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Castagne e Coca-cola

Cari lettori,

condivido con voi il mini-racconto, che avevo inviato lo scorso inverno alla redazione del Concorso letterario nazionale “Parole sul mare” 2020 (VI edizione). Tema del concorso: il tempo. Il racconto si è posizionato al 7° posto (su 41 storie), risultato che mi ha riempito di gioia!

La storia ruota attorno ad una conversazione tra amiche, confidenze intime, pensieri più o meno seri. Una domenica sera. Davanti ad un piatto di castagne e due bicchieroni di Coca-cola… accostamento strano, vero? Se non vi convince, fate un tentativo, vi ricrederete!

Come sempre, la storia è stata illustrata da Giulia!

Buona lettura! Mi farebbe piacere leggere i vostri commenti 😉

“I luoghi comuni sul tempo hanno scandito la nostra vita e, ormai, arrivati a questo punto si sprecano. E se citassi frasi del tipo: <<Il tempo è denaro>> o <<Chi ha tempo non aspetti tempo>>, finirei subito con il castrare la domanda che volevo porti da un po’ di… ohhh… lasciamo stare!” – provai a innescare quella conversazione con Claudia lo scorso inverno. Era una domenica sera: proprio quel preciso istante, in cui entrambe pensavamo all’indomani con goffaggine e mollezza di spirito. Provavamo una certa ansia, in attesa del lunedì mattina, ma nessuna delle due voleva deliberare alcuna affermazione simile riguardo all’argomento. Avevamo messo in forno un bel sacco di castagne, volevamo finire in bellezza il weekend, discutendo sia dei massimi sistemi della vita, ma anche di che colore pittarci le unghie, prima che avesse inizio un’altra settimana lavorativa. Sbucciando una castagna, appena tolta dal forno, e sorseggiando un bicchiere di Coca-cola, per buttare giù il boccone impastato di saliva, avevo cominciato a girare attorno ad una questione assai spinosa, ma, come si è potuto notare, fin dall’inizio, i miei pensieri si facevano prendere gioco dai giri di parole e così, aspettai.

“No, per favore… continua” – mi disse Claudia.

“Intendevo dire… poco fa… ma cosa è che non cambia mai nelle nostre vite? Siamo figlie di filosofie alla Eraclito-maniera… panta rei… tutto scorre… ma è da un po’ di giorni che rifletto… faccio un sogno sempre uguale… da ormai anni, Cla, lo sai? …te l’avevo mai detto?” – parlai a Claudia del mio sogno ricorrente. Da ormai cinque anni, a periodi alterni, non facevo che addormentarmi, ritornando sempre a sognare una persona in particolare, un ragazzo. Il suo nome era Diego.

“Elena, cosa c’è che ti turba? Cosa c’entra un sogno con i cambiamenti della vita?”

Le castagne erano bollenti. Non riuscivo a pelarle. Aprivo leggermente il guscio con le unghie, poi lasciavo cadere sul tavolo quella poveretta, scuotendo a più non posso le mani. Niente da fare. Toccava attendere un altro po’. Mi riempii ancora il bicchiere di Coca-cola, bevvi due bei sorsi e continuai.

“Si dice che col tempo tutto cambia, tutto passa… tutto scorre, appunto! Giusto?”

“Sì, e allora?”

“No, non è vero. Il tempo passa e il suo passaggio si trascina con sé tante, ma tante cose. Il suo compito è quello di agire come un fiume, che scorrendo nella terra porta fino in fondo al suo cammino tutto quello che trova, durante il suo viaggio. Idem, anche questo vale per la nostra vita. Alla fine di tutto, ci ritroveremo in fondo al nostro fiume, osservando ogni singola molecola, emozione, respiro transitatoci davanti agli occhi. E sarà mutato! Ogni emozione muta, non proviamo mai lo stesso sentimento, la stessa gioia, lo stesso dolore per ciò che è stato vissuto. Il tempo passa e muta ogni cosa che non sia il presente. Lo modella, lo plasma e ce lo restituisce… di giorno, in giorno, sempre più diverso.”

“Sì, sono d’accordo, Elena… ma non riesco ancora a capire dove vuoi arrivare!”

