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La piazzetta

Cari amici lettori,

questa storia illustrata parte da una mia necessità di fissare tra i miei scritti un luogo di questa nuova città in cui abito ormai da quattro anni, Asti, che mi sta dando davvero tanto.

E’ un luogo che forse ai più può passare inosservato, proprio perché si trova in una zona del centro dove non ci sono chissà quanti locali/punti turistici di chissà che interesse… Per me invece è stato (ed è) una specie di <<confort-place>> dove mi rifugio per pensare…

E voi avete un “luogo-del-cuore” nella vostra città, che utilizzate in tal senso? Fatemi sapere, se vi va, sono curiosa!

Bene, bando alle ciance, ecco la storia su questo luogo magico… l’illustrazione, come sempre, è di Giulia Cerrato (su ig cherry_dsgn).

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Era l’alba delle origini.

In quella luce appena nata della mattina, era contenuta tutta la mia speranza e la voglia di essere amata. 

Ormai quella panchina era la nostra. Era perfino scontato precisare il luogo, dove ci saremmo incontrati. 

Alla piazzetta!” – sussurravamo al telefono.

Non mancherò…” – ribattevo.

David sospirava e meccanicamente chiudevamo insieme la chiamata.

Definirla <<piazza>> era un tantino azzardato. Il termine <<piazzetta>> evocava un non so ché di intimo e allo stesso tempo tenero e romantico. Ciò che attribuivamo come nostra proprietà non era altro che una piccola insenatura della strada, che si faceva largo tra le case del centro. A rendere così speciale quel luogo era il lampione, posizionato in mezzo al piccolo spiazzo, che illuminava con una debole luce la panchina, collocata al suo fianco. Ad incorniciare il romantico quadretto, c’era il muretto in pietra che correva tutto intorno a delimitare l’aiuola circostante. 

Un bon-bon. Un pezzo di pellicola cinematografica, rubata a film del calibro di “La la land” ed era tutto per noi. Se quel luogo si fosse trovato in una metropoli europea, come ad esempio Parigi, sarebbe apparso sulle tele di pittori e artisti squattrinati e sognanti, che l’avrebbero ritratto come una cartolina dai colori languidi e delicati, acquistata poi come originale souvenir. Avrebbe quindi fatto il giro del mondo, viaggiando verso i domicili di turisti apatici e stufi della propria vita piatta. Sarebbe diventato il posto instagrammabile, da fotografare assolutamente, presente su tutte le guide più autorevoli. Le numerose foto a lui dedicate sarebbero state postate da giovani influencer, per invogliare viaggi e gite fuori porta.

Ma… per fortuna c’era un <<ma>>… l’adorata piazzetta era “made-in-Asti” e così… rimaneva un posto solamente nostro. Chissà se invece avesse desiderato davvero tutta quella notorietà o se era davvero felice che di lei importava esclusivamente a due ragazzi, un po’ demodè, come me e David! 

Non lo saprò mai, penso… Se le piazze potessero parlare… O forse è meglio di no!

Avevamo stabilito di comune accordo di ritrovarci là. Prima della scuola. Prima di immergerci in Dante e Petrarca, prima di affrontare seni e coseni.

Ci si ritrovava alla “piazzetta” e si sognava. 

Di scappare lontani.

Di evadere dal mondo.

Di cambiarlo.

Trasformarlo. 

Di fare la rivoluzione.

Di imporre il linguaggio dell’amore su quello della guerra.

Di imparare a volare senza prendere l’aereo.

Di ballare tutte le notti fino alla mattina seguente.

Di aprire un bar sulla spiaggia dal nome equivoco.

Di attraversare l’Europa in treno.

Di cambiare casa ogni mese.

Di non arrabbiarsi mai.

Di non farsi dire da nessuno cosa fare.

Di rimanere uguali.

Di portare quella piazzetta sempre con noi, ovunque saremmo andati.

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Tutto ha un tempo

Questa storia illustrata è molto particolare. E’ ispirata a una storia vera. Buona lettura.

“Pane… pane… fresco di giornata! Oggi ci sono dei nuovi tipi: ehm, allora… questo? Con la curcuma e i semi di zucca, mentre quello è un multi-cereali… A chi tocca?”

Adele sfornava pane, pagnotte e focacce tutte le mattine, da ormai vent’anni. Era da tutti chiamata “la figlia del panettiere“, perché suo padre era il proprietario dell’unica panetteria di Mongardino, un paesino di mille anime o poco più. Quando gli anni trascorsero, Adele si guadagnò il titolo di panettiera del paese, portando avanti l’attività paterna con impegno e sacrificio. Il suo piccolo negozio, situato nel centro del paese, era facilmente distinguibile, grazie all’insegna “Panetteria Raviola – Forno attivo dal 1930”: le lettere e la calligrafia ricordavano le pubblicità anni Quaranta. Quando si era trattato di rinfrescare il locale, Adele aveva tenuto in considerazione l’epoca, in cui la panetteria era stata fondata, e non aveva voluto tralasciare nessun particolare. Aveva chiesto ad un falegname, amico di famiglia, di restaurare gli stipiti e l’architrave dell’entrata della panetteria, tutti quanti gli elementi erano in legno di rovere. Ci voleva qualcuno che sapesse lavorare bene e con delicatezza. Il nonno di Adele aveva inaugurato quella panetteria nel 1930, aveva scelto personalmente l’arredamento interno ed esterno, perciò lei non voleva assolutamente andare contro le volontà, che erano state dei parenti che l’avevano preceduta. Si era limitata ad aggiustare ciò che non funzionava più e a migliorare le componenti dall’aspetto appassito. Una volta all’interno della panetteria, il profumo del pane fresco e di tutti i prodotti da forno, che Adele produceva, invadeva l’ambiente. L’odore di farina, lievito e del calore del forno era sempre vivo, aderiva ai muri del locale. Chissà da quanto tempo se ne stava là, rapprendendosi di generazione in generazione. Le stagere si sviluppavano da un lato all’altro delle pareti ed ognuna di loro era interrotta verticalmente da dei divisori, che Adele spostava all’occorrenza, a seconda della quantità, più o meno grande, di ogni tipologia di pane, che sfornava. Ogni celletta, che veniva quindi a formarsi da quel reticolo di scaffalature, era denominata da una targhetta, che Adele scriveva con il nome della tipologia di pagnotta. Maggiolini o bocconcini all’olio, biove, ciabatte croccanti, tartarughe, grissie a pasta dura, mantovane dalla morbida mollica. Adele scriveva sulle etichette cartonate con la sua calligrafia armoniosa e tondeggiante e le disponeva poi nelle copertine plastificate sopra ogni stagera. Era un qualcosa di speciale, Adele lo sapeva. Molte sere, infatti, si addormentava per qualche ora sulla brandina, che aveva un suo spazio apposito nel disimpegno. Stava lì solamente per sentirsi più vicina a coloro, che avevano infuso il lei la passione della panificazione, quasi che quelle poche ore di sonno potessero rinvigorirla al punto tale, da farle dimenticare la stanchezza, ormai accumulata nel corso degli anni. Da quando suo padre era mancato, aveva portato avanti il negozio da sola, aiutata unicamente dal suo elevato senso del dovere e dalla sua grande esperienza.

