei metterci dentro?”

“In questa… magari i biglietti dei concerti…”

“Guarda questa qui, piccolina… magari i tappi delle bottiglie che ho stappato per il compleanno dei 30 anni?”

Insomma, perdo davvero preziosi minuti di vita nel fantasticare a cosa potrebbe servire ogni scatola che trovo potenzialmente acquistabile! Ma soprattutto a inventarmi qualsiasi tipo di roba che potrebbe essere contenuta all’interno! Capita anche a voi?

Le scatole mi piacciono, perché precludono… tante cose inaspettate! Cosa ci sarà dentro?! È l’effetto sorpresa che cattura l’attenzione: la scatola è l’oggetto per eccellenza che riesce a rappresentarlo meglio!

Nascondere un oggetto pregiato o semplicemente un regalo particolare caratterizza l’attendere il giorno di Natale. Significato religioso a parte.

Attendere una sorpresa, una scoperta, preclude sempre l’apertura di una scatola…

Allora, perché abbiamo questo tormentoso bisogno di contenere qualsiasi cosa? Di proteggerla dentro ad un involucro? Di nasconderla dal resto del mondo?

È da un po’ di tempo che mi faccio questa domanda: perché abbiamo bisogno di tutte queste scatolette “carine e coccolose”?

Ne conseguono, quindi, una marea di supposizioni formulate a mo’ di domanda! Siete pronti?! 😊

Partiamo dalla n. 1…

Forse perché abbiamo bisogno di protezione, perciò chiudere un oggetto dentro ad una scatola ci restituisce quel tepore, che proviene da una specie di sicurezza esterna al nostro essere?

O magari il riporre gli oggetti nelle scatole ci dà la sensazione di avere la nostra vita sotto controllo? Ogni cosa ha un suo posto specifico e saperla in quel determinato contenitore ci rassicura ulteriormente.

Forse vogliamo avere noi la nostra scatola personale, che come ripara i nostri oggetti più cari, ripara allo stesso modo noi stessi?

O tutte queste ipotesi sono solo frutto di bip bip mentali pre-natalizie!!! 😊

Malgrado tutto ciò, continuo ad avere una passione sfrenata per le scatole di Natale e non e tento di darmi un freno dal non finire per tornarmene a casa avendone comprate 4 o 5.

Qual è il vostro oggetto preferito da comprare quando fate shopping?

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Dove nascono i ricordi dei figli?

Ero a casa di Alberto, detto Billy da tutti noi colleghi. Stavo aspettando, che finisse di prepararsi, seduta sul suo divano di pelle nera in salotto. Ci eravamo dati appuntamento a casa sua per poi partire verso Roma. Pochi giorni prima, eravamo stati chiamati dal “Grande Capo” della sede centrale dell’azienda per una riunione straordinaria, ma entrambi non avevamo idea di cosa volesse comunicarci. Il “Grande Capo” non aveva voluto menzionarci nulla a proposito; aveva concluso la chiamata, dicendo solamente: “Penso che sia opportuno che prendiate il primo treno diretto per Roma.”

– tu-tu-tu-tu-tu –

Disorientati, Billy ed io ci eravamo scambiati uno sguardo perplesso. Non capivamo come mai ci fosse una tale urgenza. Acquistai subito due biglietti del treno.

La casa di Billy era davvero particolare: arredata con gusto, piena di suppellettili deliziose, qualche oggetto di design sparso in angoli ben precisi dell’alloggio. Si intuiva che c’era una presenza femminile, a cui andava il merito della buona riuscita dell’organizzazione di tutta la mobilia.

Cominciai a passeggiare avanti e indietro per il salotto. Mi incuriosivano le numerose fotografie appese alle pareti: grandi cornici, che contenevano tanti collage di foto di Billy, sua moglie e i due bambini. Erano così graziosi. Adoravo guardare quei momenti di vita rubati, cliccando semplicemente il bottone centrale del cellulare. Continuavo ad osservare, soffermandomi su ogni particolare. È piacevole permettere proprio alle foto di far tornare alla mente attimi passati da tempo.

Anche da bambina mi divertivo a scrutare i vari portafoto di casa mia. Entravo nella camera da letto dei miei genitori, mi sedevo sul letto e indirizzavo lo sguardo al comò, dove erano posizionati in modo geometricamente perfetto tutte le foto della loro gioventù e dei primi momenti dopo la mia nascita. Stare in quella camera mi piaceva tanto, mi sentivo al sicuro: vedere una me neonata, stretta tra le braccia di mamma e papà, mi faceva stare tranquilla. Negli anni a venire, l’entrare in quella camera mi ha sempre procurato la medesima sensazione: uno strano pizzicorino di felicità allo stomaco, una leggera eccitazione, una misteriosa percezione di vittoria sul mondo esterno.