Diego fu per me un amore speciale, ma non lo capii subito. Eravamo giovani, tanto. Tanto giovani, da avere visi come angeli, ma cuori già abbastanza emancipati. Ci rincorrevamo, respingevamo e amavamo. Tutto allo stesso tempo. Non avevamo regole, malgrado uno dei due cercasse sempre di istituirle. Tentavamo di rinchiuderci l’uno nella gabbia dorata dell’altro, ma fallivamo. La fretta di crescere stava davanti a noi, ma non si faceva prendere. Continuavamo a rincorrerla. Nel frattempo, continuavamo ad amarci, a progettare e a disfare quello che decidevamo di iniziare a mettere in piedi. Alcuni ci dicevano che ci eravamo trovati troppo presto. Altri, che eravamo in ritardo nelle conquiste, che conseguivamo. Io sempre un passo, seppur minimo, davanti a lui. Ma ci amavamo. Diego era un bambino, alla ricerca della sua mamma perduta. Io, invece, una piccola donna, che voleva farsi coccolare, come se fosse ancora una bambina. Non riuscivamo ad insegnarci le lezioni, di cui avevamo bisogno. Stavamo insieme con tutta la passione, che avevamo in corpo, ma non appena quella finiva, ci allontanavamo. Ricominciava la corsa. Diego, che rincorre Elena. E poi. Elena, che corre dietro a Diego. Il gioco ricominciava. Quando sarebbe finito? Trascorsero anni, tentando la fortuna. Eravamo entrambi desiderosi di arrivare al montepremi finale. Chi dei due avrebbe avuto la meglio?

“C’è una cosa che il tempo non può cambiare… solo quella cosa là… il tempo può fagocitarla, ma non appena la risputa fuori, potrai renderti conto che è rimasta uguale a prima. Solamente un po’ appiccicosa e sbavata… ma è la medesima cosa! Sto parlando del senso di colpa…”

Claudia mi guardò basita. Masticava la castagna, ancora calda, stando attenta a non scottarsi guancia e lingua. Era un momento abbastanza catartico. Quasi come a non voler svegliare nessuno, quando si rincasava tardi la notte. La stessa accortezza viene utilizzata, quando si mette in bocca un cibo troppo bollente. Piano, piano, la lingua passa il pezzo incriminato da una parte all’altra della guancia, palleggia la palla rovente di qua e di là, cercando di scegliere la guancia più adatta, dove fare gol. Non mi feci intimorire e continuai imperterrita a raccontare.

Diego era il mio senso di colpa, che si traduceva in un sogno, sempre uguale, intermittente, ciclico. Diego era quella pedina, che il tempo non poteva mangiare. La passava all’interno del suo scanner, ma non riconoscendola come edibile, la lasciava intatta e libera di vagare nel subconscio, per poi finire come film-colossal, sempre in programmazione nelle notti più agitate.

“Il senso di colpa se ne fotte del tempo… cosa gliene frega? È immortale… proprio come lui! Non subisce modifiche, non sente ragioni, rimane lì a farti compagnia… e quando pensi che il-famoso-tempo ci sia passato sopra… torna a dar fastidio più di prima!”

Claudia non poté che darmi ragione. Volle sapere qualsiasi cosa del mio sogno ricorrente e mi chiese se ci fosse una connessione tra quello e il senso di colpa.

“Credo proprio di sì! …vedi che te lo dico sempre che avrei dovuto diventare una strizza-cervelli, invece che una semplice impiegata?” – scoppiammo a ridere all’unisono, soprattutto per sciogliere la piega, che aveva preso quella chiacchierata.

Sogni e sensi di colpa vanno a braccetto, il tempo può solo stare a guardare, senza emettere un fiato. Purtroppo, o per fortuna, il tempo non può niente contro la coscienza, la fucina dei nostri ragionamenti principali.

“Cla, sogno di rivedere Diego… sogno di essere perdonata, di potermi scusare e di sentire dalle sue labbra parole di approvazione… sogno che ci stringiamo la mano e che tutto torni alla normalità… poi però mi sveglio…” – feci rotolare una castagna sul tavolo, tracannai l’ultimo sorso di Coca-cola dal bicchiere – “…Mi sveglio e il senso di colpa è proprio lì, ai piedi del mio letto, che mi augura il buongiorno. Poi mi aiuta ad alzarmi, si posa sulla spalla. E mi segue con attenzione di stanza, in stanza!”