“Mi dia due biove e un pane toscano, grazie Adele”
“Stamattina, signora Carla, ho appena sfornato il pane alla curcuma e semi di zucca, vuole provarlo? È una novità?” – disse Adele, sventolando una pagnotta avanti e indietro.

“Oh no, grazie… queste cose moderne non mi piacciono… Cerea, Adele”

Adele non si scoraggiava. Le sue clienti più anziane non nutrivano molta curiosità riguardo i suoi esperimenti, ma per fortuna riusciva a trovare maggiore soddisfazione negli acquirenti, provenienti dalla città di Asti, che con piacere provavano quei prodotti dal carattere più moderno.

“Oh, eccola di nuovo, salve Dalila, come stai?”

Dalila era una habitué della panetteria, assidua frequentatrice, da quando si era trasferita da Torino per mettere su famiglia con Davide, il ragazzo, che l’aveva conquistata. In poco tempo si erano sposati, dando alla luce Niccolò, il frutto del loro amore. Adele e Dalila spesso si intrattenevano a parlare del più e del meno. Soprattutto quando Niccolò era a scuola materna, Dalila si fermava volentieri a scambiare quattro chiacchere. Era un momento di pausa, che si concedeva dalla vita di mamma a tempo pieno. La somma di quei piccoli ritagli di tempo era andata a costituire una bella amicizia. Dalila considerava Adele una buona confidente, schietta e sincera, e Adele rivedeva in Dalila quel lato di sé stessa, che non era riuscita ad esprimere negli anni indietro.

“Ciao Adele, come stai?”
“Non male, Dalila… non male…”

La complicità tra di loro arrivava fino al punto di passare alcuni istanti della conversazione a commentare con leggerezza le ultime clienti, entrate in panetteria. Adele era ormai una esperta, scrutava le persone, nulla sfuggiva al suo sguardo di padrona di negozio navigata. Bastava un veloce colpo d’occhio e la sua sensibilità di psicologa mancata faceva tutto il resto.

“Hai visto come sono entrati, tenendosi abbracciati stretti, stretti… quei due giovani sono alle prese con l’essere innamorati per la prima volta, te lo dico io…”
“Dici?” – ribatteva dubbiosa Dalila, – “magari… sono compagni di scuola…”
“No, credimi… l’amore giovane lo so riconoscere! Mentre, la signora prima di loro due, quella con il marito alto e barbuto? Ecco… quello è l’amore placato… come mi piace definirlo…”
“Adele, sei tremenda! Per ognuno di loro riesci a trovare una storia…”
“Non sono storie, sono verità… dovresti interrogarli per renderti conto che non invento niente!”
“E invece… il tuo amore? Perché non ti sei mai sposata?”

“Perché non mi sono mai sposata… bella domanda…” – Adele gongolava davanti a quesiti di quel genere. Tentava allora di sviare la conversazione con la sua ironia, che trasudava a tratti nostalgia e irregolarità.

“Ma come? Mio marito è il qui presente Signor Pane! …mi piace fare il pane perché è come prendersi cura di qualcuno… immagino quelle piccole pagnottelle come dei cuccioli, che devono crescere belli sani e forti fino ad arrivare ad essere una bella forma di pane grande e ben lievitata, croccante fuori e soffice all’interno…”

Dalila allora non demordeva, continuava a riportarla sull’argomento principale della conversazione. Le stava alle calcagna, come i bracchi durante la caccia alla volpe. Fu così che la sfortunata amica venne obbligata a confidarsi nuovamente, sapeva che era impossibile sfuggire alle intenzioni di Dalila, se si metteva in testa qualcosa, non rimaneva nulla da fare, se non vuotare il sacco.
Nella vita di Adele c’era stato poco spazio per l’amore, ma molto invece per il lavoro. Nata figlia unica, la sua famiglia aveva investito tante aspirazioni su di lei e sul suo destino di panettiera. La bottega era il fulcro, attorno a cui ruotavano i sacrifici economici di tutti i componenti. Colui che si fosse avvicinato a tal punto a diventare un papabile corteggiatore, doveva sapere a cosa sarebbe andato incontro e sposare sia Adele, sia il suo negozio. La missione era già scritta sulle pagine del suo libro della vita.

