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La piazzetta

Cari amici lettori,

questa storia illustrata parte da una mia necessità di fissare tra i miei scritti un luogo di questa nuova città in cui abito ormai da quattro anni, Asti, che mi sta dando davvero tanto.

E’ un luogo che forse ai più può passare inosservato, proprio perché si trova in una zona del centro dove non ci sono chissà quanti locali/punti turistici di chissà che interesse… Per me invece è stato (ed è) una specie di <<confort-place>> dove mi rifugio per pensare…

E voi avete un “luogo-del-cuore” nella vostra città, che utilizzate in tal senso? Fatemi sapere, se vi va, sono curiosa!

Bene, bando alle ciance, ecco la storia su questo luogo magico… l’illustrazione, come sempre, è di Giulia Cerrato (su ig cherry_dsgn).

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Era l’alba delle origini.

In quella luce appena nata della mattina, era contenuta tutta la mia speranza e la voglia di essere amata. 

Ormai quella panchina era la nostra. Era perfino scontato precisare il luogo, dove ci saremmo incontrati. 

Alla piazzetta!” – sussurravamo al telefono.

Non mancherò…” – ribattevo.

David sospirava e meccanicamente chiudevamo insieme la chiamata.

Definirla <<piazza>> era un tantino azzardato. Il termine <<piazzetta>> evocava un non so ché di intimo e allo stesso tempo tenero e romantico. Ciò che attribuivamo come nostra proprietà non era altro che una piccola insenatura della strada, che si faceva largo tra le case del centro. A rendere così speciale quel luogo era il lampione, posizionato in mezzo al piccolo spiazzo, che illuminava con una debole luce la panchina, collocata al suo fianco. Ad incorniciare il romantico quadretto, c’era il muretto in pietra che correva tutto intorno a delimitare l’aiuola circostante. 

Un bon-bon. Un pezzo di pellicola cinematografica, rubata a film del calibro di “La la land” ed era tutto per noi. Se quel luogo si fosse trovato in una metropoli europea, come ad esempio Parigi, sarebbe apparso sulle tele di pittori e artisti squattrinati e sognanti, che l’avrebbero ritratto come una cartolina dai colori languidi e delicati, acquistata poi come originale souvenir. Avrebbe quindi fatto il giro del mondo, viaggiando verso i domicili di turisti apatici e stufi della propria vita piatta. Sarebbe diventato il posto instagrammabile, da fotografare assolutamente, presente su tutte le guide più autorevoli. Le numerose foto a lui dedicate sarebbero state postate da giovani influencer, per invogliare viaggi e gite fuori porta.

Ma… per fortuna c’era un <<ma>>… l’adorata piazzetta era “made-in-Asti” e così… rimaneva un posto solamente nostro. Chissà se invece avesse desiderato davvero tutta quella notorietà o se era davvero felice che di lei importava esclusivamente a due ragazzi, un po’ demodè, come me e David! 

Non lo saprò mai, penso… Se le piazze potessero parlare… O forse è meglio di no!

Avevamo stabilito di comune accordo di ritrovarci là. Prima della scuola. Prima di immergerci in Dante e Petrarca, prima di affrontare seni e coseni.

Ci si ritrovava alla “piazzetta” e si sognava. 

Di scappare lontani.

Di evadere dal mondo.

Di cambiarlo.

Trasformarlo. 

Di fare la rivoluzione.

Di imporre il linguaggio dell’amore su quello della guerra.

Di imparare a volare senza prendere l’aereo.

Di ballare tutte le notti fino alla mattina seguente.

Di aprire un bar sulla spiaggia dal nome equivoco.

Di attraversare l’Europa in treno.

Di cambiare casa ogni mese.

Di non arrabbiarsi mai.

Di non farsi dire da nessuno cosa fare.

Di rimanere uguali.

Di portare quella piazzetta sempre con noi, ovunque saremmo andati.

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Castagne e Coca-cola

Cari lettori,

condivido con voi il mini-racconto, che avevo inviato lo scorso inverno alla redazione del Concorso letterario nazionale “Parole sul mare” 2020 (VI edizione). Tema del concorso: il tempo. Il racconto si è posizionato al 7° posto (su 41 storie), risultato che mi ha riempito di gioia!

La storia ruota attorno ad una conversazione tra amiche, confidenze intime, pensieri più o meno seri. Una domenica sera. Davanti ad un piatto di castagne e due bicchieroni di Coca-cola… accostamento strano, vero? Se non vi convince, fate un tentativo, vi ricrederete!

Come sempre, la storia è stata illustrata da Giulia!

Buona lettura! Mi farebbe piacere leggere i vostri commenti 😉

“I luoghi comuni sul tempo hanno scandito la nostra vita e, ormai, arrivati a questo punto si sprecano. E se citassi frasi del tipo: <<Il tempo è denaro>> o <<Chi ha tempo non aspetti tempo>>, finirei subito con il castrare la domanda che volevo porti da un po’ di… ohhh… lasciamo stare!” – provai a innescare quella conversazione con Claudia lo scorso inverno. Era una domenica sera: proprio quel preciso istante, in cui entrambe pensavamo all’indomani con goffaggine e mollezza di spirito. Provavamo una certa ansia, in attesa del lunedì mattina, ma nessuna delle due voleva deliberare alcuna affermazione simile riguardo all’argomento. Avevamo messo in forno un bel sacco di castagne, volevamo finire in bellezza il weekend, discutendo sia dei massimi sistemi della vita, ma anche di che colore pittarci le unghie, prima che avesse inizio un’altra settimana lavorativa. Sbucciando una castagna, appena tolta dal forno, e sorseggiando un bicchiere di Coca-cola, per buttare giù il boccone impastato di saliva, avevo cominciato a girare attorno ad una questione assai spinosa, ma, come si è potuto notare, fin dall’inizio, i miei pensieri si facevano prendere gioco dai giri di parole e così, aspettai.

“No, per favore… continua” – mi disse Claudia.

“Intendevo dire… poco fa… ma cosa è che non cambia mai nelle nostre vite? Siamo figlie di filosofie alla Eraclito-maniera… panta rei… tutto scorre… ma è da un po’ di giorni che rifletto… faccio un sogno sempre uguale… da ormai anni, Cla, lo sai? …te l’avevo mai detto?” – parlai a Claudia del mio sogno ricorrente. Da ormai cinque anni, a periodi alterni, non facevo che addormentarmi, ritornando sempre a sognare una persona in particolare, un ragazzo. Il suo nome era Diego.

“Elena, cosa c’è che ti turba? Cosa c’entra un sogno con i cambiamenti della vita?”

Le castagne erano bollenti. Non riuscivo a pelarle. Aprivo leggermente il guscio con le unghie, poi lasciavo cadere sul tavolo quella poveretta, scuotendo a più non posso le mani. Niente da fare. Toccava attendere un altro po’. Mi riempii ancora il bicchiere di Coca-cola, bevvi due bei sorsi e continuai.

“Si dice che col tempo tutto cambia, tutto passa… tutto scorre, appunto! Giusto?”

“Sì, e allora?”

“No, non è vero. Il tempo passa e il suo passaggio si trascina con sé tante, ma tante cose. Il suo compito è quello di agire come un fiume, che scorrendo nella terra porta fino in fondo al suo cammino tutto quello che trova, durante il suo viaggio. Idem, anche questo vale per la nostra vita. Alla fine di tutto, ci ritroveremo in fondo al nostro fiume, osservando ogni singola molecola, emozione, respiro transitatoci davanti agli occhi. E sarà mutato! Ogni emozione muta, non proviamo mai lo stesso sentimento, la stessa gioia, lo stesso dolore per ciò che è stato vissuto. Il tempo passa e muta ogni cosa che non sia il presente. Lo modella, lo plasma e ce lo restituisce… di giorno, in giorno, sempre più diverso.”