Claudia era addolorata, quanto me. Non sapeva cosa consigliarmi, non sarebbe bastata una battuta di spirito sul Reiki a farmi rallegrare. Mi sentivo uno straccio per aver mandato a rotoli la nostra cena-sole-donne.

“Hai un fazzoletto?” – fu l’unica cosa che volli aggiungere alla confidenza finale, che avevo rilasciato.

“Certamente…” – Claudia si alzò per prendere la scatola di Kleenex sul mobile della TV, poi si risedette a tavola – “…Ele, non esiste senso di colpa che non puoi distruggere… perché sei tu stessa la creatrice di questo! Cerca nell’amico Tempo un alleato contro di lui e, insieme, penso proprio che potrete sconfiggerlo… o almeno… imbottirlo di calmanti, per farlo dormire per un po’!”

Alla fine di ogni conversazione, Claudia sapeva sempre cosa dire. E anche quella volta riuscì a trovare la chiosa adatta.

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Tutto ha un tempo

Questa storia illustrata è molto particolare. E’ ispirata a una storia vera. Buona lettura.

“Pane… pane… fresco di giornata! Oggi ci sono dei nuovi tipi: ehm, allora… questo? Con la curcuma e i semi di zucca, mentre quello è un multi-cereali… A chi tocca?”

Adele sfornava pane, pagnotte e focacce tutte le mattine, da ormai vent’anni. Era da tutti chiamata “la figlia del panettiere“, perché suo padre era il proprietario dell’unica panetteria di Mongardino, un paesino di mille anime o poco più. Quando gli anni trascorsero, Adele si guadagnò il titolo di panettiera del paese, portando avanti l’attività paterna con impegno e sacrificio. Il suo piccolo negozio, situato nel centro del paese, era facilmente distinguibile, grazie all’insegna “Panetteria Raviola – Forno attivo dal 1930”: le lettere e la calligrafia ricordavano le pubblicità anni Quaranta. Quando si era trattato di rinfrescare il locale, Adele aveva tenuto in considerazione l’epoca, in cui la panetteria era stata fondata, e non aveva voluto tralasciare nessun particolare. Aveva chiesto ad un falegname, amico di famiglia, di restaurare gli stipiti e l’architrave dell’entrata della panetteria, tutti quanti gli elementi erano in legno di rovere. Ci voleva qualcuno che sapesse lavorare bene e con delicatezza. Il nonno di Adele aveva inaugurato quella panetteria nel 1930, aveva scelto personalmente l’arredamento interno ed esterno, perciò lei non voleva assolutamente andare contro le volontà, che erano state dei parenti che l’avevano preceduta. Si era limitata ad aggiustare ciò che non funzionava più e a migliorare le componenti dall’aspetto appassito. Una volta all’interno della panetteria, il profumo del pane fresco e di tutti i prodotti da forno, che Adele produceva, invadeva l’ambiente. L’odore di farina, lievito e del calore del forno era sempre vivo, aderiva ai muri del locale. Chissà da quanto tempo se ne stava là, rapprendendosi di generazione in generazione. Le stagere si sviluppavano da un lato all’altro delle pareti ed ognuna di loro era interrotta verticalmente da dei divisori, che Adele spostava all’occorrenza, a seconda della quantità, più o meno grande, di ogni tipologia di pane, che sfornava. Ogni celletta, che veniva quindi a formarsi da quel reticolo di scaffalature, era denominata da una targhetta, che Adele scriveva con il nome della tipologia di pagnotta. Maggiolini o bocconcini all’olio, biove, ciabatte croccanti, tartarughe, grissie a pasta dura, mantovane dalla morbida mollica. Adele scriveva sulle etichette cartonate con la sua calligrafia armoniosa e tondeggiante e le disponeva poi nelle copertine plastificate sopra ogni stagera. Era un qualcosa di speciale, Adele lo sapeva. Molte sere, infatti, si addormentava per qualche ora sulla brandina, che aveva un suo spazio apposito nel disimpegno. Stava lì solamente per sentirsi più vicina a coloro, che avevano infuso il lei la passione della panificazione, quasi che quelle poche ore di sonno potessero rinvigorirla al punto tale, da farle dimenticare la stanchezza, ormai accumulata nel corso degli anni. Da quando suo padre era mancato, aveva portato avanti il negozio da sola, aiutata unicamente dal suo elevato senso del dovere e dalla sua grande esperienza.