“Ci hanno insegnato che tutto ha un tempo, ovvero quella specie di periodo… misurato in giorni, mesi, anni… che parte da un punto ben definito e si conclude su un altro, altrettanto ben delineato. Ecco perché c’è una stagione, per innamorarsi… un’altra, per mettere su famiglia… un’altra, per mettere in cantiere un figlio, e così via…”

Tuttavia, Adele aveva creduto per buona parte della sua vita che tutte quelle parole non fossero vere. Si era sempre ripetuta che quei luoghi comuni erano per gente semplice, non avvezza ai cambiamenti e alle evoluzioni degli stili di vita umani, ma negli ultimi tempi, tra sé e sé, aveva dovuto ammettere che lo scorrere della vita aveva avuto la meglio – “Forse non ci si rende conto di essere dentro a questo battage fino al collo! Si pensa di avere il controllo della giostra e di decidere il momento giusto, in cui scendere!”
Purtroppo, spalancando gli occhi sul mondo, si era resa conto di non essere riuscita con successo a convertire le parole in fatti, non era stato poi tanto semplice combattere contro un videogioco, eludendolo a non permettere al monitor di mostrare la scritta <game-over>. Adele aveva cominciato a marciare, come uno dei tanti bei soldatini della truppa. All’urlo <Uniti e compatti!>, rispondeva, insieme agli altri, <sissignore!>. Si marciava, così, verso un’altra tappa. Adele si trovava a giocare la sua partita dentro quel gioco a punti, che aveva da sempre pensato di evitare.

“E poi ad un tratto mi sono anche chiesta: perché tutti si divertono e io no?” – Adele tratteneva a stento le lacrime, era ormai in preda allo sconforto.

Aveva vissuto dai vent’anni in poi sotto pressione, contando sulla punta delle dita le occasioni perse e quel po’ di terreno conquistato. Solo suo padre aveva voce in capitolo: organizzava domeniche pomeriggio, in cui invitava ipotetici pretendenti a consumare conversazioni frivole, inframmezzate da caldarroste e thè, a cui Adele partecipava in maniera compassata. Non ne aveva scelto neanche uno. Inseguiva un concetto di relazione amorosa, a cui la sua famiglia non voleva cedere. Adele non poteva concedersi voli di fantasia, il suo dovere era ben chiaro, il marito ideale era un uomo in grado di prendersi cura di tutti quanti, anche dal punto di vista economico.

“Mio padre aveva uno strano modo di volermi bene… sia chiaro, non gli rimprovero niente… comunque, non ha mai capito di cosa avevo realmente bisogno! Gli uomini, che piacevano a lui, a me non piacevano… e così ho deciso di maritarmi con la mia attività lavorativa, che non mi ha mai delusa in tutti questi anni!”

Adele non era sicura che i treni passavano per tutti nello stesso modo. Il più delle volte i mattoni, che vanno a costruire il muro della vita, vengono messi dai propri genitori e non dalla persona stessa. Così Adele raccontava a Dalila. Immaginava tutte le mattine di andare alla solita stazione, che diveniva di giorno in giorno sempre più affollata. Qualche treno passava da là, senza neanche fermarsi, sotto gli occhi sconfortati di tutti i passeggeri. Qualcuno invece, si fermava, ma non tutti riuscivano a salirci sopra. Gli <eletti>, coloro che avevano diritto alla prima fila, a bordo banchina, riuscivano ad accaparrarsi subito il mancorrente per montare sugli scalini. Poi, c’erano gli <speranzosi>, quelli che aspettavano il treno, fatto su misura apposta per loro, e gli <egoisti>, che volevano salire su qualsiasi treno della stazione, ma venivano messi da parte dagli <eletti>, e così via.

“La stazione non ce la fa a contenerci tutti. Salire sul treno è come inseguire una chimera, ci si chiede sempre se sarà quello giusto. Chi invece rimane a terra, passa il tempo a lamentarsi, perché il suo momento non arriva mai. L’attesa inizia ad essere sfiancante e la fiducia, ricordati, è stata data in regalo solamente agli <speranzosi>”

Adele era vissuta in mezzo a uomini pragmatici, abituati a vivere di materia e carne viva, piuttosto che di idee e platonismo. Era stata sempre presa per mano e trascinata poi nella fazione opposta alla sua, perché non le era permesso volare verso altri modelli di pensiero. Dalila ascoltava sbalordita quelle dichiarazioni di aiuto. Non riusciva a comprendere a fondo ciò di cui parlava Adele, in quanto il suo destino era stato costruito solamente dalle sue scelte. Provava però una grande empatia per quella amica di qualche anno più grande.

“Adele, amica mia, non mi avevi mai raccontato… io penso che tu sia sempre in tempo, non esistono stagioni, non esistono treni, se vuoi una cosa… devi andare là fuori e prendertela!”

Adele storse un po’ la bocca, non era d’accordo con Dalila – “Quando non si riesce a trovare nessun treno su cui salire… ci si lascia andare alla mestizia… io faccio parte di quelle persone, così abbattute, a tal punto da dover salire su un treno qualunque… dovrei dare uno spintone ad uno degli <eletti> e prendere il posto, che gli spetta… allora forse il mondo cambierebbe?” – poi continuò – “…non lo so… so solo che quando passi la vita a marciare e a seguire il volere di qualcun altro, non riesci mai a sentirti libera completamente, perché nessuno ti ha insegnato ad agire così! Ecco perché rimango qui, avvolta dal profumo della cosa che amo di più: il mio pane!”

Adele era innamorata della sua bottega o del conforto e dei bei ricordi che ne scaturivano? Era servito a qualcosa nascondersi dentro le mura di quel mondo, che qualcuno, esterno ai suoi sentimenti, le aveva preconfezionato addosso, come un abito sartoriale su misura?

“Si dice che il rischio appartiene alla giovinezza… età, che non mi appartiene più… non è più il mio tempo…”

Dalila non voleva darsi per vinta, iniziò a farle una lista di tutte le cose, da cui poteva ricominciare, senza tralasciare la sua amata panetteria, ma Adele non voleva sentire ragioni. La rassegnazione aveva tolto aria allo spirito della curiosità, che era deceduto, miseramente soffocato. La sua voglia di esplorare era stata sostituita dalla forza dell’abitudine, che si era impossessata del suo stile di vita.

“Sono cambiata, Dalila… mi fido solo di ciò che conosco, ecco perché prima ti dicevo che fare il pane è il marito, che tutti i giorni servo amorevolmente… non ho bisogno di altro e nemmeno mi interessa”.

