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Al Parco Europa dissi “Addio”

Vengo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Tutte le mattine, prima di recarmi all’università, salgo con la macchina la strada della collina, che porta al Parco Europa. Là mi aspetta la solita panchina. Ormai potrei inciderci il mio nome sopra lo schienale. Tanto… è sempre lì che mi aspetta. Vuota. Addirittura, quei pochi passanti, mattinieri come me, che portano a spasso il cane, si siedono altrove, su altre panchine posizionate precisamente alla stessa distanza tra di loro, lungo il viale. Tutti sanno che quella panchina è la mia. Me la sono guadagnata.

Al Parco ci venivo sempre con Teo. Un amico, un amante? Ancora oggi mi chiedo cosa sia stato. Potrei descriverlo come fece Edmond Rostand riguardo al bacio:

<<Un bacio, insomma, che cos’è mai un bacio? Un apostrofo rosa fra le parole “t’amo”.>>

Ed era stato proprio un apostrofo Teo. Così poco accentuato, così breve, che mi aveva lasciato quel sapore amaro in bocca, che nessun bacio dovrebbe mai lasciare.

Era entrato nella mia vita improvvisamente e, altrettanto, ne era uscito.

Avevamo cominciato ad incontrarci al Parco Europa, anche più di una volta al giorno. Quel posto era diventato il rifugio silenzioso e tranquillo, in cui stare insieme. Nessun occhio indiscreto, nessuna parola fuori luogo ci raggiungeva. Nessun giudizio, nessuna critica. Semplicemente accoglienza; il Parco ci voleva bene, aveva avuto pietà di noi, come anche i nostri cuori, che inizialmente si nascondevano dietro mille scuse e giustificazioni. La panchina, che ora mi spetta di diritto, era la nostra.

Ecco come me la sono guadagnata.

Inizialmente era tutto cominciato da una sottile condivisione: Teo, che aspettava alla panchina, solitamente di mattina presto, mentre poi al pomeriggio tardi, io e il mio zaino scrutavamo il panorama perfetto di Torino, in attesa della sua venuta. Come era saccente Torino, vista da lassù. Aveva l’aspetto di una città indottrinata dai migliori professori. Così boriosa e arrogante, percepivo che mi osservava a sua volta. Odiavo quel confronto, ogni volta che attendevo Teo. Occhi negli occhi, non distoglievamo lo sguardo. Volevo averla vinta sulla sua strafottenza. Come si permetteva di dubitare di me?

Non appena Teo arrivava, quella tensione altezzosa svaniva. Tornava tutto a risplendere, a essere così ospitale e confortevole. Teo creava la magia e io mi nascondevo dietro. Non potevo farne a meno.

Reputavo ogni alba e ogni tramonto il momento giusto, affinché ricevessi quella bramata notizia: la decisione di Teo, il suo sì. Mi sono resa conto che non attendevo il suo arrivo, aspettavo solamente il momento in cui avremmo lasciato per sempre il Parco Europa, per scendere a Torino, in mezzo alle persone, senza più nasconderci. Avremmo dovuto farlo, prima o poi. Se da un lato, tra quei viali mi sentivo al sicuro, dall’altro, ero stufa di vivere dentro ad un triste surrogato di quello che reputavo una storia d’amore. Non potevamo dire le bugie per sempre, celare quello che ci faceva vergognare a tal punto da darci l’appuntamento nel medesimo posto, ormai da mesi.

Mi arrabbiavo. Continuavo a fare quei discorsi con quello splendido angolo di Torino, che mi pareva disegnato. Ci litigavo e così, mi arrabbiavo ancora di più. Era uno scontro tra me e lei, che non voleva sentire ragioni, mi veniva contro con tutta la sua gelida collera. Ma che potevo farci? Ero in balia di una città e del suo abitante più scorretto. Mi sentivo impotente, volevo contrastare uno dei due, ma ognuno di loro mi sopraffaceva, senza fare alcuna fatica.

Il Parco era il mio unico amico, all’interno di quel posto così tranquillo e riparato, mi sentivo protetta.

Una di quelle mattine, mi recai alla mia panchina prediletta. Lo aspettai a lungo. Saltai la prima ora di lezione. Poi la seconda. Alla fine se ne andò tutta la giornata. Rimasi come inebetita a fissare il panorama tutto il giorno. Il sole, nel frattempo, danzava in cielo, ruotando per tutta la volta. Dialogavo mentalmente con Torino.

Lui non verrà…

Sentivo quelle parole sussurrate. Taglienti. Fredde. Cattive. Come solo quel paesaggio sapeva essere. Bello e dannato, insensibile e distaccato. Non gliene fregava nulla di me e del mio modo devoto di attendere.

Quanto sei cretina… sei ancora lì? Prendi lo zaino e tornatene a studiare… magari diventi più furba di così!

Osservavo la vista di fronte a me con disprezzo, cosa ne sapeva di me?

Teo quel giorno diede per la prima volta buca al nostro quotidiano appuntamento. Si comportò allo stesso modo i giorni seguenti.

Mi lasciò in eredità quella panchina, al Parco Europa, che io difendo gelosamente. Nessuno me la porterà via.

Mi siedo qui tutte le mattine. Che faccia freddo o che si muoia dal caldo. Nessuno mi porterà via ciò che resta di lui. Guardo sempre verso Torino e ascolto le sue parole di biasimo nei miei confronti.

Rispondo: “Addio, Teo”

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Il mio primo libro è in procinto di essere pubblicato!