“Mi dia due biove e un pane toscano, grazie Adele”
“Stamattina, signora Carla, ho appena sfornato il pane alla curcuma e semi di zucca, vuole provarlo? È una novità?” – disse Adele, sventolando una pagnotta avanti e indietro.

“Oh no, grazie… queste cose moderne non mi piacciono… Cerea, Adele”

Adele non si scoraggiava. Le sue clienti più anziane non nutrivano molta curiosità riguardo i suoi esperimenti, ma per fortuna riusciva a trovare maggiore soddisfazione negli acquirenti, provenienti dalla città di Asti, che con piacere provavano quei prodotti dal carattere più moderno.

“Oh, eccola di nuovo, salve Dalila, come stai?”

Dalila era una habitué della panetteria, assidua frequentatrice, da quando si era trasferita da Torino per mettere su famiglia con Davide, il ragazzo, che l’aveva conquistata. In poco tempo si erano sposati, dando alla luce Niccolò, il frutto del loro amore. Adele e Dalila spesso si intrattenevano a parlare del più e del meno. Soprattutto quando Niccolò era a scuola materna, Dalila si fermava volentieri a scambiare quattro chiacchere. Era un momento di pausa, che si concedeva dalla vita di mamma a tempo pieno. La somma di quei piccoli ritagli di tempo era andata a costituire una bella amicizia. Dalila considerava Adele una buona confidente, schietta e sincera, e Adele rivedeva in Dalila quel lato di sé stessa, che non era riuscita ad esprimere negli anni indietro.

“Ciao Adele, come stai?”
“Non male, Dalila… non male…”

La complicità tra di loro arrivava fino al punto di passare alcuni istanti della conversazione a commentare con leggerezza le ultime clienti, entrate in panetteria. Adele era ormai una esperta, scrutava le persone, nulla sfuggiva al suo sguardo di padrona di negozio navigata. Bastava un veloce colpo d’occhio e la sua sensibilità di psicologa mancata faceva tutto il resto.

“Hai visto come sono entrati, tenendosi abbracciati stretti, stretti… quei due giovani sono alle prese con l’essere innamorati per la prima volta, te lo dico io…”
“Dici?” – ribatteva dubbiosa Dalila, – “magari… sono compagni di scuola…”
“No, credimi… l’amore giovane lo so riconoscere! Mentre, la signora prima di loro due, quella con il marito alto e barbuto? Ecco… quello è l’amore placato… come mi piace definirlo…”
“Adele, sei tremenda! Per ognuno di loro riesci a trovare una storia…”
“Non sono storie, sono verità… dovresti interrogarli per renderti conto che non invento niente!”
“E invece… il tuo amore? Perché non ti sei mai sposata?”

“Perché non mi sono mai sposata… bella domanda…” – Adele gongolava davanti a quesiti di quel genere. Tentava allora di sviare la conversazione con la sua ironia, che trasudava a tratti nostalgia e irregolarità.

“Ma come? Mio marito è il qui presente Signor Pane! …mi piace fare il pane perché è come prendersi cura di qualcuno… immagino quelle piccole pagnottelle come dei cuccioli, che devono crescere belli sani e forti fino ad arrivare ad essere una bella forma di pane grande e ben lievitata, croccante fuori e soffice all’interno…”

Dalila allora non demordeva, continuava a riportarla sull’argomento principale della conversazione. Le stava alle calcagna, come i bracchi durante la caccia alla volpe. Fu così che la sfortunata amica venne obbligata a confidarsi nuovamente, sapeva che era impossibile sfuggire alle intenzioni di Dalila, se si metteva in testa qualcosa, non rimaneva nulla da fare, se non vuotare il sacco.
Nella vita di Adele c’era stato poco spazio per l’amore, ma molto invece per il lavoro. Nata figlia unica, la sua famiglia aveva investito tante aspirazioni su di lei e sul suo destino di panettiera. La bottega era il fulcro, attorno a cui ruotavano i sacrifici economici di tutti i componenti. Colui che si fosse avvicinato a tal punto a diventare un papabile corteggiatore, doveva sapere a cosa sarebbe andato incontro e sposare sia Adele, sia il suo negozio. La missione era già scritta sulle pagine del suo libro della vita.