Dalila sorrise teneramente in direzione dell’amica, finì di acquistare ciò che le serviva. La raggiunse dietro al balcone e la abbracciò.

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Al Parco Europa dissi “Addio”

Vengo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Tutte le mattine, prima di recarmi all’università, salgo con la macchina la strada della collina, che porta al Parco Europa. Là mi aspetta la solita panchina. Ormai potrei inciderci il mio nome sopra lo schienale. Tanto… è sempre lì che mi aspetta. Vuota. Addirittura, quei pochi passanti, mattinieri come me, che portano a spasso il cane, si siedono altrove, su altre panchine posizionate precisamente alla stessa distanza tra di loro, lungo il viale. Tutti sanno che quella panchina è la mia. Me la sono guadagnata.

Al Parco ci venivo sempre con Teo. Un amico, un amante? Ancora oggi mi chiedo cosa sia stato. Potrei descriverlo come fece Edmond Rostand riguardo al bacio:

<<Un bacio, insomma, che cos’è mai un bacio? Un apostrofo rosa fra le parole “t’amo”.>>

Ed era stato proprio un apostrofo Teo. Così poco accentuato, così breve, che mi aveva lasciato quel sapore amaro in bocca, che nessun bacio dovrebbe mai lasciare.

Era entrato nella mia vita improvvisamente e, altrettanto, ne era uscito.

Avevamo cominciato ad incontrarci al Parco Europa, anche più di una volta al giorno. Quel posto era diventato il rifugio silenzioso e tranquillo, in cui stare insieme. Nessun occhio indiscreto, nessuna parola fuori luogo ci raggiungeva. Nessun giudizio, nessuna critica. Semplicemente accoglienza; il Parco ci voleva bene, aveva avuto pietà di noi, come anche i nostri cuori, che inizialmente si nascondevano dietro mille scuse e giustificazioni. La panchina, che ora mi spetta di diritto, era la nostra.

Ecco come me la sono guadagnata.

Inizialmente era tutto cominciato da una sottile condivisione: Teo, che aspettava alla panchina, solitamente di mattina presto, mentre poi al pomeriggio tardi, io e il mio zaino scrutavamo il panorama perfetto di Torino, in attesa della sua venuta. Come era saccente Torino, vista da lassù. Aveva l’aspetto di una città indottrinata dai migliori professori. Così boriosa e arrogante, percepivo che mi osservava a sua volta. Odiavo quel confronto, ogni volta che attendevo Teo. Occhi negli occhi, non distoglievamo lo sguardo. Volevo averla vinta sulla sua strafottenza. Come si permetteva di dubitare di me?

Non appena Teo arrivava, quella tensione altezzosa svaniva. Tornava tutto a risplendere, a essere così ospitale e confortevole. Teo creava la magia e io mi nascondevo dietro. Non potevo farne a meno.

Reputavo ogni alba e ogni tramonto il momento giusto, affinché ricevessi quella bramata notizia: la decisione di Teo, il suo sì. Mi sono resa conto che non attendevo il suo arrivo, aspettavo solamente il momento in cui avremmo lasciato per sempre il Parco Europa, per scendere a Torino, in mezzo alle persone, senza più nasconderci. Avremmo dovuto farlo, prima o poi. Se da un lato, tra quei viali mi sentivo al sicuro, dall’altro, ero stufa di vivere dentro ad un triste surrogato di quello che reputavo una storia d’amore. Non potevamo dire le bugie per sempre, celare quello che ci faceva vergognare a tal punto da darci l’appuntamento nel medesimo posto, ormai da mesi.

Mi arrabbiavo. Continuavo a fare quei discorsi con quello splendido angolo di Torino, che mi pareva disegnato. Ci litigavo e così, mi arrabbiavo ancora di più. Era uno scontro tra me e lei, che non voleva sentire ragioni, mi veniva contro con tutta la sua gelida collera. Ma che potevo farci? Ero in balia di una città e del suo abitante più scorretto. Mi sentivo impotente, volevo contrastare uno dei due, ma ognuno di loro mi sopraffaceva, senza fare alcuna fatica.

Il Parco era il mio unico amico, all’interno di quel posto così tranquillo e riparato, mi sentivo protetta.

Una di quelle mattine, mi recai alla mia panchina prediletta. Lo aspettai a lungo. Saltai la prima ora di lezione. Poi la seconda. Alla fine se ne andò tutta la giornata. Rimasi come inebetita a fissare il panorama tutto il giorno. Il sole, nel frattempo, danzava in cielo, ruotando per tutta la volta. Dialogavo mentalmente con Torino.

Lui non verrà…

Sentivo quelle parole sussurrate. Taglienti. Fredde. Cattive. Come solo quel paesaggio sapeva essere. Bello e dannato, insensibile e distaccato. Non gliene fregava nulla di me e del mio modo devoto di attendere.

Quanto sei cretina… sei ancora lì? Prendi lo zaino e tornatene a studiare… magari diventi più furba di così!

Osservavo la vista di fronte a me con disprezzo, cosa ne sapeva di me?

Teo quel giorno diede per la prima volta buca al nostro quotidiano appuntamento. Si comportò allo stesso modo i giorni seguenti.

Mi lasciò in eredità quella panchina, al Parco Europa, che io difendo gelosamente. Nessuno me la porterà via.

Mi siedo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Nessuno mi porterà via ciò che resta di lui. Guardo sempre verso Torino e ascolto le sue parole di biasimo nei miei confronti.

Rispondo: “Addio, Teo”

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Trovarsi in mare aperto era il sogno di una vita…

Trovarsi in mare aperto era il sogno di una vita, che si stava realizzando.

Ho sempre invidiato i marinai, che lasciavano i porti delle loro città natie senza sapere quando mai sarebbero tornati a casa. Mi rendevo conto che il sapore dell’abbandono mi aveva distrutto e sedotto il cuore allo stesso tempo, il miscuglio di emozioni che ne erano scaturite negli anni mi aveva portato a concludere che, essendo figlia di questo rifiutato, seppur esistente, abbandono, mi ci ero ormai immersa a tal punto da riconoscerne quasi la paternità del mio essere. Così mi atteggiavo a marinaio: entrai nella parte così bene, che accettai l’invito di alcuni amici a trascorrere le vacanze in mare aperto su una barca di uno di loro. Mi sentivo realizzata.