“Sì, sono d’accordo, Elena… ma non riesco ancora a capire dove vuoi arrivare!”

Diego fu per me un amore speciale, ma non lo capii subito. Eravamo giovani, tanto. Tanto giovani, da avere visi come angeli, ma cuori già abbastanza emancipati. Ci rincorrevamo, respingevamo e amavamo. Tutto allo stesso tempo. Non avevamo regole, malgrado uno dei due cercasse sempre di istituirle. Tentavamo di rinchiuderci l’uno nella gabbia dorata dell’altro, ma fallivamo. La fretta di crescere stava davanti a noi, ma non si faceva prendere. Continuavamo a rincorrerla. Nel frattempo, continuavamo ad amarci, a progettare e a disfare quello che decidevamo di iniziare a mettere in piedi. Alcuni ci dicevano che ci eravamo trovati troppo presto. Altri, che eravamo in ritardo nelle conquiste, che conseguivamo. Io sempre un passo, seppur minimo, davanti a lui. Ma ci amavamo. Diego era un bambino, alla ricerca della sua mamma perduta. Io, invece, una piccola donna, che voleva farsi coccolare, come se fosse ancora una bambina. Non riuscivamo ad insegnarci le lezioni, di cui avevamo bisogno. Stavamo insieme con tutta la passione, che avevamo in corpo, ma non appena quella finiva, ci allontanavamo. Ricominciava la corsa. Diego, che rincorre Elena. E poi. Elena, che corre dietro a Diego. Il gioco ricominciava. Quando sarebbe finito? Trascorsero anni, tentando la fortuna. Eravamo entrambi desiderosi di arrivare al montepremi finale. Chi dei due avrebbe avuto la meglio?

“C’è una cosa che il tempo non può cambiare… solo quella cosa là… il tempo può fagocitarla, ma non appena la risputa fuori, potrai renderti conto che è rimasta uguale a prima. Solamente un po’ appiccicosa e sbavata… ma è la medesima cosa! Sto parlando del senso di colpa…”

Claudia mi guardò basita. Masticava la castagna, ancora calda, stando attenta a non scottarsi guancia e lingua. Era un momento abbastanza catartico. Quasi come a non voler svegliare nessuno, quando si rincasava tardi la notte. La stessa accortezza viene utilizzata, quando si mette in bocca un cibo troppo bollente. Piano, piano, la lingua passa il pezzo incriminato da una parte all’altra della guancia, palleggia la palla rovente di qua e di là, cercando di scegliere la guancia più adatta, dove fare gol. Non mi feci intimorire e continuai imperterrita a raccontare.

Diego era il mio senso di colpa, che si traduceva in un sogno, sempre uguale, intermittente, ciclico. Diego era quella pedina, che il tempo non poteva mangiare. La passava all’interno del suo scanner, ma non riconoscendola come edibile, la lasciava intatta e libera di vagare nel subconscio, per poi finire come film-colossal, sempre in programmazione nelle notti più agitate.

“Il senso di colpa se ne fotte del tempo… cosa gliene frega? È immortale… proprio come lui! Non subisce modifiche, non sente ragioni, rimane lì a farti compagnia… e quando pensi che il-famoso-tempo ci sia passato sopra… torna a dar fastidio più di prima!”

Claudia non poté che darmi ragione. Volle sapere qualsiasi cosa del mio sogno ricorrente e mi chiese se ci fosse una connessione tra quello e il senso di colpa.

“Credo proprio di sì! …vedi che te lo dico sempre che avrei dovuto diventare una strizza-cervelli, invece che una semplice impiegata?” – scoppiammo a ridere all’unisono, soprattutto per sciogliere la piega, che aveva preso quella chiacchierata.

Sogni e sensi di colpa vanno a braccetto, il tempo può solo stare a guardare, senza emettere un fiato. Purtroppo, o per fortuna, il tempo non può niente contro la coscienza, la fucina dei nostri ragionamenti principali.

“Cla, sogno di rivedere Diego… sogno di essere perdonata, di potermi scusare e di sentire dalle sue labbra parole di approvazione… sogno che ci stringiamo la mano e che tutto torni alla normalità… poi però mi sveglio…” – feci rotolare una castagna sul tavolo, tracannai l’ultimo sorso di Coca-cola dal bicchiere – “…Mi sveglio e il senso di colpa è proprio lì, ai piedi del mio letto, che mi augura il buongiorno. Poi mi aiuta ad alzarmi, si posa sulla spalla. E mi segue con attenzione di stanza, in stanza!”

Claudia era addolorata, quanto me. Non sapeva cosa consigliarmi, non sarebbe bastata una battuta di spirito sul Reiki a farmi rallegrare. Mi sentivo uno straccio per aver mandato a rotoli la nostra cena-sole-donne.

“Hai un fazzoletto?” – fu l’unica cosa che volli aggiungere alla confidenza finale, che avevo rilasciato.

“Certamente…” – Claudia si alzò per prendere la scatola di Kleenex sul mobile della TV, poi si risedette a tavola – “…Ele, non esiste senso di colpa che non puoi distruggere… perché sei tu stessa la creatrice di questo! Cerca nell’amico Tempo un alleato contro di lui e, insieme, penso proprio che potrete sconfiggerlo… o almeno… imbottirlo di calmanti, per farlo dormire per un po’!”

Alla fine di ogni conversazione, Claudia sapeva sempre cosa dire. E anche quella volta riuscì a trovare la chiosa adatta.

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Tutto ha un tempo

Questa storia illustrata è molto particolare. E’ ispirata a una storia vera. Buona lettura.

“Pane… pane… fresco di giornata! Oggi ci sono dei nuovi tipi: ehm, allora… questo? Con la curcuma e i semi di zucca, mentre quello è un multi-cereali… A chi tocca?”

Adele sfornava pane, pagnotte e focacce tutte le mattine, da ormai vent’anni. Era da tutti chiamata “la figlia del panettiere“, perché suo padre era il proprietario dell’unica panetteria di Mongardino, un paesino di mille anime o poco più. Quando gli anni trascorsero, Adele si guadagnò il titolo di panettiera del paese, portando avanti l’attività paterna con impegno e sacrificio. Il suo piccolo negozio, situato nel centro del paese, era facilmente distinguibile, grazie all’insegna “Panetteria Raviola – Forno attivo dal 1930”: le lettere e la calligrafia ricordavano le pubblicità anni Quaranta. Quando si era trattato di rinfrescare il locale, Adele aveva tenuto in considerazione l’epoca, in cui la panetteria era stata fondata, e non aveva voluto tralasciare nessun particolare. Aveva chiesto ad un falegname, amico di famiglia, di restaurare gli stipiti e l’architrave dell’entrata della panetteria, tutti quanti gli elementi erano in legno di rovere. Ci voleva qualcuno che sapesse lavorare bene e con delicatezza. Il nonno di Adele aveva inaugurato quella panetteria nel 1930, aveva scelto personalmente l’arredamento interno ed esterno, perciò lei non voleva assolutamente andare contro le volontà, che erano state dei parenti che l’avevano preceduta. Si era limitata ad aggiustare ciò che non funzionava più e a migliorare le componenti dall’aspetto appassito. Una volta all’interno della panetteria, il profumo del pane fresco e di tutti i prodotti da forno, che Adele produceva, invadeva l’ambiente. L’odore di farina, lievito e del calore del forno era sempre vivo, aderiva ai muri del locale. Chissà da quanto tempo se ne stava là, rapprendendosi di generazione in generazione. Le stagere si sviluppavano da un lato all’altro delle pareti ed ognuna di loro era interrotta verticalmente da dei divisori, che Adele spostava all’occorrenza, a seconda della quantità, più o meno grande, di ogni tipologia di pane, che sfornava. Ogni celletta, che veniva quindi a formarsi da quel reticolo di scaffalature, era denominata da una targhetta, che Adele scriveva con il nome della tipologia di pagnotta. Maggiolini o bocconcini all’olio, biove, ciabatte croccanti, tartarughe, grissie a pasta dura, mantovane dalla morbida mollica. Adele scriveva sulle etichette cartonate con la sua calligrafia armoniosa e tondeggiante e le disponeva poi nelle copertine plastificate sopra ogni stagera. Era un qualcosa di speciale, Adele lo sapeva. Molte sere, infatti, si addormentava per qualche ora sulla brandina, che aveva un suo spazio apposito nel disimpegno. Stava lì solamente per sentirsi più vicina a coloro, che avevano infuso il lei la passione della panificazione, quasi che quelle poche ore di sonno potessero rinvigorirla al punto tale, da farle dimenticare la stanchezza, ormai accumulata nel corso degli anni. Da quando suo padre era mancato, aveva portato avanti il negozio da sola, aiutata unicamente dal suo elevato senso del dovere e dalla sua grande esperienza.