“Ci hanno insegnato che tutto ha un tempo, ovvero quella specie di periodo… misurato in giorni, mesi, anni… che parte da un punto ben definito e si conclude su un altro, altrettanto ben delineato. Ecco perché c’è una stagione, per innamorarsi… un’altra, per mettere su famiglia… un’altra, per mettere in cantiere un figlio, e così via…”

Tuttavia, Adele aveva creduto per buona parte della sua vita che tutte quelle parole non fossero vere. Si era sempre ripetuta che quei luoghi comuni erano per gente semplice, non avvezza ai cambiamenti e alle evoluzioni degli stili di vita umani, ma negli ultimi tempi, tra sé e sé, aveva dovuto ammettere che lo scorrere della vita aveva avuto la meglio – “Forse non ci si rende conto di essere dentro a questo battage fino al collo! Si pensa di avere il controllo della giostra e di decidere il momento giusto, in cui scendere!”
Purtroppo, spalancando gli occhi sul mondo, si era resa conto di non essere riuscita con successo a convertire le parole in fatti, non era stato poi tanto semplice combattere contro un videogioco, eludendolo a non permettere al monitor di mostrare la scritta <game-over>. Adele aveva cominciato a marciare, come uno dei tanti bei soldatini della truppa. All’urlo <Uniti e compatti!>, rispondeva, insieme agli altri, <sissignore!>. Si marciava, così, verso un’altra tappa. Adele si trovava a giocare la sua partita dentro quel gioco a punti, che aveva da sempre pensato di evitare.

“E poi ad un tratto mi sono anche chiesta: perché tutti si divertono e io no?” – Adele tratteneva a stento le lacrime, era ormai in preda allo sconforto.

Aveva vissuto dai vent’anni in poi sotto pressione, contando sulla punta delle dita le occasioni perse e quel po’ di terreno conquistato. Solo suo padre aveva voce in capitolo: organizzava domeniche pomeriggio, in cui invitava ipotetici pretendenti a consumare conversazioni frivole, inframmezzate da caldarroste e thè, a cui Adele partecipava in maniera compassata. Non ne aveva scelto neanche uno. Inseguiva un concetto di relazione amorosa, a cui la sua famiglia non voleva cedere. Adele non poteva concedersi voli di fantasia, il suo dovere era ben chiaro, il marito ideale era un uomo in grado di prendersi cura di tutti quanti, anche dal punto di vista economico.

“Mio padre aveva uno strano modo di volermi bene… sia chiaro, non gli rimprovero niente… comunque, non ha mai capito di cosa avevo realmente bisogno! Gli uomini, che piacevano a lui, a me non piacevano… e così ho deciso di maritarmi con la mia attività lavorativa, che non mi ha mai delusa in tutti questi anni!”

Adele non era sicura che i treni passavano per tutti nello stesso modo. Il più delle volte i mattoni, che vanno a costruire il muro della vita, vengono messi dai propri genitori e non dalla persona stessa. Così Adele raccontava a Dalila. Immaginava tutte le mattine di andare alla solita stazione, che diveniva di giorno in giorno sempre più affollata. Qualche treno passava da là, senza neanche fermarsi, sotto gli occhi sconfortati di tutti i passeggeri. Qualcuno invece, si fermava, ma non tutti riuscivano a salirci sopra. Gli <eletti>, coloro che avevano diritto alla prima fila, a bordo banchina, riuscivano ad accaparrarsi subito il mancorrente per montare sugli scalini. Poi, c’erano gli <speranzosi>, quelli che aspettavano il treno, fatto su misura apposta per loro, e gli <egoisti>, che volevano salire su qualsiasi treno della stazione, ma venivano messi da parte dagli <eletti>, e così via.