Addio terraferma, addio cemento, addio case e palazzi, per una settimana solo acqua! Diedi il benvenuto ad una nuova Chiara e salutai il bellissimo mare che per tutta la settimana ci avrebbe ospitato.

Alessandro era il responsabile della rotta. Ci affidammo completamente alla sua esperienza di skipper provetto. Questa vacanza era quello che ci voleva: relax assoluto e stress quotidiano dimenticato dentro le mura di casa. Ma la mia vacanza non poteva essere solamente serenità al 100%, eh no, sennò non mi sarei divertiva abbastanza!

I primi giorni e notti trascorsero velocemente.

Il terzo giorno Alessandro ci avvisò di aver smarrito la rotta; disse che non capiva più che scia stesse seguendo la barca e non si ritrovava con le indicazioni che gli forniva il gps. Brutto, brutto segno.

Il tempo iniziava a guastarsi ed era già sera. Alessandro e tutti noi decidemmo di capire come poter imbroccare la direzione giusta verso la terraferma. Quando ci si trova in mare aperto e, addirittura, quando imbrunisce, non è così semplice!

Il cielo era un tripudio di sfumature azzurrognole, le nubi si mescolavano tra loro adagio, entrando l’una dentro l’altra, per ottenere una nube ancora più grande, ancora più scura. La luce ormai era quasi stata inghiottita dall’orizzonte. Continuavo a scrutare il cielo e non mi piaceva quello che vedevo. L’acqua del mare iniziava ad agitarsi, non riuscivo più a ritrovare la pacatezza, che il mare ci aveva regalato fino alla mattina passata. La barca sobbalzava mano a mano che solcava le onde, che diventavano sempre più impervie e alte. L’andamento che aveva preso era singhiozzante e incerto. Iniziavo ad avere la nausea: il moto ondulatorio misto ai guizzi dello scontro della prua con le onde mi stavano facendo tremare lo stomaco. Eravamo tutti basiti, ci sentivamo impotenti, iniziammo davvero a temere il peggio.

Non era possibile che stessi vivendo davvero quella situazione, non riuscivo e non volevo crederci. A breve sarebbe terminato tutto.

Il mio spirito era ancora fiducioso, mi diceva che il mare era buono, era sempre stato dalla mia parte e non aveva sicuramente intenzione di scatenare una tempesta per metterci in difficoltà. Voleva giocare, voleva solamente farci strizzare un po’.

I minuti passavano come ore, sembravano lunghissimi e la situazione peggiorava senza fare sconti.

Quando si ha un problema, di qualsiasi genere, il tempo scorre troppo lento, quasi a far sostare le sensazioni sulla pena e sulla sofferenza che proviamo nel risolvere un certo tipo di questione. È quello che stava capitando a noi. Era come trovarsi dentro una sorta di ovatta, dove ingegno e sensi erano immobilizzati e non collaboravano a farci trovare una soluzione.

Ad un tratto Alessandro perse le staffe e gridò:

Cazzo, ragazzi, se non ci muoviamo a fare qualcosa, la barca si ribalterà e ci ritroveremo in breve tempo a far da cena ai pesci in fondo al mare! Volete azionare il cervello, perdio!!!

Scossi da quel disperato SOS, dissi di getto “Mettiamoci i salvagenti!”. Non potevamo fare altro che resistere e tentare di scampare al brutto scherzo che ci stava giocando il mare. Dopo aver messo i salvagenti, iniziammo ad assegnarci compiti a caso, sia per tenerci occupati, sia per far vedere all’uno e all’altro, che muovendoci su e giù per la barca, eravamo ancora vivi.

Il mare era un tutt’uno con il cielo: si era tramutato in una specie di blob gigante, tutto nero, scuro, quasi non sembrava più fatto di acqua, ma di una sostanza melmosa e oscura. Non avevo mai visto nulla del genere. Ci teneva in pugno. I nostri occhi erano venati di terrore, non riuscivo a incrociare lo sguardo di nessuno, perché non volevo ancora realizzare che tutto quello che ci stava capitando fosse reale. Porca vacca, era proprio come il mio sogno ricorrente.

Fin da bambina, ho sempre sognato che prima o poi il mare mi avrebbe inghiottito. Le tempeste sono sempre state il mio incubo peggiore, una di quelle cose che mi sono sempre augurata di non vivere mai, eppure questa volta non avevo scampo.

La barca era come impazzita, un puntino immerso dentro ad una voragine. In mezzo a tutto quel nero, non eravamo più visibili da nessuno, nemmeno da Dio. Su e giù, su e giù. Le acque continuavano a strattonarci, poi ad alzarci, poi a farci scivolare creandoci un vuoto che ci pizzicava con violenza le budella e lo stomaco. Era come essere nelle mani di un gigante. Sembrava un film dell’orrore.

Poi l’albero maestro si spezzò e cadde sopra la barca dividendola in due pezzi. Sentii solo un grido, che insieme alla barca squarciò il nostro sentirci ancora in vita. Non ricordo nemmeno chi urlò così forte.

“Buttateviiiiiiiiii”

Istintivamente congiunsi le braccia e le stesi, chinai la testa e mi buttai. Ciiiiaf. Non sentii più nulla.

Venni shakerata dall’acqua, sbattuta, scaraventata chissà dove. Mi faceva male la testa e continuavo a non sentire nulla. Mi amalgamai completamente al mare, ero diventata una sua parte, ero forse diventata liquida come la sua acqua, non sentivo rumori, non percepivo dolore, non sentivo più il mio corpo, ero davvero acqua allora. Forse avevo perso i sensi, perché non ricordo più niente. Mi svegliai che ero riemersa non so come!

