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Che Natale sarebbe senza… le scatole-regalo?

17 Dicembre – E’ quasi Natale, sento attorno a me lo spirito natalizio farsi strada, un gran vociare di gente, che cammina frettolosamente per le vie dei negozi della città e che interloquisce con il proprio amico/a, compagna/o, figlia/o:

“E’ quasi Natale”

“Siamo sotto Natale”

“Natale sta arrivando!”

Mi capita spesso in questi giorni di entrare nei numerosi negozi di oggettistica, che addobbano le vetrine a festa, così caoticamente e con luci e festoni così sgargianti, che non posso fare a meno di rimanerne come ipnotizzata. Tutti questi negozi sono quelli che più mi ispirano la parola Natale, il suo significato più materiale (ovviamente) e l’attesa di un giorno, che personalmente mi preme più aspettare che vivere. Entro in questi negozi e mi perdo ad aprire e chiudere le scatole di cartone, latta, porcellana che riportano qualche motivo natalizio: c’è quella a forma di orsetto vestito da Babbo Natale, si sprecano quelle che rappresentano Babbo Natale o le sue renne, quelle a forma di fiocco di neve o pacco-dono con fiocco rigorosamente rosso, quelle a forma di pallina o di abete (alias albero di Natale). Un miliardo di combinazioni di colori, altrettante combinazioni di formati e grandezze. Libidine coi fiocchi, come direbbe Jerry Calà!

Ho sempre amato le scatole: ogni volta che ne vedo qualcuna, sono conquistata dalla mia innata capacità di farmi tentare dal diavolo del marketing, chiamato “Acquisto di impulso”. Penso di avergli venduto l’anima un giorno di tanti anni fa…

Passo qualche quarto d’ora della visita tra gli scaffali dei negozi a giochicchiare con tutte le scatole, scatoline e scatolette che incontro sul mio cammino. Trascorro interminabili minuti a proiettare miraggi di possibili utilizzi, una volta acquistate e trasportato il bottino a casa. Penso e ripenso.

“Cosa potrei metterci dentro?”

“In questa… magari i biglietti dei concerti…”

“Guarda questa qui, piccolina… magari i tappi delle bottiglie che ho stappato per il compleanno dei 30 anni?”

Insomma, perdo davvero preziosi minuti di vita nel fantasticare a cosa potrebbe servire ogni scatola che trovo potenzialmente acquistabile! Ma soprattutto a inventarmi qualsiasi tipo di roba che potrebbe essere contenuta all’interno! Capita anche a voi?

Le scatole mi piacciono, perché precludono… tante cose inaspettate! Cosa ci sarà dentro?! È l’effetto sorpresa che cattura l’attenzione: la scatola è l’oggetto per eccellenza che riesce a rappresentarlo meglio!

Nascondere un oggetto pregiato o semplicemente un regalo particolare caratterizza l’attendere il giorno di Natale. Significato religioso a parte.

Attendere una sorpresa, una scoperta, preclude sempre l’apertura di una scatola…

Allora, perché abbiamo questo tormentoso bisogno di contenere qualsiasi cosa? Di proteggerla dentro ad un involucro? Di nasconderla dal resto del mondo?

È da un po’ di tempo che mi faccio questa domanda: perché abbiamo bisogno di tutte queste scatolette “carine e coccolose”?

Ne conseguono, quindi, una marea di supposizioni formulate a mo’ di domanda! Siete pronti?! 😊

Partiamo dalla n. 1…

Forse perché abbiamo bisogno di protezione, perciò chiudere un oggetto dentro ad una scatola ci restituisce quel tepore, che proviene da una specie di sicurezza esterna al nostro essere?

O magari il riporre gli oggetti nelle scatole ci dà la sensazione di avere la nostra vita sotto controllo? Ogni cosa ha un suo posto specifico e saperla in quel determinato contenitore ci rassicura ulteriormente.

Forse vogliamo avere noi la nostra scatola personale, che come ripara i nostri oggetti più cari, ripara allo stesso modo noi stessi?