“La stazione non ce la fa a contenerci tutti. Salire sul treno è come inseguire una chimera, ci si chiede sempre se sarà quello giusto. Chi invece rimane a terra, passa il tempo a lamentarsi, perché il suo momento non arriva mai. L’attesa inizia ad essere sfiancante e la fiducia, ricordati, è stata data in regalo solamente agli <speranzosi>”

Adele era vissuta in mezzo a uomini pragmatici, abituati a vivere di materia e carne viva, piuttosto che di idee e platonismo. Era stata sempre presa per mano e trascinata poi nella fazione opposta alla sua, perché non le era permesso volare verso altri modelli di pensiero. Dalila ascoltava sbalordita quelle dichiarazioni di aiuto. Non riusciva a comprendere a fondo ciò di cui parlava Adele, in quanto il suo destino era stato costruito solamente dalle sue scelte. Provava però una grande empatia per quella amica di qualche anno più grande.

“Adele, amica mia, non mi avevi mai raccontato… io penso che tu sia sempre in tempo, non esistono stagioni, non esistono treni, se vuoi una cosa… devi andare là fuori e prendertela!”

Adele storse un po’ la bocca, non era d’accordo con Dalila – “Quando non si riesce a trovare nessun treno su cui salire… ci si lascia andare alla mestizia… io faccio parte di quelle persone, così abbattute, a tal punto da dover salire su un treno qualunque… dovrei dare uno spintone ad uno degli <eletti> e prendere il posto, che gli spetta… allora forse il mondo cambierebbe?” – poi continuò – “…non lo so… so solo che quando passi la vita a marciare e a seguire il volere di qualcun altro, non riesci mai a sentirti libera completamente, perché nessuno ti ha insegnato ad agire così! Ecco perché rimango qui, avvolta dal profumo della cosa che amo di più: il mio pane!”

Adele era innamorata della sua bottega o del conforto e dei bei ricordi che ne scaturivano? Era servito a qualcosa nascondersi dentro le mura di quel mondo, che qualcuno, esterno ai suoi sentimenti, le aveva preconfezionato addosso, come un abito sartoriale su misura?

“Si dice che il rischio appartiene alla giovinezza… età, che non mi appartiene più… non è più il mio tempo…”

Dalila non voleva darsi per vinta, iniziò a farle una lista di tutte le cose, da cui poteva ricominciare, senza tralasciare la sua amata panetteria, ma Adele non voleva sentire ragioni. La rassegnazione aveva tolto aria allo spirito della curiosità, che era deceduto, miseramente soffocato. La sua voglia di esplorare era stata sostituita dalla forza dell’abitudine, che si era impossessata del suo stile di vita.

“Sono cambiata, Dalila… mi fido solo di ciò che conosco, ecco perché prima ti dicevo che fare il pane è il marito, che tutti i giorni servo amorevolmente… non ho bisogno di altro e nemmeno mi interessa”.

Dalila sorrise teneramente in direzione dell’amica, finì di acquistare ciò che le serviva. La raggiunse dietro al balcone e la abbracciò.

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Pesante sul cuore

Che giorni difficili erano stati quei giorni!

Sembrava che tutto crollasse e non si rigenerasse più. Giorgio aveva smesso di ridere. Aveva smesso di sognare (quello già tempo indietro).

Il tempo si era fermato e, così, anche la sua vita. Rimaneva inchiodato alla sua scrivania, guardando fuori da una finestra, perché lui, fino a quel punto, era stato molto fortunato. Non era uno di quegli uomini obbligati a rimirare il muro della camera da imbiancare. No. Giorgio era di buona famiglia, benestante; da bambino voleva essere un supereroe, come Batman o Spiderman, da grande invece aveva deciso di non rischiare troppo sulle sue decisioni. Aveva rilevato l’attività ristorativa dei suoi genitori ed era andato avanti. Credendoci? Non lo sapeva nemmeno lui. Se ne stava in attesa che una specie di Fata Turchina moderna si palesasse per farglielo sapere. Aspettava un cambiamento, un cenno, anche minimo. Di cosa aveva bisogno? Una spinta emotiva? O un santone spirituale? O una bella cinquina stampata sulla guancia sinistra? Nemmeno questo Giorgio sapeva. Aveva solamente l’impressione che il mondo si fosse fermato e che venisse dato unicamente spazio alle mancanze di avanzare e alle speranze di retrocedere. Barricarsi dietro alla scrivania non sarebbe servito a niente. Da quando i suoi genitori non c’erano più, era vissuto di rendita. Nascosto dietro a quella sicurezza, che tanto lo inorgogliva. Cosa ne era stato del bambino, che credeva in Batman? Dove erano andate a finire le sue aspirazioni? Chi era veramente Giorgio? Si era forse dimenticato dell’uomo, che voleva diventare, o magari, era stato più semplice imboccare la strada già battuta, quella ben tracciata dai suoi amati genitori?