Forse il salvagente aveva avuto la meglio. Ciò che vidi mi fece ancora più paura del tuffo disperato, che avevo fatto un attimo prima. L’acqua mi rimise sotto di lei. Avevo avuto solamente il tempo di vedere che la barca non c’era più, che tutto il gruppo di amici era stato inghiottito da quella massa informe e che il cielo era ancora più nero di come me lo ricordavo.

Mi trovavo nuovamente sott’acqua, immersa in quella poltiglia bruna. Il mio corpo non si arrendeva, continuavo a dimenare braccia e gambe più forte che potessi. Non sentivo la stanchezza, continuavo ad inviare l’impulso di nuotare, nuotare, nuotare. Non importava come, ma dovevo riemergere per prendere fiato. Quel continuo scuotimento mi stava facendo soffocare.

La tempesta stava squarciando l’acqua, non le dava tregua ed io ero solamente una minuscola pedina, vittima di quella lita furibonda che era in atto. Non ne potevo più, ma ormai era una sfida aperta, non potevo arrendermi.

Continuai a lottare con il mare, sembrava una lotta greco-romana, dove le regole però non venivano rispettate. Si sapeva già chi avrebbe avuto la meglio.

Poi un’onda mi sommerse, non ebbi più scampo.

L’ultima immagine che conservano i miei occhi è l’elevarsi di un blocco acquoso, ancora più alto delle onde con cui stavo cercando di rimanere a galla. Quell’onda era ancora più cattiva e infame delle altre, si alzò come un cavallo sulle due zampe posteriori quando impenna, e mi ricoprì.

Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!

Emisi un urlo, aprendo gli occhi di scatto!

Vidi le lenzuola al bordo del letto, il cuscino per terra… Era solamente un sogno, di nuovo quel maledetto sogno ricorrente, che in certe notti tornava a trovarmi!

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Che Natale sarebbe senza… le scatole-regalo?

17 Dicembre – E’ quasi Natale, sento attorno a me lo spirito natalizio farsi strada, un gran vociare di gente, che cammina frettolosamente per le vie dei negozi della città e che interloquisce con il proprio amico/a, compagna/o, figlia/o:

“E’ quasi Natale”

“Siamo sotto Natale”

“Natale sta arrivando!”

Mi capita spesso in questi giorni di entrare nei numerosi negozi di oggettistica, che addobbano le vetrine a festa, così caoticamente e con luci e festoni così sgargianti, che non posso fare a meno di rimanerne come ipnotizzata. Tutti questi negozi sono quelli che più mi ispirano la parola Natale, il suo significato più materiale (ovviamente) e l’attesa di un giorno, che personalmente mi preme più aspettare che vivere. Entro in questi negozi e mi perdo ad aprire e chiudere le scatole di cartone, latta, porcellana che riportano qualche motivo natalizio: c’è quella a forma di orsetto vestito da Babbo Natale, si sprecano quelle che rappresentano Babbo Natale o le sue renne, quelle a forma di fiocco di neve o pacco-dono con fiocco rigorosamente rosso, quelle a forma di pallina o di abete (alias albero di Natale). Un miliardo di combinazioni di colori, altrettante combinazioni di formati e grandezze. Libidine coi fiocchi, come direbbe Jerry Calà!

Ho sempre amato le scatole: ogni volta che ne vedo qualcuna, sono conquistata dalla mia innata capacità di farmi tentare dal diavolo del marketing, chiamato “Acquisto di impulso”. Penso di avergli venduto l’anima un giorno di tanti anni fa…

Passo qualche quarto d’ora della visita tra gli scaffali dei negozi a giochicchiare con tutte le scatole, scatoline e scatolette che incontro sul mio cammino. Trascorro interminabili minuti a proiettare miraggi di possibili utilizzi, una volta acquistate e trasportato il bottino a casa. Penso e ripenso.

“Cosa potrei metterci dentro?”

“In questa… magari i biglietti dei concerti…”

“Guarda questa qui, piccolina… magari i tappi delle bottiglie che ho stappato per il compleanno dei 30 anni?”

Insomma, perdo davvero preziosi minuti di vita nel fantasticare a cosa potrebbe servire ogni scatola che trovo potenzialmente acquistabile! Ma soprattutto a inventarmi qualsiasi tipo di roba che potrebbe essere contenuta all’interno! Capita anche a voi?

Le scatole mi piacciono, perché precludono… tante cose inaspettate! Cosa ci sarà dentro?! È l’effetto sorpresa che cattura l’attenzione: la scatola è l’oggetto per eccellenza che riesce a rappresentarlo meglio!

Nascondere un oggetto pregiato o semplicemente un regalo particolare caratterizza l’attendere il giorno di Natale. Significato religioso a parte.

Attendere una sorpresa, una scoperta, preclude sempre l’apertura di una scatola…

Allora, perché abbiamo questo tormentoso bisogno di contenere qualsiasi cosa? Di proteggerla dentro ad un involucro? Di nasconderla dal resto del mondo?

È da un po’ di tempo che mi faccio questa domanda: perché abbiamo bisogno di tutte queste scatolette “carine e coccolose”?

Ne conseguono, quindi, una marea di supposizioni formulate a mo’ di domanda! Siete pronti?! 😊

Partiamo dalla n. 1…

Forse perché abbiamo bisogno di protezione, perciò chiudere un oggetto dentro ad una scatola ci restituisce quel tepore, che proviene da una specie di sicurezza esterna al nostro essere?

O magari il riporre gli oggetti nelle scatole ci dà la sensazione di avere la nostra vita sotto controllo? Ogni cosa ha un suo posto specifico e saperla in quel determinato contenitore ci rassicura ulteriormente.

Forse vogliamo avere noi la nostra scatola personale, che come ripara i nostri oggetti più cari, ripara allo stesso modo noi stessi?

O tutte queste ipotesi sono solo frutto di bip bip mentali pre-natalizie!!! 😊

Malgrado tutto ciò, continuo ad avere una passione sfrenata per le scatole di Natale e non e tento di darmi un freno dal non finire per tornarmene a casa avendone comprate 4 o 5.

Qual è il vostro oggetto preferito da comprare quando fate shopping?