“Mi dia due biove e un pane toscano, grazie Adele”
“Stamattina, signora Carla, ho appena sfornato il pane alla curcuma e semi di zucca, vuole provarlo? È una novità?” – disse Adele, sventolando una pagnotta avanti e indietro.

“Oh no, grazie… queste cose moderne non mi piacciono… Cerea, Adele”

Adele non si scoraggiava. Le sue clienti più anziane non nutrivano molta curiosità riguardo i suoi esperimenti, ma per fortuna riusciva a trovare maggiore soddisfazione negli acquirenti, provenienti dalla città di Asti, che con piacere provavano quei prodotti dal carattere più moderno.

“Oh, eccola di nuovo, salve Dalila, come stai?”

Dalila era una habitué della panetteria, assidua frequentatrice, da quando si era trasferita da Torino per mettere su famiglia con Davide, il ragazzo, che l’aveva conquistata. In poco tempo si erano sposati, dando alla luce Niccolò, il frutto del loro amore. Adele e Dalila spesso si intrattenevano a parlare del più e del meno. Soprattutto quando Niccolò era a scuola materna, Dalila si fermava volentieri a scambiare quattro chiacchere. Era un momento di pausa, che si concedeva dalla vita di mamma a tempo pieno. La somma di quei piccoli ritagli di tempo era andata a costituire una bella amicizia. Dalila considerava Adele una buona confidente, schietta e sincera, e Adele rivedeva in Dalila quel lato di sé stessa, che non era riuscita ad esprimere negli anni indietro.

“Ciao Adele, come stai?”
“Non male, Dalila… non male…”

La complicità tra di loro arrivava fino al punto di passare alcuni istanti della conversazione a commentare con leggerezza le ultime clienti, entrate in panetteria. Adele era ormai una esperta, scrutava le persone, nulla sfuggiva al suo sguardo di padrona di negozio navigata. Bastava un veloce colpo d’occhio e la sua sensibilità di psicologa mancata faceva tutto il resto.

“Hai visto come sono entrati, tenendosi abbracciati stretti, stretti… quei due giovani sono alle prese con l’essere innamorati per la prima volta, te lo dico io…”
“Dici?” – ribatteva dubbiosa Dalila, – “magari… sono compagni di scuola…”
“No, credimi… l’amore giovane lo so riconoscere! Mentre, la signora prima di loro due, quella con il marito alto e barbuto? Ecco… quello è l’amore placato… come mi piace definirlo…”
“Adele, sei tremenda! Per ognuno di loro riesci a trovare una storia…”
“Non sono storie, sono verità… dovresti interrogarli per renderti conto che non invento niente!”
“E invece… il tuo amore? Perché non ti sei mai sposata?”

“Perché non mi sono mai sposata… bella domanda…” – Adele gongolava davanti a quesiti di quel genere. Tentava allora di sviare la conversazione con la sua ironia, che trasudava a tratti nostalgia e irregolarità.

“Ma come? Mio marito è il qui presente Signor Pane! …mi piace fare il pane perché è come prendersi cura di qualcuno… immagino quelle piccole pagnottelle come dei cuccioli, che devono crescere belli sani e forti fino ad arrivare ad essere una bella forma di pane grande e ben lievitata, croccante fuori e soffice all’interno…”

Dalila allora non demordeva, continuava a riportarla sull’argomento principale della conversazione. Le stava alle calcagna, come i bracchi durante la caccia alla volpe. Fu così che la sfortunata amica venne obbligata a confidarsi nuovamente, sapeva che era impossibile sfuggire alle intenzioni di Dalila, se si metteva in testa qualcosa, non rimaneva nulla da fare, se non vuotare il sacco.
Nella vita di Adele c’era stato poco spazio per l’amore, ma molto invece per il lavoro. Nata figlia unica, la sua famiglia aveva investito tante aspirazioni su di lei e sul suo destino di panettiera. La bottega era il fulcro, attorno a cui ruotavano i sacrifici economici di tutti i componenti. Colui che si fosse avvicinato a tal punto a diventare un papabile corteggiatore, doveva sapere a cosa sarebbe andato incontro e sposare sia Adele, sia il suo negozio. La missione era già scritta sulle pagine del suo libro della vita.

“Ci hanno insegnato che tutto ha un tempo, ovvero quella specie di periodo… misurato in giorni, mesi, anni… che parte da un punto ben definito e si conclude su un altro, altrettanto ben delineato. Ecco perché c’è una stagione, per innamorarsi… un’altra, per mettere su famiglia… un’altra, per mettere in cantiere un figlio, e così via…”

Tuttavia, Adele aveva creduto per buona parte della sua vita che tutte quelle parole non fossero vere. Si era sempre ripetuta che quei luoghi comuni erano per gente semplice, non avvezza ai cambiamenti e alle evoluzioni degli stili di vita umani, ma negli ultimi tempi, tra sé e sé, aveva dovuto ammettere che lo scorrere della vita aveva avuto la meglio – “Forse non ci si rende conto di essere dentro a questo battage fino al collo! Si pensa di avere il controllo della giostra e di decidere il momento giusto, in cui scendere!”
Purtroppo, spalancando gli occhi sul mondo, si era resa conto di non essere riuscita con successo a convertire le parole in fatti, non era stato poi tanto semplice combattere contro un videogioco, eludendolo a non permettere al monitor di mostrare la scritta <game-over>. Adele aveva cominciato a marciare, come uno dei tanti bei soldatini della truppa. All’urlo <Uniti e compatti!>, rispondeva, insieme agli altri, <sissignore!>. Si marciava, così, verso un’altra tappa. Adele si trovava a giocare la sua partita dentro quel gioco a punti, che aveva da sempre pensato di evitare.

“E poi ad un tratto mi sono anche chiesta: perché tutti si divertono e io no?” – Adele tratteneva a stento le lacrime, era ormai in preda allo sconforto.

Aveva vissuto dai vent’anni in poi sotto pressione, contando sulla punta delle dita le occasioni perse e quel po’ di terreno conquistato. Solo suo padre aveva voce in capitolo: organizzava domeniche pomeriggio, in cui invitava ipotetici pretendenti a consumare conversazioni frivole, inframmezzate da caldarroste e thè, a cui Adele partecipava in maniera compassata. Non ne aveva scelto neanche uno. Inseguiva un concetto di relazione amorosa, a cui la sua famiglia non voleva cedere. Adele non poteva concedersi voli di fantasia, il suo dovere era ben chiaro, il marito ideale era un uomo in grado di prendersi cura di tutti quanti, anche dal punto di vista economico.