Volete saperne di più? Leggete questo post!

Il mese di agosto è appena trascorso, ma già mi manca molto. Rispetto agli scorsi anni, è stato un mese per niente riposante, anzi… la mia routine giornaliera è stata convulsa e poco vacanziera, inoltre ad allietare questo moto perpetuo di eventi e novità, è giunto anche il momento, in cui ho preso coraggio e, insieme alla casa editrice Letteratura Alternativa, ho deciso di buttarmi a capofitto nell’avventura del crowdpublishing, per portare alla pubblicazione il mio primo prodotto editoriale, il mio romanzo, il mio libro.

Dal 16 agosto (l’inizio di questa bellissima sfida), mi sono messa in gioco e mi sono piacevolmente sorpresa nell’accorgermi che, molte persone attorno a me avevano piacere di sapere cosa avevo da dire. Le due domande che mi sono state fatte maggiormente sono, appunto,

<<Perché hai scritto un libro?>>

<<Di cosa tratta “La figlia sfuggente”>>.

Ho deciso, perciò, di scrivere un post sul blog a proposito di queste questioni, per svelare qualche retroscena, che per il momento ho tenuto solamente per me, e per illustrare meglio la trama di questa mia prima produzione letteraria.

Non posso negare che, da quando ho cominciato a capire qualcosa di questo mondo, la mia più grande ambizione è sempre stata quella di diventare una scrittrice, parola che mi ha fatto sempre un po’ tremare e sussultare ogni qual volta volevo o dovevo pronunciarla. È un vocabolo, che mi intimorisce non poco, a tratti mi inquieta, più che altro perché provo un grandissimo timore reverenziale per lei! Stimo tanto, troppo, scrittrici del calibro di Elsa Morante, Isabel Allende, Emily Bronte, Jane Austen, Oriana Fallaci, donne che secondo me sono scrittrici con la S maiuscola e che incarnano i miei modelli di ispirazione. Ciò che mi ha sempre appassionato della scrittura è il suo aspetto primordiale di bisogno, che la specie umana ha da sempre rincorso: il desiderio di lasciare impressa una traccia fisica, tangibile, che solamente a voce non riuscirebbe ad attraversare il lunghissimo (e infinito) tragitto, che il tempo ci obbliga a sottostare. Infatti, i latini erano saggi… “Verba volant, scripta manent”. La scrittura è un vero e proprio bisogno, che fossi in Maslow avrei aggiunto proprio alla base della piramide, insieme a cibo e acqua 😊. Io scrivo sempre. Questo è l’assunto certo della mia vita. Una specie di legge personale, che applico quasi quotidianamente e mai prendo sottogamba.

L’idea di scrivere un libro è nata più o meno tre anni fa. La conclusione del mio primo lavoro non è andata a buon fine: mi sono resa conto che scrivere “su commissione”, ovvero, scrivere un argomento caro a qualcun altro, non era la mia strada. La scrittura ha bisogno di verità e affezione. Così sono tornata sui miei passi iniziali, ho accantonato quella prima “creatura” e ne ho iniziate tre diverse! Sì, proprio tre! Ho voluto lasciarmi cullare da loro e piano piano una di queste mi ha preso la mano (un po’ di più) e mi ha dato un bello strattone, che mi ha suggerito di lasciar perdere le altre due e di proseguire solamente con lei.

Ecco come è nata “La figlia sfuggente”: un mix di argomentazioni e problematiche, che mi stanno a cuore da tanto tempo e che sento dal profondo dell’anima, tanto da scriverci un libro, una storia, che arrivi a sensibilizzare le corde del cuore di tutti coloro che lo leggeranno, per sensibilizzare, per capire quanto siano importanti le relazioni familiari e come ci plasmino fin dalla tenera età.

Da un anno a questa parte, da quando ho capito che “La figlia sfuggente” sarebbe diventata una pietra miliare importante nella mia formazione personale, seguo questa direzione e spero che ciò che scrivo possa essere d’aiuto a tutti coloro che approcciano questo romanzo, appena nato 😉

Se non avete ancora letto la sinossi, la riporto qui di seguito:

Il rapporto genitori-figli è uno dei più complicati e avventurosi… Lo sanno bene Claudio e Francesca, rispettivamente padre e figlia, ingabbiati dal destino in quel legame biologico e obbligato, a cui non possono sfuggire, ma solo arrendersi e sopportare. Fin dal principio, il loro rapporto è complesso, a tratti confuso e certamente ingarbugliato. Gli unici mezzi di comunicazione, che riescono a tenere in vita la loro relazione, costellata di assenze e silenzi, sono le tante cartoline che Claudio spedisce a Francesca durante i suoi viaggi di lavoro e non. Palliative, ma, allo stesso tempo, fautrici di una distanza che diventa sempre più incolmabile con il passare degli anni; le cartoline significano per Francesca l’unica testimonianza a cui aggrapparsi per combattere contro le sue paure nei confronti del passato e del futuro. Attraverso il passare del tempo, che trascorre tra l’infanzia e la giovinezza, la protagonista racconta la sua vita, scandita dal ritmo della lettura di quelle cartoline paterne.

La copertina e le illustrazioni del libro sono a cura di Giulia Cerrato, co-founder insieme a me di questo blog e illustratrice di tutti i post, che mensilmente produciamo per voi!

Se questo articolo vi ha incuriosito e volete aiutarmi a raggiungere l’obiettivo delle 100 copie, potete preordinare una copia del romanzo, cliccando qui 😉

Grazie a tutti per il supporto!