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Dove nascono i ricordi dei figli?

Ero a casa di Alberto, detto Billy da tutti noi colleghi. Stavo aspettando, che finisse di prepararsi, seduta sul suo divano di pelle nera in salotto. Ci eravamo dati appuntamento a casa sua per poi partire verso Roma. Pochi giorni prima, eravamo stati chiamati dal “Grande Capo” della sede centrale dell’azienda per una riunione straordinaria, ma entrambi non avevamo idea di cosa volesse comunicarci. Il “Grande Capo” non aveva voluto menzionarci nulla a proposito; aveva concluso la chiamata, dicendo solamente: “Penso che sia opportuno che prendiate il primo treno diretto per Roma.”

– tu-tu-tu-tu-tu –

Disorientati, Billy ed io ci eravamo scambiati uno sguardo perplesso. Non capivamo come mai ci fosse una tale urgenza. Acquistai subito due biglietti del treno.

La casa di Billy era davvero particolare: arredata con gusto, piena di suppellettili deliziose, qualche oggetto di design sparso in angoli ben precisi dell’alloggio. Si intuiva che c’era una presenza femminile, a cui andava il merito della buona riuscita dell’organizzazione di tutta la mobilia.

Cominciai a passeggiare avanti e indietro per il salotto. Mi incuriosivano le numerose fotografie appese alle pareti: grandi cornici, che contenevano tanti collage di foto di Billy, sua moglie e i due bambini. Erano così graziosi. Adoravo guardare quei momenti di vita rubati, cliccando semplicemente il bottone centrale del cellulare. Continuavo ad osservare, soffermandomi su ogni particolare. È piacevole permettere proprio alle foto di far tornare alla mente attimi passati da tempo.

Anche da bambina mi divertivo a scrutare i vari portafoto di casa mia. Entravo nella camera da letto dei miei genitori, mi sedevo sul letto e indirizzavo lo sguardo al comò, dove erano posizionati in modo geometricamente perfetto tutte le foto della loro gioventù e dei primi momenti dopo la mia nascita. Stare in quella camera mi piaceva tanto, mi sentivo al sicuro: vedere una me neonata, stretta tra le braccia di mamma e papà, mi faceva stare tranquilla. Negli anni a venire, l’entrare in quella camera mi ha sempre procurato la medesima sensazione: uno strano pizzicorino di felicità allo stomaco, una leggera eccitazione, una misteriosa percezione di vittoria sul mondo esterno.

Continuando a passeggiare per il salotto, mi chiesi se anche i figli di Billy fossero sensibili al posizionamento dei portafoto delle loro case e se anche a loro facesse piacere avere sotto agli occhi i loro progressi di crescita tra un’estate al mare e una Pasqua in montagna.

Era questo il punto: dove nascono i ricordi dei figli?

In una camera da letto dei genitori? Nell’anticamera del salotto? Sul tavolino di fianco alla televisione, dove è posizionato quel buffo soprammobile, che ha regalato il bisnonno alla nonna della mamma?

Le fotografie servono a far memorizzare ai figli da dove si è partiti, chi eravamo prima e dopo di loro, cosa abbiamo imparato, dove andavamo, e via dicendo. Colui che si mette dietro l’obiettivo, inquadra, incornicia per sempre chi in quel momento dev’essere al centro dell’attenzione del dispositivo. Poi c’è il click. Si immortala la bellezza. Catturata per sempre dentro a tanti pixel. Ora siete un ricordo. Ora è per sempre. Ora nessuno vi può cambiare da come siete stati presi. Ora è la bellezza per eccellenza, quella su cui avverranno i paragoni futuri. Questo impareranno i vostri figli, questa foto qui. Questa da adesso in poi sarà il tipo di bellezza a cui loro si abitueranno. La loro memoria è nata così. Da quelle foto. E saranno proprio quelle foto che li rassicureranno, li faranno sentire al sicuro. A mano a mano che la memoria aumenta, restituirà ricordi più nitidi e forti. Costruirà una sorta di porta-gioie, in cui loro potranno riporre tutto ciò che li fa stare meglio. Ci saranno anche quelle foto, quelle camere, quegli angoli a loro così familiari, dove hanno iniziato a ricordare.

Mentre riflettevo su quali di quelle foto fossero le preferite dei figli di Billy, la porta della camera da letto si aprì. Billy uscì con il suo bagaglio in una mano e la giacca nell’altra.

“Possiamo andare!”, mi disse entusiasta, “Scusa se ci ho messo tanto… non trovavo il carica-batterie!”

“Figurati! Nel frattempo, ho dato un’occhiata alla tua casetta, davvero carina!”

Billy sorrise timidamente, “Eh… merito di Elena, se non ci fosse lei, sarebbe un disastro!”

Salimmo in macchina e ci dirigemmo alla stazione. Eravamo impazienti di sapere cosa volesse dirci di tanto urgente il “Grande Capo”.

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Controsensi cubani, ammmmmmericani e tiende improvvisate

Era arrivato il momento di uscircene da Varadero. Stare con le chiappe al sole tutto il giorno stava diventando scontato e noioso. Avevamo bisogno di una dose-di-Havana, la vera faccia di Cuba!

La chica del club di animazione ci prenotò senza esitazione per il giorno a venire uno di quei mini-bus puzzolenti per raggiungere il centro dell’Havana.

L’indomani ci alzammo di buon mattino. Bisognava trovarsi fuori dal resort tassativamente alle 7 e i ritardatari non sarebbero stati aspettati. Una volta partiti, la guida fece del suo meglio per esprimersi in un italiano abbastanza decente da farsi intendere da tutti noi cristiani verdi-rossi-bianchi. Ci spiegò la storia della città, la dittatura di quel simpaticone di Fidel Castro e il modo di vivere dei cubani, che altro non è se non un eterno bighellonare in attesa che lo Stato ti dia qualcosa da fare, come un lavoro, che non si può rifiutare, o una missione militare, quelle vanno molto forte, tanto che Cuba è lo stato con più scuole di addestramento militare del mondo! Uno stato così piccolo… ma dove ad ogni angolo, anche in quello più remoto, dove solo le mucche dall’aria infelice e un po’ sciupata brucano le sterpaglie secche, si vedono scuole militari.