“Mio padre aveva uno strano modo di volermi bene… sia chiaro, non gli rimprovero niente… comunque, non ha mai capito di cosa avevo realmente bisogno! Gli uomini, che piacevano a lui, a me non piacevano… e così ho deciso di maritarmi con la mia attività lavorativa, che non mi ha mai delusa in tutti questi anni!”

Adele non era sicura che i treni passavano per tutti nello stesso modo. Il più delle volte i mattoni, che vanno a costruire il muro della vita, vengono messi dai propri genitori e non dalla persona stessa. Così Adele raccontava a Dalila. Immaginava tutte le mattine di andare alla solita stazione, che diveniva di giorno in giorno sempre più affollata. Qualche treno passava da là, senza neanche fermarsi, sotto gli occhi sconfortati di tutti i passeggeri. Qualcuno invece, si fermava, ma non tutti riuscivano a salirci sopra. Gli <eletti>, coloro che avevano diritto alla prima fila, a bordo banchina, riuscivano ad accaparrarsi subito il mancorrente per montare sugli scalini. Poi, c’erano gli <speranzosi>, quelli che aspettavano il treno, fatto su misura apposta per loro, e gli <egoisti>, che volevano salire su qualsiasi treno della stazione, ma venivano messi da parte dagli <eletti>, e così via.

“La stazione non ce la fa a contenerci tutti. Salire sul treno è come inseguire una chimera, ci si chiede sempre se sarà quello giusto. Chi invece rimane a terra, passa il tempo a lamentarsi, perché il suo momento non arriva mai. L’attesa inizia ad essere sfiancante e la fiducia, ricordati, è stata data in regalo solamente agli <speranzosi>”

Adele era vissuta in mezzo a uomini pragmatici, abituati a vivere di materia e carne viva, piuttosto che di idee e platonismo. Era stata sempre presa per mano e trascinata poi nella fazione opposta alla sua, perché non le era permesso volare verso altri modelli di pensiero. Dalila ascoltava sbalordita quelle dichiarazioni di aiuto. Non riusciva a comprendere a fondo ciò di cui parlava Adele, in quanto il suo destino era stato costruito solamente dalle sue scelte. Provava però una grande empatia per quella amica di qualche anno più grande.

“Adele, amica mia, non mi avevi mai raccontato… io penso che tu sia sempre in tempo, non esistono stagioni, non esistono treni, se vuoi una cosa… devi andare là fuori e prendertela!”

Adele storse un po’ la bocca, non era d’accordo con Dalila – “Quando non si riesce a trovare nessun treno su cui salire… ci si lascia andare alla mestizia… io faccio parte di quelle persone, così abbattute, a tal punto da dover salire su un treno qualunque… dovrei dare uno spintone ad uno degli <eletti> e prendere il posto, che gli spetta… allora forse il mondo cambierebbe?” – poi continuò – “…non lo so… so solo che quando passi la vita a marciare e a seguire il volere di qualcun altro, non riesci mai a sentirti libera completamente, perché nessuno ti ha insegnato ad agire così! Ecco perché rimango qui, avvolta dal profumo della cosa che amo di più: il mio pane!”

Adele era innamorata della sua bottega o del conforto e dei bei ricordi che ne scaturivano? Era servito a qualcosa nascondersi dentro le mura di quel mondo, che qualcuno, esterno ai suoi sentimenti, le aveva preconfezionato addosso, come un abito sartoriale su misura?

“Si dice che il rischio appartiene alla giovinezza… età, che non mi appartiene più… non è più il mio tempo…”

Dalila non voleva darsi per vinta, iniziò a farle una lista di tutte le cose, da cui poteva ricominciare, senza tralasciare la sua amata panetteria, ma Adele non voleva sentire ragioni. La rassegnazione aveva tolto aria allo spirito della curiosità, che era deceduto, miseramente soffocato. La sua voglia di esplorare era stata sostituita dalla forza dell’abitudine, che si era impossessata del suo stile di vita.

“Sono cambiata, Dalila… mi fido solo di ciò che conosco, ecco perché prima ti dicevo che fare il pane è il marito, che tutti i giorni servo amorevolmente… non ho bisogno di altro e nemmeno mi interessa”.

Dalila sorrise teneramente in direzione dell’amica, finì di acquistare ciò che le serviva. La raggiunse dietro al balcone e la abbracciò.

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Pesante sul cuore

Che giorni difficili erano stati quei giorni!

Sembrava che tutto crollasse e non si rigenerasse più. Giorgio aveva smesso di ridere. Aveva smesso di sognare (quello già tempo indietro).

Il tempo si era fermato e, così, anche la sua vita. Rimaneva inchiodato alla sua scrivania, guardando fuori da una finestra, perché lui, fino a quel punto, era stato molto fortunato. Non era uno di quegli uomini obbligati a rimirare il muro della camera da imbiancare. No. Giorgio era di buona famiglia, benestante; da bambino voleva essere un supereroe, come Batman o Spiderman, da grande invece aveva deciso di non rischiare troppo sulle sue decisioni. Aveva rilevato l’attività ristorativa dei suoi genitori ed era andato avanti. Credendoci? Non lo sapeva nemmeno lui. Se ne stava in attesa che una specie di Fata Turchina moderna si palesasse per farglielo sapere. Aspettava un cambiamento, un cenno, anche minimo. Di cosa aveva bisogno? Una spinta emotiva? O un santone spirituale? O una bella cinquina stampata sulla guancia sinistra? Nemmeno questo Giorgio sapeva. Aveva solamente l’impressione che il mondo si fosse fermato e che venisse dato unicamente spazio alle mancanze di avanzare e alle speranze di retrocedere. Barricarsi dietro alla scrivania non sarebbe servito a niente. Da quando i suoi genitori non c’erano più, era vissuto di rendita. Nascosto dietro a quella sicurezza, che tanto lo inorgogliva. Cosa ne era stato del bambino, che credeva in Batman? Dove erano andate a finire le sue aspirazioni? Chi era veramente Giorgio? Si era forse dimenticato dell’uomo, che voleva diventare, o magari, era stato più semplice imboccare la strada già battuta, quella ben tracciata dai suoi amati genitori?

In natura tutti gli animali escogitano meccanismi ben studiati di mimetizzazione, per sfuggire alle minacce dell’ambiente. Per gli esseri umani, è però ben diverso: il nostro mimetismo consiste nell’adeguare il vestiario all’occasione, gestire il tono di voce, a seconda che ci troviamo di fronte a un professore, al medico della mutua o all’amico di infanzia, calibrare gli argomenti in base alla conversazione, in cui siamo coinvolti. Anche noi, quindi, ci dotiamo di congetture per sopravvivere. Le maledette maschere. Il problema, che ci attanaglia da ormai un’eternità e da cui, a quanto pare, non riusciamo a uscirne. Giorgio era spaesato, perché un bel giorno qualcuno aveva deciso di buttare via il suo baule di costumini e travestimenti, ormai demodè e sciatti. E quella persona… ero io. Era arrivato il momento di vivere per davvero. Non poteva più rimandare.