O tutte queste ipotesi sono solo frutto di bip bip mentali pre-natalizie!!! 😊

Malgrado tutto ciò, continuo ad avere una passione sfrenata per le scatole di Natale e non e tento di darmi un freno dal non finire per tornarmene a casa avendone comprate 4 o 5.

Qual è il vostro oggetto preferito da comprare quando fate shopping?

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Dove nascono i ricordi dei figli?

Ero a casa di Alberto, detto Billy da tutti noi colleghi. Stavo aspettando, che finisse di prepararsi, seduta sul suo divano di pelle nera in salotto. Ci eravamo dati appuntamento a casa sua per poi partire verso Roma. Pochi giorni prima, eravamo stati chiamati dal “Grande Capo” della sede centrale dell’azienda per una riunione straordinaria, ma entrambi non avevamo idea di cosa volesse comunicarci. Il “Grande Capo” non aveva voluto menzionarci nulla a proposito; aveva concluso la chiamata, dicendo solamente: “Penso che sia opportuno che prendiate il primo treno diretto per Roma.”

– tu-tu-tu-tu-tu –

Disorientati, Billy ed io ci eravamo scambiati uno sguardo perplesso. Non capivamo come mai ci fosse una tale urgenza. Acquistai subito due biglietti del treno.

La casa di Billy era davvero particolare: arredata con gusto, piena di suppellettili deliziose, qualche oggetto di design sparso in angoli ben precisi dell’alloggio. Si intuiva che c’era una presenza femminile, a cui andava il merito della buona riuscita dell’organizzazione di tutta la mobilia.

Cominciai a passeggiare avanti e indietro per il salotto. Mi incuriosivano le numerose fotografie appese alle pareti: grandi cornici, che contenevano tanti collage di foto di Billy, sua moglie e i due bambini. Erano così graziosi. Adoravo guardare quei momenti di vita rubati, cliccando semplicemente il bottone centrale del cellulare. Continuavo ad osservare, soffermandomi su ogni particolare. È piacevole permettere proprio alle foto di far tornare alla mente attimi passati da tempo.

Anche da bambina mi divertivo a scrutare i vari portafoto di casa mia. Entravo nella camera da letto dei miei genitori, mi sedevo sul letto e indirizzavo lo sguardo al comò, dove erano posizionati in modo geometricamente perfetto tutte le foto della loro gioventù e dei primi momenti dopo la mia nascita. Stare in quella camera mi piaceva tanto, mi sentivo al sicuro: vedere una me neonata, stretta tra le braccia di mamma e papà, mi faceva stare tranquilla. Negli anni a venire, l’entrare in quella camera mi ha sempre procurato la medesima sensazione: uno strano pizzicorino di felicità allo stomaco, una leggera eccitazione, una misteriosa percezione di vittoria sul mondo esterno.

Continuando a passeggiare per il salotto, mi chiesi se anche i figli di Billy fossero sensibili al posizionamento dei portafoto delle loro case e se anche a loro facesse piacere avere sotto agli occhi i loro progressi di crescita tra un’estate al mare e una Pasqua in montagna.

Era questo il punto: dove nascono i ricordi dei figli?

In una camera da letto dei genitori? Nell’anticamera del salotto? Sul tavolino di fianco alla televisione, dove è posizionato quel buffo soprammobile, che ha regalato il bisnonno alla nonna della mamma?

Le fotografie servono a far memorizzare ai figli da dove si è partiti, chi eravamo prima e dopo di loro, cosa abbiamo imparato, dove andavamo, e via dicendo. Colui che si mette dietro l’obiettivo, inquadra, incornicia per sempre chi in quel momento dev’essere al centro dell’attenzione del dispositivo. Poi c’è il click. Si immortala la bellezza. Catturata per sempre dentro a tanti pixel. Ora siete un ricordo. Ora è per sempre. Ora nessuno vi può cambiare da come siete stati presi. Ora è la bellezza per eccellenza, quella su cui avverranno i paragoni futuri. Questo impareranno i vostri figli, questa foto qui. Questa da adesso in poi sarà il tipo di bellezza a cui loro si abitueranno. La loro memoria è nata così. Da quelle foto. E saranno proprio quelle foto che li rassicureranno, li faranno sentire al sicuro. A mano a mano che la memoria aumenta, restituirà ricordi più nitidi e forti. Costruirà una sorta di porta-gioie, in cui loro potranno riporre tutto ciò che li fa stare meglio. Ci saranno anche quelle foto, quelle camere, quegli angoli a loro così familiari, dove hanno iniziato a ricordare.