In natura tutti gli animali escogitano meccanismi ben studiati di mimetizzazione, per sfuggire alle minacce dell’ambiente. Per gli esseri umani, è però ben diverso: il nostro mimetismo consiste nell’adeguare il vestiario all’occasione, gestire il tono di voce, a seconda che ci troviamo di fronte a un professore, al medico della mutua o all’amico di infanzia, calibrare gli argomenti in base alla conversazione, in cui siamo coinvolti. Anche noi, quindi, ci dotiamo di congetture per sopravvivere. Le maledette maschere. Il problema, che ci attanaglia da ormai un’eternità e da cui, a quanto pare, non riusciamo a uscirne. Giorgio era spaesato, perché un bel giorno qualcuno aveva deciso di buttare via il suo baule di costumini e travestimenti, ormai demodè e sciatti. E quella persona… ero io. Era arrivato il momento di vivere per davvero. Non poteva più rimandare.

Posso almeno tenere questa? …questa è la mia preferita, non se ne accorgerà nessuno, se la risparmierai…

Quando conobbi Giorgio, quella fu la frase che mi rimase più impressa. Ero ormai esperta dell’arte del decluttering ed ero abituata alle crisi isteriche delle persone, che non volevano staccarsi da quei loro orrendi travestimenti, ma Giorgio mi intenerì. Lo guardavo. Nudo, per la prima volta, di fronte allo specchio del suo grande armadio, ormai svuotato dalla mia perizia. Iniziò a piangere silenziosamente, senza emettere un suono. Non ero abituata. La mia esperienza di lungo corso era avvezza a qualsiasi manifestazione di tristezza, sgomento o paura. Giorgio era diverso. Era fondamentalmente una persona buona, bisognosa solamente di un poco di amore. Le maschere non danno quel tipo di affetto. Infondono sicurezza e audacia, ma non calore ed empatia vera. Ciò di cui parlo è quello stimolo caldo, che proviene dai puri di cuore, un impulso irrefrenabile di emotività vera, che spazza via ogni atteggiamento posticcio. Sentivo che avevo il compito di insegnarglielo. Malgrado non fosse tra i servizi di mia competenza, decisi di disegnare su quello specchio un sorriso, che lo riportasse ai pensieri di infanzia, quando il suo armadio era pieno solamente di giocattoli e macchinine.

Lo vidi fissare attentamente lo specchio e rilassare a poco a poco il viso. Si stava distogliendo da quello che aveva perso e si stava finalmente concentrando su ciò che stava guadagnando. I suoi occhi erano ormai asciutti, le labbra non più tirate e le pieghe delle guance si erano rilassate, donando alla pelle del viso un aspetto maggiormente tranquillo. Il mio compito era finito. Decisi di lasciare la camera, senza farmi notare.

In bocca al lupo, Giorgio!” – sussurrai, chiudendo la porta dietro di me.

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Al Parco Europa dissi “Addio”

Vengo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Tutte le mattine, prima di recarmi all’università, salgo con la macchina la strada della collina, che porta al Parco Europa. Là mi aspetta la solita panchina. Ormai potrei inciderci il mio nome sopra lo schienale. Tanto… è sempre lì che mi aspetta. Vuota. Addirittura, quei pochi passanti, mattinieri come me, che portano a spasso il cane, si siedono altrove, su altre panchine posizionate precisamente alla stessa distanza tra di loro, lungo il viale. Tutti sanno che quella panchina è la mia. Me la sono guadagnata.

Al Parco ci venivo sempre con Teo. Un amico, un amante? Ancora oggi mi chiedo cosa sia stato. Potrei descriverlo come fece Edmond Rostand riguardo al bacio:

<<Un bacio, insomma, che cos’è mai un bacio? Un apostrofo rosa fra le parole “t’amo”.>>

Ed era stato proprio un apostrofo Teo. Così poco accentuato, così breve, che mi aveva lasciato quel sapore amaro in bocca, che nessun bacio dovrebbe mai lasciare.