Continuando a passeggiare per il salotto, mi chiesi se anche i figli di Billy fossero sensibili al posizionamento dei portafoto delle loro case e se anche a loro facesse piacere avere sotto agli occhi i loro progressi di crescita tra un’estate al mare e una Pasqua in montagna.

Era questo il punto: dove nascono i ricordi dei figli?

In una camera da letto dei genitori? Nell’anticamera del salotto? Sul tavolino di fianco alla televisione, dove è posizionato quel buffo soprammobile, che ha regalato il bisnonno alla nonna della mamma?

Le fotografie servono a far memorizzare ai figli da dove si è partiti, chi eravamo prima e dopo di loro, cosa abbiamo imparato, dove andavamo, e via dicendo. Colui che si mette dietro l’obiettivo, inquadra, incornicia per sempre chi in quel momento dev’essere al centro dell’attenzione del dispositivo. Poi c’è il click. Si immortala la bellezza. Catturata per sempre dentro a tanti pixel. Ora siete un ricordo. Ora è per sempre. Ora nessuno vi può cambiare da come siete stati presi. Ora è la bellezza per eccellenza, quella su cui avverranno i paragoni futuri. Questo impareranno i vostri figli, questa foto qui. Questa da adesso in poi sarà il tipo di bellezza a cui loro si abitueranno. La loro memoria è nata così. Da quelle foto. E saranno proprio quelle foto che li rassicureranno, li faranno sentire al sicuro. A mano a mano che la memoria aumenta, restituirà ricordi più nitidi e forti. Costruirà una sorta di porta-gioie, in cui loro potranno riporre tutto ciò che li fa stare meglio. Ci saranno anche quelle foto, quelle camere, quegli angoli a loro così familiari, dove hanno iniziato a ricordare.

Mentre riflettevo su quali di quelle foto fossero le preferite dei figli di Billy, la porta della camera da letto si aprì. Billy uscì con il suo bagaglio in una mano e la giacca nell’altra.

“Possiamo andare!”, mi disse entusiasta, “Scusa se ci ho messo tanto… non trovavo il carica-batterie!”

“Figurati! Nel frattempo, ho dato un’occhiata alla tua casetta, davvero carina!”

Billy sorrise timidamente, “Eh… merito di Elena, se non ci fosse lei, sarebbe un disastro!”

Salimmo in macchina e ci dirigemmo alla stazione. Eravamo impazienti di sapere cosa volesse dirci di tanto urgente il “Grande Capo”.

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Controsensi cubani, ammmmmmericani e tiende improvvisate

Era arrivato il momento di uscircene da Varadero. Stare con le chiappe al sole tutto il giorno stava diventando scontato e noioso. Avevamo bisogno di una dose-di-Havana, la vera faccia di Cuba!

La chica del club di animazione ci prenotò senza esitazione per il giorno a venire uno di quei mini-bus puzzolenti per raggiungere il centro dell’Havana.

L’indomani ci alzammo di buon mattino. Bisognava trovarsi fuori dal resort tassativamente alle 7 e i ritardatari non sarebbero stati aspettati. Una volta partiti, la guida fece del suo meglio per esprimersi in un italiano abbastanza decente da farsi intendere da tutti noi cristiani verdi-rossi-bianchi. Ci spiegò la storia della città, la dittatura di quel simpaticone di Fidel Castro e il modo di vivere dei cubani, che altro non è se non un eterno bighellonare in attesa che lo Stato ti dia qualcosa da fare, come un lavoro, che non si può rifiutare, o una missione militare, quelle vanno molto forte, tanto che Cuba è lo stato con più scuole di addestramento militare del mondo! Uno stato così piccolo… ma dove ad ogni angolo, anche in quello più remoto, dove solo le mucche dall’aria infelice e un po’ sciupata brucano le sterpaglie secche, si vedono scuole militari.

Cuba era un accidente di paradosso: decantata come il paese della Revoluciòn e della libertà, ma all’atto pratico un insieme di controsensi e bizzarre contraddizioni. Liberi da che? Come direbbe il buon Vasco… Gli abitanti sanno che non possono uscire dalla loro piccola isola da sballo; se lo fanno e poi accidentalmente decidono di fare rientro in patria, li aspetta un bel comitato di benvenuto!! Purtroppo, una volta che si esce da Cuba, per lo stato cubano vige l’equazione: cubano fuori Cuba = non più cubano VERO. Perciò, il solo diritto che ti spetta è quello di morire. A meno che non “si fugga” da Cuba, ammogliato/a ad uno/a di quei/quelle grassi/e uomini/donne “ammmmericani/e”, che sono il passaporto per fare avanti e indietro dalla isla quando lo si desidera.

L’Havana ci stava aspettando ed era così emozionata di averci lì, che si commosse tanto da scatenare un cavolo di acquazzone, che ci inzuppò per benino!