Posso almeno tenere questa? …questa è la mia preferita, non se ne accorgerà nessuno, se la risparmierai…

Quando conobbi Giorgio, quella fu la frase che mi rimase più impressa. Ero ormai esperta dell’arte del decluttering ed ero abituata alle crisi isteriche delle persone, che non volevano staccarsi da quei loro orrendi travestimenti, ma Giorgio mi intenerì. Lo guardavo. Nudo, per la prima volta, di fronte allo specchio del suo grande armadio, ormai svuotato dalla mia perizia. Iniziò a piangere silenziosamente, senza emettere un suono. Non ero abituata. La mia esperienza di lungo corso era avvezza a qualsiasi manifestazione di tristezza, sgomento o paura. Giorgio era diverso. Era fondamentalmente una persona buona, bisognosa solamente di un poco di amore. Le maschere non danno quel tipo di affetto. Infondono sicurezza e audacia, ma non calore ed empatia vera. Ciò di cui parlo è quello stimolo caldo, che proviene dai puri di cuore, un impulso irrefrenabile di emotività vera, che spazza via ogni atteggiamento posticcio. Sentivo che avevo il compito di insegnarglielo. Malgrado non fosse tra i servizi di mia competenza, decisi di disegnare su quello specchio un sorriso, che lo riportasse ai pensieri di infanzia, quando il suo armadio era pieno solamente di giocattoli e macchinine.

Lo vidi fissare attentamente lo specchio e rilassare a poco a poco il viso. Si stava distogliendo da quello che aveva perso e si stava finalmente concentrando su ciò che stava guadagnando. I suoi occhi erano ormai asciutti, le labbra non più tirate e le pieghe delle guance si erano rilassate, donando alla pelle del viso un aspetto maggiormente tranquillo. Il mio compito era finito. Decisi di lasciare la camera, senza farmi notare.

In bocca al lupo, Giorgio!” – sussurrai, chiudendo la porta dietro di me.

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Al Parco Europa dissi “Addio”

Vengo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Tutte le mattine, prima di recarmi all’università, salgo con la macchina la strada della collina, che porta al Parco Europa. Là mi aspetta la solita panchina. Ormai potrei inciderci il mio nome sopra lo schienale. Tanto… è sempre lì che mi aspetta. Vuota. Addirittura, quei pochi passanti, mattinieri come me, che portano a spasso il cane, si siedono altrove, su altre panchine posizionate precisamente alla stessa distanza tra di loro, lungo il viale. Tutti sanno che quella panchina è la mia. Me la sono guadagnata.

Al Parco ci venivo sempre con Teo. Un amico, un amante? Ancora oggi mi chiedo cosa sia stato. Potrei descriverlo come fece Edmond Rostand riguardo al bacio:

<<Un bacio, insomma, che cos’è mai un bacio? Un apostrofo rosa fra le parole “t’amo”.>>

Ed era stato proprio un apostrofo Teo. Così poco accentuato, così breve, che mi aveva lasciato quel sapore amaro in bocca, che nessun bacio dovrebbe mai lasciare.

Era entrato nella mia vita improvvisamente e, altrettanto, ne era uscito.

Avevamo cominciato ad incontrarci al Parco Europa, anche più di una volta al giorno. Quel posto era diventato il rifugio silenzioso e tranquillo, in cui stare insieme. Nessun occhio indiscreto, nessuna parola fuori luogo ci raggiungeva. Nessun giudizio, nessuna critica. Semplicemente accoglienza; il Parco ci voleva bene, aveva avuto pietà di noi, come anche i nostri cuori, che inizialmente si nascondevano dietro mille scuse e giustificazioni. La panchina, che ora mi spetta di diritto, era la nostra.

Ecco come me la sono guadagnata.

Inizialmente era tutto cominciato da una sottile condivisione: Teo, che aspettava alla panchina, solitamente di mattina presto, mentre poi al pomeriggio tardi, io e il mio zaino scrutavamo il panorama perfetto di Torino, in attesa della sua venuta. Come era saccente Torino, vista da lassù. Aveva l’aspetto di una città indottrinata dai migliori professori. Così boriosa e arrogante, percepivo che mi osservava a sua volta. Odiavo quel confronto, ogni volta che attendevo Teo. Occhi negli occhi, non distoglievamo lo sguardo. Volevo averla vinta sulla sua strafottenza. Come si permetteva di dubitare di me?

Non appena Teo arrivava, quella tensione altezzosa svaniva. Tornava tutto a risplendere, a essere così ospitale e confortevole. Teo creava la magia e io mi nascondevo dietro. Non potevo farne a meno.

Reputavo ogni alba e ogni tramonto il momento giusto, affinché ricevessi quella bramata notizia: la decisione di Teo, il suo sì. Mi sono resa conto che non attendevo il suo arrivo, aspettavo solamente il momento in cui avremmo lasciato per sempre il Parco Europa, per scendere a Torino, in mezzo alle persone, senza più nasconderci. Avremmo dovuto farlo, prima o poi. Se da un lato, tra quei viali mi sentivo al sicuro, dall’altro, ero stufa di vivere dentro ad un triste surrogato di quello che reputavo una storia d’amore. Non potevamo dire le bugie per sempre, celare quello che ci faceva vergognare a tal punto da darci l’appuntamento nel medesimo posto, ormai da mesi.

Mi arrabbiavo. Continuavo a fare quei discorsi con quello splendido angolo di Torino, che mi pareva disegnato. Ci litigavo e così, mi arrabbiavo ancora di più. Era uno scontro tra me e lei, che non voleva sentire ragioni, mi veniva contro con tutta la sua gelida collera. Ma che potevo farci? Ero in balia di una città e del suo abitante più scorretto. Mi sentivo impotente, volevo contrastare uno dei due, ma ognuno di loro mi sopraffaceva, senza fare alcuna fatica.

Il Parco era il mio unico amico, all’interno di quel posto così tranquillo e riparato, mi sentivo protetta.

Una di quelle mattine, mi recai alla mia panchina prediletta. Lo aspettai a lungo. Saltai la prima ora di lezione. Poi la seconda. Alla fine se ne andò tutta la giornata. Rimasi come inebetita a fissare il panorama tutto il giorno. Il sole, nel frattempo, danzava in cielo, ruotando per tutta la volta. Dialogavo mentalmente con Torino.

Lui non verrà…

Sentivo quelle parole sussurrate. Taglienti. Fredde. Cattive. Come solo quel paesaggio sapeva essere. Bello e dannato, insensibile e distaccato. Non gliene fregava nulla di me e del mio modo devoto di attendere.

Quanto sei cretina… sei ancora lì? Prendi lo zaino e tornatene a studiare… magari diventi più furba di così!

Osservavo la vista di fronte a me con disprezzo, cosa ne sapeva di me?

Teo quel giorno diede per la prima volta buca al nostro quotidiano appuntamento. Si comportò allo stesso modo i giorni seguenti.

Mi lasciò in eredità quella panchina, al Parco Europa, che io difendo gelosamente. Nessuno me la porterà via.

Mi siedo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Nessuno mi porterà via ciò che resta di lui. Guardo sempre verso Torino e ascolto le sue parole di biasimo nei miei confronti.

Rispondo: “Addio, Teo”

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Il mio primo libro è in procinto di essere pubblicato!

Volete saperne di più? Leggete questo post!

Il mese di agosto è appena trascorso, ma già mi manca molto. Rispetto agli scorsi anni, è stato un mese per niente riposante, anzi… la mia routine giornaliera è stata convulsa e poco vacanziera, inoltre ad allietare questo moto perpetuo di eventi e novità, è giunto anche il momento, in cui ho preso coraggio e, insieme alla casa editrice Letteratura Alternativa, ho deciso di buttarmi a capofitto nell’avventura del crowdpublishing, per portare alla pubblicazione il mio primo prodotto editoriale, il mio romanzo, il mio libro.

Dal 16 agosto (l’inizio di questa bellissima sfida), mi sono messa in gioco e mi sono piacevolmente sorpresa nell’accorgermi che, molte persone attorno a me avevano piacere di sapere cosa avevo da dire. Le due domande che mi sono state fatte maggiormente sono, appunto,

<<Perché hai scritto un libro?>>

<<Di cosa tratta “La figlia sfuggente”>>.