Cuba era un accidente di paradosso: decantata come il paese della Revoluciòn e della libertà, ma all’atto pratico un insieme di controsensi e bizzarre contraddizioni. Liberi da che? Come direbbe il buon Vasco… Gli abitanti sanno che non possono uscire dalla loro piccola isola da sballo; se lo fanno e poi accidentalmente decidono di fare rientro in patria, li aspetta un bel comitato di benvenuto!! Purtroppo, una volta che si esce da Cuba, per lo stato cubano vige l’equazione: cubano fuori Cuba = non più cubano VERO. Perciò, il solo diritto che ti spetta è quello di morire. A meno che non “si fugga” da Cuba, ammogliato/a ad uno/a di quei/quelle grassi/e uomini/donne “ammmmericani/e”, che sono il passaporto per fare avanti e indietro dalla isla quando lo si desidera.

L’Havana ci stava aspettando ed era così emozionata di averci lì, che si commosse tanto da scatenare un cavolo di acquazzone, che ci inzuppò per benino!

Grazie, Havana, non era il caso…” – pensai tra un’imprecazione e l’altra.

Ci rifugiammo sotto le tende di un bar e aspettammo che la città si riprendesse dall’emozione. A Cuba i temporali vanno e vengono, come i fidanzati e le fidanzate a quindici anni. Dopo, torna subito il sole e non ti ricordi più di tutta l’acqua che è scesa un attimo prima, proprio… come a quindici anni!

Per le strade tanti colori, risate, chiacchere, passi frettolosi e bivacchi. Il sole illuminava tutto così bene, che nulla passava inosservato ai miei occhi pieni di curiosità e meraviglia. Il mare era sempre lì, lo abbiamo salutato dal Malecòn (il lungomare che abbraccia tutta la costa), facendoci anche un video per ricordarci quanto Cuba potesse essere romantica ed underground allo stesso tempo: da un lato una schiera di catapecchie, più o meno traballanti, più o meno con tetto, porte e finestre, dai colori sbiaditi, dai muri scrostati e dalla pulizia poco linda. Dall’altro il mare, sempre bello, sempre cristallino, sempre a rappresentare la parte più cool di Cuba, quella per cui la maggior parte dei turisti si spara nove cazzutissime ore di volo.

La specialità dell’Havana non è un particolare piatto tipico, ma la genuinità della gente: sembra tutta indaffarata, affaccendata in chissà-che-cosa, tanto non lo capirai mai, stai sereno e mettiti l’anima in pace.

Si va, si viene, si corre in motorino, in bicicletta, a piedi, sull’ape, qualsiasi mezzo di trasporto è buono per girovagare apparentemente senza una meta.

Agli angoli delle strade, ci si aspetta con una birra in mano, il cappello calcato in testa, mani nelle tasche di pantaloni luridi e sgualciti. Sguardi un po’ sornioni si stampano nella calura della giornata. Una signora esce da un tienda improvvisata a macelleria, portando tra le mani a mo’ di trofeo del petto di pollo appena tagliato (senza nemmeno una carta attorno… “Aiuto… come arriverà quel pollo a casa?”, ho pensato), due ragazzi sghignazzano tra loro con del pane sotto il braccio e un signore anziano cerca di farsi spazio portando sulla sua bicicletta un mobile del bagno tutto ammaccato, ma che ci farà mai?

Non lo scopriremo nemmeno vivendo!

In alcune zone dell’Havana non c’è asfalto sulla strada, non ci sono i marciapiedi, si cammina, stop.

“Non farti domande”, mi disse la guida, “tanto le risposte non le sappiamo nemmeno noi che siamo nati qui!”.

E chi ha intenzione di farsele? In fondo vorrei passare anche io delle giornate in questa maniera, alla cubana. Un po’ di scazzo non ha mai fatto male a nessuno, “Stai tranqui, frà”.

È come se conoscessi già Cuba: sono cresciuta con le storie e gli aneddoti, che mi raccontavano i miei nonni, che l’hanno vissuta sulla loro pelle di lavoratori stranieri per un po’ di anni.

Le sue vie, i suoi palazzi dittatoriali, le sue case abbandonate piene di calcinacci: sono qui per vedere dal vivo con i miei occhi tutto questo.

Quando qualcuno non sa guidare, mio nonno urla sempre “Guidi come un cubanoooooo!”, alternando l’affermazione con un’altra, che dice pressappoco così: “Questa è proprio una manovra cubana!”.

L’uso del clacson non è un consiglio, è un ordine, un obbligo: chi non usa il clacson, è un turista o un fighetto perbene. Il clacson serve per salutarsi, per far capire alla città che si è arrivati a destinazione, per dire all’altro di levarsi dalle balle, per fare un complimento ad una bella ragazza, per chiamare qualcuno quando si arriva sotto casa sua, e così via. Ogni cubano tiene molto al suo clacson, anche perché la macchina non è un bene che hanno tutti, perciò quando la si possiede, se ne usano tutti gli accessori… e il clacson è il più importante.

All’Havana si vedono ancora più macchine ammmmmmericane e sovietiche rispetto che a Varadero: i loro colori sgargianti fanno in modo che tu le veda da un chilometro di distanza. Da lontano sembrano tanti frullati giganti colorati, che si avvicinano rombanti e frenetici per divorarti. Ne ho viste di ogni tipo e marca, dalle Cadillac rosa alle azzurre Chevrolet, ma anche Ford, Oldsmobile e Chrysler, c’è né di tutti i gusti.

Si manifesta a questo punto un altro paradosso cubano: l’odio verso lo stato americano, sempre dimostrato, ostentato e gridato… mi sta bene, però ancora oggi vengono utilizzate le vecchie macchine risalenti al periodo pre-1959? Altra cosa a me non chiara.

Quanto è bella Cuba?

Perfetta così, con tutte le sue contraddizioni e i suoi casini.