Era entrato nella mia vita improvvisamente e, altrettanto, ne era uscito.

Avevamo cominciato ad incontrarci al Parco Europa, anche più di una volta al giorno. Quel posto era diventato il rifugio silenzioso e tranquillo, in cui stare insieme. Nessun occhio indiscreto, nessuna parola fuori luogo ci raggiungeva. Nessun giudizio, nessuna critica. Semplicemente accoglienza; il Parco ci voleva bene, aveva avuto pietà di noi, come anche i nostri cuori, che inizialmente si nascondevano dietro mille scuse e giustificazioni. La panchina, che ora mi spetta di diritto, era la nostra.

Ecco come me la sono guadagnata.

Inizialmente era tutto cominciato da una sottile condivisione: Teo, che aspettava alla panchina, solitamente di mattina presto, mentre poi al pomeriggio tardi, io e il mio zaino scrutavamo il panorama perfetto di Torino, in attesa della sua venuta. Come era saccente Torino, vista da lassù. Aveva l’aspetto di una città indottrinata dai migliori professori. Così boriosa e arrogante, percepivo che mi osservava a sua volta. Odiavo quel confronto, ogni volta che attendevo Teo. Occhi negli occhi, non distoglievamo lo sguardo. Volevo averla vinta sulla sua strafottenza. Come si permetteva di dubitare di me?

Non appena Teo arrivava, quella tensione altezzosa svaniva. Tornava tutto a risplendere, a essere così ospitale e confortevole. Teo creava la magia e io mi nascondevo dietro. Non potevo farne a meno.

Reputavo ogni alba e ogni tramonto il momento giusto, affinché ricevessi quella bramata notizia: la decisione di Teo, il suo sì. Mi sono resa conto che non attendevo il suo arrivo, aspettavo solamente il momento in cui avremmo lasciato per sempre il Parco Europa, per scendere a Torino, in mezzo alle persone, senza più nasconderci. Avremmo dovuto farlo, prima o poi. Se da un lato, tra quei viali mi sentivo al sicuro, dall’altro, ero stufa di vivere dentro ad un triste surrogato di quello che reputavo una storia d’amore. Non potevamo dire le bugie per sempre, celare quello che ci faceva vergognare a tal punto da darci l’appuntamento nel medesimo posto, ormai da mesi.

Mi arrabbiavo. Continuavo a fare quei discorsi con quello splendido angolo di Torino, che mi pareva disegnato. Ci litigavo e così, mi arrabbiavo ancora di più. Era uno scontro tra me e lei, che non voleva sentire ragioni, mi veniva contro con tutta la sua gelida collera. Ma che potevo farci? Ero in balia di una città e del suo abitante più scorretto. Mi sentivo impotente, volevo contrastare uno dei due, ma ognuno di loro mi sopraffaceva, senza fare alcuna fatica.

Il Parco era il mio unico amico, all’interno di quel posto così tranquillo e riparato, mi sentivo protetta.

Una di quelle mattine, mi recai alla mia panchina prediletta. Lo aspettai a lungo. Saltai la prima ora di lezione. Poi la seconda. Alla fine se ne andò tutta la giornata. Rimasi come inebetita a fissare il panorama tutto il giorno. Il sole, nel frattempo, danzava in cielo, ruotando per tutta la volta. Dialogavo mentalmente con Torino.

Lui non verrà…

Sentivo quelle parole sussurrate. Taglienti. Fredde. Cattive. Come solo quel paesaggio sapeva essere. Bello e dannato, insensibile e distaccato. Non gliene fregava nulla di me e del mio modo devoto di attendere.

Quanto sei cretina… sei ancora lì? Prendi lo zaino e tornatene a studiare… magari diventi più furba di così!

Osservavo la vista di fronte a me con disprezzo, cosa ne sapeva di me?

Teo quel giorno diede per la prima volta buca al nostro quotidiano appuntamento. Si comportò allo stesso modo i giorni seguenti.

Mi lasciò in eredità quella panchina, al Parco Europa, che io difendo gelosamente. Nessuno me la porterà via.

Mi siedo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Nessuno mi porterà via ciò che resta di lui. Guardo sempre verso Torino e ascolto le sue parole di biasimo nei miei confronti.

Rispondo: “Addio, Teo”