Ho deciso, perciò, di scrivere un post sul blog a proposito di queste questioni, per svelare qualche retroscena, che per il momento ho tenuto solamente per me, e per illustrare meglio la trama di questa mia prima produzione letteraria.

Non posso negare che, da quando ho cominciato a capire qualcosa di questo mondo, la mia più grande ambizione è sempre stata quella di diventare una scrittrice, parola che mi ha fatto sempre un po’ tremare e sussultare ogni qual volta volevo o dovevo pronunciarla. È un vocabolo, che mi intimorisce non poco, a tratti mi inquieta, più che altro perché provo un grandissimo timore reverenziale per lei! Stimo tanto, troppo, scrittrici del calibro di Elsa Morante, Isabel Allende, Emily Bronte, Jane Austen, Oriana Fallaci, donne che secondo me sono scrittrici con la S maiuscola e che incarnano i miei modelli di ispirazione. Ciò che mi ha sempre appassionato della scrittura è il suo aspetto primordiale di bisogno, che la specie umana ha da sempre rincorso: il desiderio di lasciare impressa una traccia fisica, tangibile, che solamente a voce non riuscirebbe ad attraversare il lunghissimo (e infinito) tragitto, che il tempo ci obbliga a sottostare. Infatti, i latini erano saggi… “Verba volant, scripta manent”. La scrittura è un vero e proprio bisogno, che fossi in Maslow avrei aggiunto proprio alla base della piramide, insieme a cibo e acqua 😊. Io scrivo sempre. Questo è l’assunto certo della mia vita. Una specie di legge personale, che applico quasi quotidianamente e mai prendo sottogamba.

L’idea di scrivere un libro è nata più o meno tre anni fa. La conclusione del mio primo lavoro non è andata a buon fine: mi sono resa conto che scrivere “su commissione”, ovvero, scrivere un argomento caro a qualcun altro, non era la mia strada. La scrittura ha bisogno di verità e affezione. Così sono tornata sui miei passi iniziali, ho accantonato quella prima “creatura” e ne ho iniziate tre diverse! Sì, proprio tre! Ho voluto lasciarmi cullare da loro e piano piano una di queste mi ha preso la mano (un po’ di più) e mi ha dato un bello strattone, che mi ha suggerito di lasciar perdere le altre due e di proseguire solamente con lei.

Ecco come è nata “La figlia sfuggente”: un mix di argomentazioni e problematiche, che mi stanno a cuore da tanto tempo e che sento dal profondo dell’anima, tanto da scriverci un libro, una storia, che arrivi a sensibilizzare le corde del cuore di tutti coloro che lo leggeranno, per sensibilizzare, per capire quanto siano importanti le relazioni familiari e come ci plasmino fin dalla tenera età.

Da un anno a questa parte, da quando ho capito che “La figlia sfuggente” sarebbe diventata una pietra miliare importante nella mia formazione personale, seguo questa direzione e spero che ciò che scrivo possa essere d’aiuto a tutti coloro che approcciano questo romanzo, appena nato 😉

Se non avete ancora letto la sinossi, la riporto qui di seguito:

Il rapporto genitori-figli è uno dei più complicati e avventurosi… Lo sanno bene Claudio e Francesca, rispettivamente padre e figlia, ingabbiati dal destino in quel legame biologico e obbligato, a cui non possono sfuggire, ma solo arrendersi e sopportare. Fin dal principio, il loro rapporto è complesso, a tratti confuso e certamente ingarbugliato. Gli unici mezzi di comunicazione, che riescono a tenere in vita la loro relazione, costellata di assenze e silenzi, sono le tante cartoline che Claudio spedisce a Francesca durante i suoi viaggi di lavoro e non. Palliative, ma, allo stesso tempo, fautrici di una distanza che diventa sempre più incolmabile con il passare degli anni; le cartoline significano per Francesca l’unica testimonianza a cui aggrapparsi per combattere contro le sue paure nei confronti del passato e del futuro. Attraverso il passare del tempo, che trascorre tra l’infanzia e la giovinezza, la protagonista racconta la sua vita, scandita dal ritmo della lettura di quelle cartoline paterne.

La copertina e le illustrazioni del libro sono a cura di Giulia Cerrato, co-founder insieme a me di questo blog e illustratrice di tutti i post, che mensilmente produciamo per voi!

Se questo articolo vi ha incuriosito e volete aiutarmi a raggiungere l’obiettivo delle 100 copie, potete preordinare una copia del romanzo, cliccando qui 😉

Grazie a tutti per il supporto!

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Flusso di coscienza da lavaggio denti con spazzolino elettrico

Ho un sonno da svenire, ma devo lavarmi i denti… Impugno lo spazzolino elettrico, comprato con la speranza di sfoggiare un sorriso alla Julia Roberts il prima possibile, e mi lascio cullare dal suo ronzio.

Destra, sinistra

Su, giù

Tenero spazzolino rosa, sfrega bene le gengive, eh..

Non lasciare nessun residuo, mi raccomando…

Lucida a puntino canini e incisivi, che quelli si vede subito quando sono fuori posto…

Chissà se è vero per davvero che lo spazzolino elettrico è migliore di quello tradizionale

Bah… quanta pubblicità che fanno…

Non ci posso credere che sia già 1 mese che sono chiusa in casa

…e chi l’avrebbe mai detto? Non pensavo di essere in grado di resistere così tanto…

Proprio io che la casa non l’ho proprio mai considerata un tassello essenziale del mio ménage

Proprio io che ho sempre preferito rilassarmi su una panchina in piazza, piuttosto che sul divano…

Ora sul divano ci abito! (insieme al gatto, al pc, ai libri e a Netflix…)

Oddio, l’ho mandata la newsletter? Sì… sì… l’ho mandata…

Mi devo ricordare di appuntarmi quell’idea per il post,

magari prima di andare a dormire…

Vorrei riempire mille liste,

vorrei fare una lista con tutti i posti in cui vorrei andare dopo questa reclusione forzata

poi vorrei farne un’altra con tutte le cose che voglio riprendere

e poi ancora un’altra per organizzare… vabbè lasciamo perdere, non corriamo troppo va’…

Certo che sti due minuti sono lunghi eh… non ha ancora finito di vibrarmi sui denti!

Però è rilassante… hai anche il tempo di guardarti tutti i brufoli che ti sono comparsi in faccia e quanto sei pallida in viso… no, questo non è un grande vantaggio, ora che ci penso!

Dio mio, che capelli! Sembro medusa negli anni 2000… quanto desidero una parrucchiera, che a) mi lavi i capelli, massaggiandomi tutto il cuoio capelluto e b) mi crei un’acconciatura che mi faccia sentire super-figa!

Quanto sono lontani quei giorni in cui assomigliavo ad un essere chiamato “donna”…

Bè, però in questo periodo sto alimentando la mente… il che non guasta… sicuramente ho ripreso molto il contatto con ciò che conta veramente…

Smettila, vocina delle balle, ho capito che senza trucco non me se po vedè… ma non riesco proprio a riempirmi la faccia di fondotinta, ombretto, mascara e fard e poi (ripeto) starmene seduta sul divano con il computer in braccio tutto il giorno, capito?

Da quanto tempo non vedo la mia famiglia,

praticamente questo si sta per rilevare quasi il periodo più lungo,

la distanza temporale più ampia,

a meno che a maggio davvero non allentino un po’ le maglie del decreto, allora non sarà così.

…alla fine in Irlanda ci sono stata tre mesi….

però mi sembra di essere chiusa in casa da molto più di un mese.