Grazie, Havana, non era il caso…” – pensai tra un’imprecazione e l’altra.

Ci rifugiammo sotto le tende di un bar e aspettammo che la città si riprendesse dall’emozione. A Cuba i temporali vanno e vengono, come i fidanzati e le fidanzate a quindici anni. Dopo, torna subito il sole e non ti ricordi più di tutta l’acqua che è scesa un attimo prima, proprio… come a quindici anni!

Per le strade tanti colori, risate, chiacchere, passi frettolosi e bivacchi. Il sole illuminava tutto così bene, che nulla passava inosservato ai miei occhi pieni di curiosità e meraviglia. Il mare era sempre lì, lo abbiamo salutato dal Malecòn (il lungomare che abbraccia tutta la costa), facendoci anche un video per ricordarci quanto Cuba potesse essere romantica ed underground allo stesso tempo: da un lato una schiera di catapecchie, più o meno traballanti, più o meno con tetto, porte e finestre, dai colori sbiaditi, dai muri scrostati e dalla pulizia poco linda. Dall’altro il mare, sempre bello, sempre cristallino, sempre a rappresentare la parte più cool di Cuba, quella per cui la maggior parte dei turisti si spara nove cazzutissime ore di volo.

La specialità dell’Havana non è un particolare piatto tipico, ma la genuinità della gente: sembra tutta indaffarata, affaccendata in chissà-che-cosa, tanto non lo capirai mai, stai sereno e mettiti l’anima in pace.

Si va, si viene, si corre in motorino, in bicicletta, a piedi, sull’ape, qualsiasi mezzo di trasporto è buono per girovagare apparentemente senza una meta.

Agli angoli delle strade, ci si aspetta con una birra in mano, il cappello calcato in testa, mani nelle tasche di pantaloni luridi e sgualciti. Sguardi un po’ sornioni si stampano nella calura della giornata. Una signora esce da un tienda improvvisata a macelleria, portando tra le mani a mo’ di trofeo del petto di pollo appena tagliato (senza nemmeno una carta attorno… “Aiuto… come arriverà quel pollo a casa?”, ho pensato), due ragazzi sghignazzano tra loro con del pane sotto il braccio e un signore anziano cerca di farsi spazio portando sulla sua bicicletta un mobile del bagno tutto ammaccato, ma che ci farà mai?

Non lo scopriremo nemmeno vivendo!

In alcune zone dell’Havana non c’è asfalto sulla strada, non ci sono i marciapiedi, si cammina, stop.

“Non farti domande”, mi disse la guida, “tanto le risposte non le sappiamo nemmeno noi che siamo nati qui!”.

E chi ha intenzione di farsele? In fondo vorrei passare anche io delle giornate in questa maniera, alla cubana. Un po’ di scazzo non ha mai fatto male a nessuno, “Stai tranqui, frà”.

È come se conoscessi già Cuba: sono cresciuta con le storie e gli aneddoti, che mi raccontavano i miei nonni, che l’hanno vissuta sulla loro pelle di lavoratori stranieri per un po’ di anni.

Le sue vie, i suoi palazzi dittatoriali, le sue case abbandonate piene di calcinacci: sono qui per vedere dal vivo con i miei occhi tutto questo.

Quando qualcuno non sa guidare, mio nonno urla sempre “Guidi come un cubanoooooo!”, alternando l’affermazione con un’altra, che dice pressappoco così: “Questa è proprio una manovra cubana!”.

L’uso del clacson non è un consiglio, è un ordine, un obbligo: chi non usa il clacson, è un turista o un fighetto perbene. Il clacson serve per salutarsi, per far capire alla città che si è arrivati a destinazione, per dire all’altro di levarsi dalle balle, per fare un complimento ad una bella ragazza, per chiamare qualcuno quando si arriva sotto casa sua, e così via. Ogni cubano tiene molto al suo clacson, anche perché la macchina non è un bene che hanno tutti, perciò quando la si possiede, se ne usano tutti gli accessori… e il clacson è il più importante.

All’Havana si vedono ancora più macchine ammmmmmericane e sovietiche rispetto che a Varadero: i loro colori sgargianti fanno in modo che tu le veda da un chilometro di distanza. Da lontano sembrano tanti frullati giganti colorati, che si avvicinano rombanti e frenetici per divorarti. Ne ho viste di ogni tipo e marca, dalle Cadillac rosa alle azzurre Chevrolet, ma anche Ford, Oldsmobile e Chrysler, c’è né di tutti i gusti.

Si manifesta a questo punto un altro paradosso cubano: l’odio verso lo stato americano, sempre dimostrato, ostentato e gridato… mi sta bene, però ancora oggi vengono utilizzate le vecchie macchine risalenti al periodo pre-1959? Altra cosa a me non chiara.

Quanto è bella Cuba?

Perfetta così, con tutte le sue contraddizioni e i suoi casini.