Mentre riflettevo su quali di quelle foto fossero le preferite dei figli di Billy, la porta della camera da letto si aprì. Billy uscì con il suo bagaglio in una mano e la giacca nell’altra.

“Possiamo andare!”, mi disse entusiasta, “Scusa se ci ho messo tanto… non trovavo il carica-batterie!”

“Figurati! Nel frattempo, ho dato un’occhiata alla tua casetta, davvero carina!”

Billy sorrise timidamente, “Eh… merito di Elena, se non ci fosse lei, sarebbe un disastro!”

Salimmo in macchina e ci dirigemmo alla stazione. Eravamo impazienti di sapere cosa volesse dirci di tanto urgente il “Grande Capo”.

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Controsensi cubani, ammmmmmericani e tiende improvvisate

Era arrivato il momento di uscircene da Varadero. Stare con le chiappe al sole tutto il giorno stava diventando scontato e noioso. Avevamo bisogno di una dose-di-Havana, la vera faccia di Cuba!

La chica del club di animazione ci prenotò senza esitazione per il giorno a venire uno di quei mini-bus puzzolenti per raggiungere il centro dell’Havana.

L’indomani ci alzammo di buon mattino. Bisognava trovarsi fuori dal resort tassativamente alle 7 e i ritardatari non sarebbero stati aspettati. Una volta partiti, la guida fece del suo meglio per esprimersi in un italiano abbastanza decente da farsi intendere da tutti noi cristiani verdi-rossi-bianchi. Ci spiegò la storia della città, la dittatura di quel simpaticone di Fidel Castro e il modo di vivere dei cubani, che altro non è se non un eterno bighellonare in attesa che lo Stato ti dia qualcosa da fare, come un lavoro, che non si può rifiutare, o una missione militare, quelle vanno molto forte, tanto che Cuba è lo stato con più scuole di addestramento militare del mondo! Uno stato così piccolo… ma dove ad ogni angolo, anche in quello più remoto, dove solo le mucche dall’aria infelice e un po’ sciupata brucano le sterpaglie secche, si vedono scuole militari.

Cuba era un accidente di paradosso: decantata come il paese della Revoluciòn e della libertà, ma all’atto pratico un insieme di controsensi e bizzarre contraddizioni. Liberi da che? Come direbbe il buon Vasco… Gli abitanti sanno che non possono uscire dalla loro piccola isola da sballo; se lo fanno e poi accidentalmente decidono di fare rientro in patria, li aspetta un bel comitato di benvenuto!! Purtroppo, una volta che si esce da Cuba, per lo stato cubano vige l’equazione: cubano fuori Cuba = non più cubano VERO. Perciò, il solo diritto che ti spetta è quello di morire. A meno che non “si fugga” da Cuba, ammogliato/a ad uno/a di quei/quelle grassi/e uomini/donne “ammmmericani/e”, che sono il passaporto per fare avanti e indietro dalla isla quando lo si desidera.

L’Havana ci stava aspettando ed era così emozionata di averci lì, che si commosse tanto da scatenare un cavolo di acquazzone, che ci inzuppò per benino!

Grazie, Havana, non era il caso…” – pensai tra un’imprecazione e l’altra.

Ci rifugiammo sotto le tende di un bar e aspettammo che la città si riprendesse dall’emozione. A Cuba i temporali vanno e vengono, come i fidanzati e le fidanzate a quindici anni. Dopo, torna subito il sole e non ti ricordi più di tutta l’acqua che è scesa un attimo prima, proprio… come a quindici anni!