Che strana la concezione del tempo… a volte mi sembra di essere ferma, bloccata, chiusa…

…attimi in cui invece progetto, invento e immagino nuove cose e mi sembra di viaggiare davvero e di stare ancora in movimento, proprio come prima di questa quarantena.

…attimi, invece, in cui non vorrei più uscire di casa, vorrei continuare a starmene rinchiusa qui, al sicuro, al calduccio, sul mio affezionato divano…

Oh ma che importa! Finalmente, spazzolino, hai compiuto il tuo lavoro!

Finished!

Wow, che denti bianchi! Ottimo acquisto direi! 5 stelline! Iper soddisfatta!

Ripongo lo spazzolino elettrico e vado a dormire

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Lo sfogo “anni-90/00-style” ce lo abbiamo anche noi…

Cari lettori,

è arrivato il momento dello sfogo “anni-90-style”! Contenti…?

Premetto che se non siete amanti dei vecchi tempi e del mood malinconico generazionale, astenetevi dalla lettura di questo post! :p (scherzo…)

Stamattina sono stata avvolta proprio da quel tipo di sensazione, che il più delle volte chiamiamo con l’espressione inglese, scorrettamente utilizzata “depression”!

Ero in macchina.  Guidavo, percorrendo la stessa strada, che faccio tutti i giorni per recarmi in ufficio. Mi ritengo una persona molto standardizzata, perché i passaggi che compio tutte le mattine appena entro in macchina sono sempre gli stessi:

1. Attivare il bluetooth sul cellulare

2. Digitare su Youtube la prima canzone che mi passa per la testa

3. Posizionare il cellulare nel porta-oggetti vicino al cambio

4. Alzare il volume della macchina (che nel frattempo si è connessa con il bluetooth del cellulare)

5. Mettere in moto e partire verso l’autostrada

La canzone selezionata per questa mattina piena di sole è stata “Could It Be Magic”, la cover dei Take That (non quella original della nostra amata Donna Summer, già questo potrebbe esservi utile come indizio…), dove un Robbie Williams con i capelli alla Danny Zuco di Grease intona divinamente il pezzo e gli altri quattro componenti della boyband si scatenano in acrobazie e dirty dancings (andate a rivedervi Mark Owen…).

Take That, Could It Be Magic, Greatest Hits

La strada scorre, la musica anche: l’ascolto prosegue con altre canzoni dei Take That, qualche cosa di Robbie e poi… Youtube magicamente introduce le prime note di “Calling” di Geri Halliwell.

È solo un attimo, ma… non mi trovo più nella mia macchina, che mi sta portando a lavoro… no! Mi ritrovo nel salotto di casa dei miei genitori, a guardare TRL su MTV dopo scuola. In TV il video di Geri, che intona un melodiosissimo

Calling out your name… Burning on the flame… Playing the waiting game… In my calling… In my calling…”,

mentre, con addosso solamente un maglione nero oversize,guarda nella videocamera ammiccando e rotolandosi sul prato.

Che stupida sensazione! Quella canzone mi riporta velocissimamente alla mente ricordi di scuola, pomeriggi passati a osservare alla tv nella speranza di intravedere qualche volto conosciuto: magari un amico o un’amica, intenti nel tenere sollevati i cartelloni “FATECI SALIRE!!!” sotto gli studi di TRL in Piazza Duomo a Milano.

Mi torna in mente la voce di Marco Maccarini e i suoi commenti tra l’ironico e il piacione nei confronti di Geri e la semplicità di Giorgia Surina nel fornirgli la spalla per condurre il programma.

Mi ridesto in fretta ed è inevitabile il classicone che mi scorre davanti come un messaggio led sul monitor “…sembra solamente ieri… eppure…”. Eppure, sono passati un po’ di anni dai primi anni del 2000.

Eccolo il momento “depression”, già di prima mattina! Proprio oggi che lo spuntare del sole a rendere bella tersa la giornata mi aveva dato un po’ di carica!

È pur sempre bizzarro però, come alcune canzoni di quegli anni riconducano a delle percezioni così vive ancora dentro noi stessi.

Non ho voluto fare ricerche online (sennò non valeva!). Sono andata a spulciare tra i ricordi, ascoltando qualche cosa di quel periodo, e credetemi (provateci anche voi): vi verranno sicuramente in mente alcune delle canzoni, che passavano spesso in trasmissione su TRL e che scalavano ogni puntata la classifica, grazie soprattutto agli SMS degli studenti “dell’epoca” inviati al canale tv!

Ecco qui la mia lista! Vorrei sentire quanti sospiri ed espressioni di stupore farete nel leggerla:

Jennifer Lopez – Love don’t cost a thing

Linkin Park – In the end

Usher – Yeah

Ricky Martin feat. Christina Aguilera – Nobody wants to be lonely

Alice Keys – Fallin

Britney Spears – I’m a slave for you

Eminem feat. Dido – Stan

Avril Lavigne – Complicated

Back street boys – The call

50 Cent – In Da Club

Destiny’s Child – Survivor

Bon Jovi – It’s my life

Nelly feat. Kelly Rowland – Dilemma

Tiziano Ferro – Perdono

Michelle Branch – Everywhere

… ce ne sarebbero tante altre… se avete voglia scrivetemele tra i commenti! Qual è la vostra playlist dei primi anni 2000?

Il punto su cui volevo soffermarmi è proprio questo: per chi come me ha vissuto in quegli anni l’adolescenza, credo che faccia fatica a non notare la differenza dal punto di vista musicale di quello che c’è a disposizione attualmente rispetto a quello che avevamo in quel preciso periodo lì. A parte la musica, la quale inevitabilmente cambia durante gli anni e può piacere di più o meno rispetto a prima, l’offerta di coinvolgimento del “pubblico-pagante” nei confronti degli artisti, che lavorano per farci divertire è, secondo me, più scadente.

Ora abbiamo a disposizione molti più mezzi per intrattenerci e per essere connessi 24 ore su 24 ore al nostro beniamino musicale, ma “quando andavo a scuola io” forse (dico forse, perché questa è una mia opinione personale) i momenti di partecipazione erano sicuramente minori, ma d’altra parte più vissuti, più seguiti. La concentrazione era al 100%, perché avevi a disposizione quell’oretta o poco più per immergerti completamente nella nuova hit, piuttosto che nell’apprendere di più del nuovo album in uscita. Concluso TRL o, mi vengono in mente programmi come Top of the Pops, Festivalbar e via dicendo, rimaneva il cd, la musicassetta, il giornalino con qualche articoletto e la radio, a consolarci nell’attesa di una nuova apparizione. Forse è per quello che oggi mi è presa tutta questa nostalgia? Forse è per questo motivo che oggi ho desiderato portare indietro le lancette dell’orologio, per tornare solamente per un pomeriggio ad assaporare tutto quello che TRL significava per noi, adolescenti degli anni 2000. Più trascorrono gli anni, più, oltre ad invecchiare :p, mi rendo conto che non sempre avere tanto, avere tutto, significhi avere la felicità assoluta. Inizio a rendermi conto che, ciò che si guadagna, impiegando più fatica ed impegno, è ciò che regala più godimento e appagamento.

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Trovarsi in mare aperto era il sogno di una vita…

Trovarsi in mare aperto era il sogno di una vita, che si stava realizzando.

Ho sempre invidiato i marinai, che lasciavano i porti delle loro città natie senza sapere quando mai sarebbero tornati a casa. Mi rendevo conto che il sapore dell’abbandono mi aveva distrutto e sedotto il cuore allo stesso tempo, il miscuglio di emozioni che ne erano scaturite negli anni mi aveva portato a concludere che, essendo figlia di questo rifiutato, seppur esistente, abbandono, mi ci ero ormai immersa a tal punto da riconoscerne quasi la paternità del mio essere. Così mi atteggiavo a marinaio: entrai nella parte così bene, che accettai l’invito di alcuni amici a trascorrere le vacanze in mare aperto su una barca di uno di loro. Mi sentivo realizzata.

Addio terraferma, addio cemento, addio case e palazzi, per una settimana solo acqua! Diedi il benvenuto ad una nuova Chiara e salutai il bellissimo mare che per tutta la settimana ci avrebbe ospitato.

Alessandro era il responsabile della rotta. Ci affidammo completamente alla sua esperienza di skipper provetto. Questa vacanza era quello che ci voleva: relax assoluto e stress quotidiano dimenticato dentro le mura di casa. Ma la mia vacanza non poteva essere solamente serenità al 100%, eh no, sennò non mi sarei divertiva abbastanza!

I primi giorni e notti trascorsero velocemente.

Il terzo giorno Alessandro ci avvisò di aver smarrito la rotta; disse che non capiva più che scia stesse seguendo la barca e non si ritrovava con le indicazioni che gli forniva il gps. Brutto, brutto segno.

Il tempo iniziava a guastarsi ed era già sera. Alessandro e tutti noi decidemmo di capire come poter imbroccare la direzione giusta verso la terraferma. Quando ci si trova in mare aperto e, addirittura, quando imbrunisce, non è così semplice!

Il cielo era un tripudio di sfumature azzurrognole, le nubi si mescolavano tra loro adagio, entrando l’una dentro l’altra, per ottenere una nube ancora più grande, ancora più scura. La luce ormai era quasi stata inghiottita dall’orizzonte. Continuavo a scrutare il cielo e non mi piaceva quello che vedevo. L’acqua del mare iniziava ad agitarsi, non riuscivo più a ritrovare la pacatezza, che il mare ci aveva regalato fino alla mattina passata. La barca sobbalzava mano a mano che solcava le onde, che diventavano sempre più impervie e alte. L’andamento che aveva preso era singhiozzante e incerto. Iniziavo ad avere la nausea: il moto ondulatorio misto ai guizzi dello scontro della prua con le onde mi stavano facendo tremare lo stomaco. Eravamo tutti basiti, ci sentivamo impotenti, iniziammo davvero a temere il peggio.

Non era possibile che stessi vivendo davvero quella situazione, non riuscivo e non volevo crederci. A breve sarebbe terminato tutto.

Il mio spirito era ancora fiducioso, mi diceva che il mare era buono, era sempre stato dalla mia parte e non aveva sicuramente intenzione di scatenare una tempesta per metterci in difficoltà. Voleva giocare, voleva solamente farci strizzare un po’.

I minuti passavano come ore, sembravano lunghissimi e la situazione peggiorava senza fare sconti.

Quando si ha un problema, di qualsiasi genere, il tempo scorre troppo lento, quasi a far sostare le sensazioni sulla pena e sulla sofferenza che proviamo nel risolvere un certo tipo di questione. È quello che stava capitando a noi. Era come trovarsi dentro una sorta di ovatta, dove ingegno e sensi erano immobilizzati e non collaboravano a farci trovare una soluzione.

Ad un tratto Alessandro perse le staffe e gridò:

Cazzo, ragazzi, se non ci muoviamo a fare qualcosa, la barca si ribalterà e ci ritroveremo in breve tempo a far da cena ai pesci in fondo al mare! Volete azionare il cervello, perdio!!!

Scossi da quel disperato SOS, dissi di getto “Mettiamoci i salvagenti!”. Non potevamo fare altro che resistere e tentare di scampare al brutto scherzo che ci stava giocando il mare. Dopo aver messo i salvagenti, iniziammo ad assegnarci compiti a caso, sia per tenerci occupati, sia per far vedere all’uno e all’altro, che muovendoci su e giù per la barca, eravamo ancora vivi.

Il mare era un tutt’uno con il cielo: si era tramutato in una specie di blob gigante, tutto nero, scuro, quasi non sembrava più fatto di acqua, ma di una sostanza melmosa e oscura. Non avevo mai visto nulla del genere. Ci teneva in pugno. I nostri occhi erano venati di terrore, non riuscivo a incrociare lo sguardo di nessuno, perché non volevo ancora realizzare che tutto quello che ci stava capitando fosse reale. Porca vacca, era proprio come il mio sogno ricorrente.

Fin da bambina, ho sempre sognato che prima o poi il mare mi avrebbe inghiottito. Le tempeste sono sempre state il mio incubo peggiore, una di quelle cose che mi sono sempre augurata di non vivere mai, eppure questa volta non avevo scampo.

La barca era come impazzita, un puntino immerso dentro ad una voragine. In mezzo a tutto quel nero, non eravamo più visibili da nessuno, nemmeno da Dio. Su e giù, su e giù. Le acque continuavano a strattonarci, poi ad alzarci, poi a farci scivolare creandoci un vuoto che ci pizzicava con violenza le budella e lo stomaco. Era come essere nelle mani di un gigante. Sembrava un film dell’orrore.

Poi l’albero maestro si spezzò e cadde sopra la barca dividendola in due pezzi. Sentii solo un grido, che insieme alla barca squarciò il nostro sentirci ancora in vita. Non ricordo nemmeno chi urlò così forte.

“Buttateviiiiiiiiii”

Istintivamente congiunsi le braccia e le stesi, chinai la testa e mi buttai. Ciiiiaf. Non sentii più nulla.

Venni shakerata dall’acqua, sbattuta, scaraventata chissà dove. Mi faceva male la testa e continuavo a non sentire nulla. Mi amalgamai completamente al mare, ero diventata una sua parte, ero forse diventata liquida come la sua acqua, non sentivo rumori, non percepivo dolore, non sentivo più il mio corpo, ero davvero acqua allora. Forse avevo perso i sensi, perché non ricordo più niente. Mi svegliai che ero riemersa non so come!

Forse il salvagente aveva avuto la meglio. Ciò che vidi mi fece ancora più paura del tuffo disperato, che avevo fatto un attimo prima. L’acqua mi rimise sotto di lei. Avevo avuto solamente il tempo di vedere che la barca non c’era più, che tutto il gruppo di amici era stato inghiottito da quella massa informe e che il cielo era ancora più nero di come me lo ricordavo.

Mi trovavo nuovamente sott’acqua, immersa in quella poltiglia bruna. Il mio corpo non si arrendeva, continuavo a dimenare braccia e gambe più forte che potessi. Non sentivo la stanchezza, continuavo ad inviare l’impulso di nuotare, nuotare, nuotare. Non importava come, ma dovevo riemergere per prendere fiato. Quel continuo scuotimento mi stava facendo soffocare.

La tempesta stava squarciando l’acqua, non le dava tregua ed io ero solamente una minuscola pedina, vittima di quella lita furibonda che era in atto. Non ne potevo più, ma ormai era una sfida aperta, non potevo arrendermi.

Continuai a lottare con il mare, sembrava una lotta greco-romana, dove le regole però non venivano rispettate. Si sapeva già chi avrebbe avuto la meglio.

Poi un’onda mi sommerse, non ebbi più scampo.

L’ultima immagine che conservano i miei occhi è l’elevarsi di un blocco acquoso, ancora più alto delle onde con cui stavo cercando di rimanere a galla. Quell’onda era ancora più cattiva e infame delle altre, si alzò come un cavallo sulle due zampe posteriori quando impenna, e mi ricoprì.

Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!

Emisi un urlo, aprendo gli occhi di scatto!

Vidi le lenzuola al bordo del letto, il cuscino per terra… Era solamente un sogno, di nuovo quel maledetto sogno ricorrente, che in certe notti tornava a trovarmi!