Per le strade tanti colori, risate, chiacchere, passi frettolosi e bivacchi. Il sole illuminava tutto così bene, che nulla passava inosservato ai miei occhi pieni di curiosità e meraviglia. Il mare era sempre lì, lo abbiamo salutato dal Malecòn (il lungomare che abbraccia tutta la costa), facendoci anche un video per ricordarci quanto Cuba potesse essere romantica ed underground allo stesso tempo: da un lato una schiera di catapecchie, più o meno traballanti, più o meno con tetto, porte e finestre, dai colori sbiaditi, dai muri scrostati e dalla pulizia poco linda. Dall’altro il mare, sempre bello, sempre cristallino, sempre a rappresentare la parte più cool di Cuba, quella per cui la maggior parte dei turisti si spara nove cazzutissime ore di volo.

La specialità dell’Havana non è un particolare piatto tipico, ma la genuinità della gente: sembra tutta indaffarata, affaccendata in chissà-che-cosa, tanto non lo capirai mai, stai sereno e mettiti l’anima in pace.

Si va, si viene, si corre in motorino, in bicicletta, a piedi, sull’ape, qualsiasi mezzo di trasporto è buono per girovagare apparentemente senza una meta.

Agli angoli delle strade, ci si aspetta con una birra in mano, il cappello calcato in testa, mani nelle tasche di pantaloni luridi e sgualciti. Sguardi un po’ sornioni si stampano nella calura della giornata. Una signora esce da un tienda improvvisata a macelleria, portando tra le mani a mo’ di trofeo del petto di pollo appena tagliato (senza nemmeno una carta attorno… “Aiuto… come arriverà quel pollo a casa?”, ho pensato), due ragazzi sghignazzano tra loro con del pane sotto il braccio e un signore anziano cerca di farsi spazio portando sulla sua bicicletta un mobile del bagno tutto ammaccato, ma che ci farà mai?

Non lo scopriremo nemmeno vivendo!

In alcune zone dell’Havana non c’è asfalto sulla strada, non ci sono i marciapiedi, si cammina, stop.

“Non farti domande”, mi disse la guida, “tanto le risposte non le sappiamo nemmeno noi che siamo nati qui!”.

E chi ha intenzione di farsele? In fondo vorrei passare anche io delle giornate in questa maniera, alla cubana. Un po’ di scazzo non ha mai fatto male a nessuno, “Stai tranqui, frà”.

È come se conoscessi già Cuba: sono cresciuta con le storie e gli aneddoti, che mi raccontavano i miei nonni, che l’hanno vissuta sulla loro pelle di lavoratori stranieri per un po’ di anni.

Le sue vie, i suoi palazzi dittatoriali, le sue case abbandonate piene di calcinacci: sono qui per vedere dal vivo con i miei occhi tutto questo.

Quando qualcuno non sa guidare, mio nonno urla sempre “Guidi come un cubanoooooo!”, alternando l’affermazione con un’altra, che dice pressappoco così: “Questa è proprio una manovra cubana!”.

L’uso del clacson non è un consiglio, è un ordine, un obbligo: chi non usa il clacson, è un turista o un fighetto perbene. Il clacson serve per salutarsi, per far capire alla città che si è arrivati a destinazione, per dire all’altro di levarsi dalle balle, per fare un complimento ad una bella ragazza, per chiamare qualcuno quando si arriva sotto casa sua, e così via. Ogni cubano tiene molto al suo clacson, anche perché la macchina non è un bene che hanno tutti, perciò quando la si possiede, se ne usano tutti gli accessori… e il clacson è il più importante.

All’Havana si vedono ancora più macchine ammmmmmericane e sovietiche rispetto che a Varadero: i loro colori sgargianti fanno in modo che tu le veda da un chilometro di distanza. Da lontano sembrano tanti frullati giganti colorati, che si avvicinano rombanti e frenetici per divorarti. Ne ho viste di ogni tipo e marca, dalle Cadillac rosa alle azzurre Chevrolet, ma anche Ford, Oldsmobile e Chrysler, c’è né di tutti i gusti.

Si manifesta a questo punto un altro paradosso cubano: l’odio verso lo stato americano, sempre dimostrato, ostentato e gridato… mi sta bene, però ancora oggi vengono utilizzate le vecchie macchine risalenti al periodo pre-1959? Altra cosa a me non chiara.

Quanto è bella Cuba?

Perfetta così, con tutte le sue contraddizioni e i suoi casini.